1976, STORIA DI UN TRIONFO

Presentato a Roma il libro di Lucio Biancatelli e Alessandro Nizegorodcew, che racchiude le testimonianze di giocatori e giornalisti presenti a Santiago allo storico trionfo azzurro in Davis.

TENNIS – Un trionfo che va al di là dello sport- A quarant’anni dall’unico titolo italiano, Lucio Biancatelli e Alessandro Nizegorodcew hanno ricostruito il sapore di un anno, di una stagione, di un fermento politico e passionale nel libro “1976, Storia di un trionfo” (ed. Ultra Sport) presentato al Circolo Magistrati della Corte dei Conti di Roma.

“Il mix generazionale tra me e Alessandro ha funzionato, la mia presenza da sola sarebbe parsa troppo nostalgica – ha detto Biancatelli -. Abbiamo fatto un lavoro approfondito di archivio per tirare fuori dalla memoria un evento di tanti anni prima, quasi da investigatore. È stato un bel lavoro, in tanti ci anno aiutato come Mario Giobbe o Gigi Oliviero. Risentire l’audio del libro-disco di Mario Giobbe che racconta quell’anno unico del nostro tennis è impagabile”.

Di quel disco uscito nel 1977, ha spiegato Giobbe, inviato a Santiago del Cile in quei giorni per il GR2, sono state tirate parecchie copie grazie a Galgani, anche se, ammette, “non so che fine anno fatto. La Rai si divise in due in occasione della finale. C’era chi voleva che la nazionale andasse, fra cui l’allora direttore del GR2 Gustavo Selva e chi sosteneva le ragioni del Pci che non voleva che la nazionale approdasse in Cile. Soprattutto una serie di politici che fecero la guerra a Nicola che si alleò con Selva. A Santiago il GR2 mandò me e Giuseppe Chisari, uno dei principali inviati speciali della Rai: io per la parte sportiva, lui per la parte politica. Zavoli, direttore del GR1, mandò come inviato Vittorio Roidi, che fece sia servizi sportivi che di cronaca politica. Io a fianco avevo Lea Pericoli, fui il primo che introdusse la seconda voce nelle radio-telecronache. Io e Lea trasmettemmo tutti i nostri interventi in diretta, la tv invece in differita”. E resta un pezzo di storia della televisione Guido Oddo che apre la trasmissione del doppio, da poco concluso, facendo prevalere l’istinto giornalistico e annunciando la vittoria dell’Italia.

Una vittoria che tutti i testimoni intervistati nel libro, soprattutto i giocatori presenti a Santiago (prezioso il ricordo anche del numero 1 cileno, Jaime Fillol), riconoscono come un grande merito di Nicola Pietrangeli, cruciale nel far vincere le ragioni dello sport anche attraverso i legami con l’allora responsabile dello sport del PCI, Ignazio Pirastu. Pietrangeli, però, rifiuta l’immagine di quel viaggio della nazionale azzurra nella Santiago di allora come di una permanenza in una sorta di prigione dorata. “Senza andare in polemica, io rispondo come penso e non dico che penso sempre giusto. La verità sta sempre a mezza strada, anche se ognuno dice la sua su quel periodo. Noi ci hanno trattato, giustamente, come dei pascià, son stati furbi. Avevamo a proteggerci il capitano Lafontaine, capo dei servizi di sicurezza di Pinochet. Non si poteva stare meglio. E’ stata una trasferta fantastica. Vi dirò di più. Quando siamo tornati in Cile in Davis qualche anno fa, abbiamo trovato un’atmosfera molto peggiore”.

Certo, commenta Chisari, “c’era una parte politica che tutti conosciamo, si era in piena dittatura, c’era stato un 11 settembre 1973 con l’assassinio di Allende e la presa del famigerato generale Pinochet. Ci siamo trovati in una situazione opaca, la parte più appariscente della violenza, lo stadio, il deserto di Amataca. Ci ritrovammo con Giobbe. Io avevo preparato interviste a persone torturate che avevano sofferto la dittatura e andavano in onda dopo le radiocronache di Mario”.

Proprio i ricordi di chi c’era come inviato, come giornalista, rappresentano il vero gioiello del libro. Una giustapposizione di sguardi e di suggestioni, che va da Gianni Clerici a Baccini a Gigi Oliviero, cineasta che girò le uniche immagini disponibili di quello storico weekend. Immagini, girate in pellicola e mostrate durante la presentazione con un innegabile effetto nostalgia, che iniziano con la voce calda di Pino Locchi, il doppiatore di Sean Connery dell’epoca. “Ci vogliono 23 ore di volo per arrivare a Santiago. Ma la squadra azzurra ha impiegato 76 anni per raggiungere la più celebre, la più ambita insalatiera del mondo”. Ma chi è Oliviero? “Una famiglia di artisti, creativi, alla continua ricerca del bello e dell’innovazione” scrivono Biancatelli e Nizegorodcew. “Nino Oliviero, padre di Gigi, è stato uno dei musicisti italiani più noti negli Stati Uniti, candidato all’Oscar nel 1964 con il famosissimo brano “More” per la colonna sonora originale del film ‘Mondo Cane’, nonché autore di numerose canzoni napoletane di successo. Gigi, ispirato dalla figura paterna, cresce e respira fin da ragazzo l’atmosfera del mondo dello spettacolo: è regista di film e documentari oltre a essere diplomato in pianoforte al Conservatorio di Napoli. Esperto di riprese subacquee, si è specializzato negli anni anche nel settore del turismo, collaborando a lungo con la RAI. Negli anni Settanta, dal nulla, racchette e palline entrano prepotentemente nella sua vita. E quel docu-film rimane fra le esperienze che hanno definito la sua carriera insieme a “I record del silenzio”, il documentario sulle imprese di Enzo Maiorca.

È stato bello, racconta Nizegorodcew, “riuscire a rivivere quei momenti grazie alle testimonianze di chi c’era. Mi hanno emozionato di più i racconti dei giornalisti. Poi anche chi ha avuto i quattro moschettieri come capitano, giocatori come Nargiso, Galimberti, Cladio Panatta” che chiudono la raccolta di ricordi nel volume.

A Santiago, ha sottolineato Pietrangeli, “nella squadra c’era un’atmosfera più serena. Anche se, quando sono arrivato come capitano, c’erano due fazioni. Panatta e Betoliuci non parlavano con Zugarelli e Barazzutti. Quando si faceva la corsetta, partivano ai lati opposti così non si incontravano. E in spogliatoio lo stesso”. Pietrangeli riunisce il quartetto azzurro. “Ragazzi siete una squadra, e quando siete qui siete pregati di comportarvi da squadra” dice. “Fuori, fate quello che vi pare”.

Pietrangeli consente a mogli e compagne dei giocatori di prendere parte al viaggio a Santiago. Un viaggio chiuso con un trionfo storico e un incidente diplomatico evitato. L’allora presidente della FIT Galgani, da poco eletto, “non voleva essere seduto in tribuna autorità coi fascisti, col generale Lee” ha raccontato Pietrangeli. “All’ultimo giorno, la domenica, Galgani rimase in piscina, si è fatto chiamare quando stava per finire. Sceso in campo per la premiazione ma il presidente dell’ITF prese la coppa e la diede a me. Lì son cominciati i miei guai”. Il generale Lee doveva essere presente anche alla cena per le nazionali, cui a quel punto la delegazione italiana guidata da Galgani non voleva partecipare. “L’ITF minaccia di squalificarci per tre anni. Andiamo e Lee per qualche motivo che non so non c’era”.

Quelle di Pietrangeli e di Oliviero sono solo due delle tante testimonianze note e meno note raccolte da Biancatelli e Nizegorodcew, che hanno sentito perfino il tour operator che portava i tifosi in trasferta in Davis. “E’ facile scrivere di sport, è difficile raccontare un’epoca” ha concluso il neo presidente del Comitato Regionale Lazio della FIT, Roberto Commentucci. “Loro ci sono riusciti. Gli anni 70 sono un dcennnio di divisioni e poteri forti, il carattere del nostro popolo ha avuto quanto di meglio o di peggio in cui potersi manifestare. Il libro racconta quanto potesse essere frastagliata la società italiana”. E restituisce il respiro di un anno senza uguali per il nostro tennis.


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