AUGURI STEFAN EDBERG, LA CLASSE E’ PER SEMPRE

Compie 51 anni Stefan Edberg. Ripercorriamo la storia dell'ex tennista svedese, dagli esordi fino alla panchina di Roger Federer, passando per gli indimenticabili match contro Becker.

Tennis –  Stefan Edberg ha segnato fasi importanti della storia del tennis, è stato uno degli interpreti più affascinanti da ammirare in questo gioco. Del neo 51enne ricordiamo numeri e vittorie, ma più che dati e trofei, resta la classe di un campione che ha reso il tennis uno sport ancor più meraviglioso. “Se Stefan Edberg non vince il torneo di Wimbledon entro cinque anni, smetto di scrivere di tennis”, le parole di Rino Tommasi risuonano profetiche: il giornalista italiano rimase folgorato dal talento di un giovane ragazzo svedese che nell’edizione di Wimbledon 1983 stava dando spettacolo in uno dei campi secondari dell’All England Lawn Tennis.

Tommasi fu affascinato da Stefan Edberg. Lo svedese, allora diciassettenne, fu sconfitto 8-6 a 5o, ma 5 anni dopo, appunto, il nativo di Vastervik alzò al cielo il trofeo più ambito degli Slam, battendo in 4 set (46 76(2) 64 62) colui che avrebbe rappresentato negli anni il suo più tenace avversario: Boris Becker. Fioriva così, sull’erba consumata dalle mille discese a rete, il mito di Stefan Edberg.

NUMERI DA CAMPIONE. A distanza di 20 anni dal suo ritiro dalle competizioni, si annoverano numerosi premi e molti riconoscimenti: 42 titoli di singolare Atp, fra cui spiccano 2 Wimbledon, 2 Us Open, 2 Australian Open, un Masters, più l’oro alle Olimpiadi di Los Angeles e quattro Coppe Davis. Ben 72 settimane complessive al vertice del ranking dal 13 agosto 1990 al 28 settembre 1992. Fu anche in vetta alla classifica di doppio, record che condivide con John McEnroe) e, grazie a youtube, se ne ricordano le gesta nelle migliaia di video postati dai suoi fans.

Oggi, nel giorno del suo 51esimo compleanno, si può andare più a fondo, e soffermarsi sull’eredità che questo splendido interprete del serve&volley ha lasciato al mondo della racchetta. Elegante e glaciale, imperscrutabile dietro quegli occhi azzurri e lo sguardo malinconico che solo raramente si infuocava di grinta, Edberg è stato uno degli attaccanti più vincenti della storia della racchetta. Il suo stile rimane tutt’ora inconfondibile, soprattutto se paragonato ai tanti tennisti/preconfezionati che siamo abituati a vedere sui campi in quest’ultima Era.

LO STILE. A cavallo fra gli Anni ’80 e ’90 anche il più distratto spettatore, appollaiato sull’ultima fila dell’impianto, con problemi d’udito e dimentico del programma della giornata, avrebbe riconosciuto in un baleno l’artefice di quel servizio tutta torsione del busto e con “mulinello” quasi impercettibile. Proprio dalla battuta Stefan Edberg ha dato il “la” ai suoi tanti successi. Il suo colpo d’apertura non era un bolide – Becker, Lendl, Courier, Ivanisevic e Sampras lo battevano di gran lunga in potenza – ma l’effetto che sapeva imprimere alla palla era di difficilissima lettura per gli avversari, costretti a colpire molto sopra la linea della spalla. La sua seconda poi, per anni è stata considerata la migliore del circuito. Ma ciò che entusiasmava particolarmente era quella impercettibile rotazione del polso nella prima parte del movimento, che portava il piatto corde della sua Wilson Pro Staff parallelo alla superficie. Un caricamento unico, che anticipava un’apertura alare inconfondibile, tanto da essere divento da tempo il logo stilizzato degli Australian Open. Dopo l’impatto con la palla, si entrava inevitabilmente nella zona-Edberg. In un lasso di tempo che non superava mai i due secondi, Stefan era già a rete, pronto a chiudere il punto con precise e letali volèe, la vera specialità del suo repertorio. Quando granitico quando elastico, lo svedese era sempre e comunque un muro, invalicabile e indistruttibile.

“Per lui è più facile, perché può fare una cosa sola”. Così si espresse Becker sul gioco dello svedese, cercando più di stizzire il pacato avversario che dare una completa analisi tecnica. Che Edberg fosse un “animale da rete”è indiscutibile. Ma Stefan sapeva anche far male da fondo. Percy Rosberg, suo primo e più importante coach, ebbe l’intuizione di fargli staccare la mano sinistra nell’esecuzione del rovescio – in barba alla tradizione bimane svedese sublimata da Borg – perché, a suo dire, il gioco d’attacco ne avrebbe tratto giovamento. Mai lampo di genio fu più apprezzato, rendendo quel colpo un’arma capace tanto di offendere il rivale che difendere il territorio. Se solo avesse avuto nel bagaglio tecnico un dritto meno “umorale”, a distanza di 15 anni ci troveremmo a parlare del giocatore perfetto.

LE BATTAGLIE. Purtroppo, o per fortuna, giocatori perfetti sotto ogni punto di vista non sono mai esistiti. Esistono invece tornei perfetti, partite ineccepibili, exploit irripetibili. Come, nel caso di Stefan Edberg, il Grand Slam juniores (1983), impresa mai più eguagliata da nessun altro tennista. Gli sfuggì invece il Career Golden Slam (che lo avrebbe messo al pari di Agassi e Nadal) per colpa di un piccoletto tutto pepe di nome Michael Chang. Il quale, nell’atto conclusivo del Roland Garros 1989, lo ingabbiò nella sua trappola psicologica – non prima di aver subìto il gran tennis dello svedese nel secondo e terzo set e di aver chiuso i giochi salvando ben 19 palle break su 25 – fino a stremarlo con lo score di 61 36 46 64 62. “Michaelino” divenne il più giovane vincitore dei French Open della storia (aveva 17 anni e tre mesi), e Stefan pensò che, in fondo, non era stata una sconfitta tremenda e che in futuro avrebbe avuto altre chance per imporsi sul rosso francese. Si sbagliava.

Come Becker, contro il quale giocò 35 volte fra il 1984 e il 1996 (10 vittorie e 25 sconfitte), Stefan non riuscì mai ad alzare al cielo la Coupe des Mousquetaires, unico neo di una carriera stratosferica. Anche se tanti addetti ai lavori credono che con un pizzico di cattiveria in più Edberg avrebbe potuto essere ancora più vincente. In parte si può concordare con questa affermazione, avvalorata dallo Sportmanship award (premio sportività) che l’Atp gli consegnò per ben 5 stagioni (e che da il 1996 porta il suo nome) – sempre se accettiamo il paradigma sportivo per cui avere fair play vuol dire essere agonisticamente meno cattivi. Ma l’essere tutt’altro che “fumantino”, come i vari Becker, McEnroe e Connors, o instancabile lottatore, come Courier, Wilander o Chang (tutti campioni con i quali si è confrontato negli anni), non gli impedì di uscir fuori vincitore da battaglie epiche.

Come quella del 1985 contro l’allora numero 1 Ivan Lendl nella semifinale degli Australian Open ancora in versione erbivora (torneo che il cecoslovacco non riconosceva al pari degli altri Major). Entrambi “brandati” con la stessa fantasia Adidas – oggi sarebbe considerata una pessima strategia di marketing! – i due si diedero battaglia per due giorni, causa interruzione per pioggia, fino al definitivo 67 75 61 46 97 in favore dello svedese che, a 19 anni, si qualificò così per la sua prima finale Slam della carriera, poi vinta agevolmente contro il connazionale Wilander (64 63 63. Si ripetè due anni dopo con il trionfo su Pat Cash).

O come la rivincita che Stefan si prese agli Us Open nel 1992 contro Chang, in una semifinale durata 326 minuti, ebbene si, trecentoventiseiminuti e nella quale lo svedese si trovò sotto di due break nel quinto set (la spuntò 67 75 76 57 64). Anche in quest’occasione, la lotta della semifinale non gli impedì di superare anche l’ultimo ostacolo, Pete Sampras, in un altro incontro che ha un posto di rilievo nei grandi classici nel tennis. Nel match clou di Flushing Meadows Edberg – che difendeva il titolo conquistato l’anno precedente contro Courier – concesse spazio all’americano solo il primo set, prima di cominciare l’ultima cavalcata verso un Major.

LA “BELLA”. Ma forse il match che i fan di Edberg ricordano con maggiore entusiasmo è la terza finale a Wimbledon contro Boris Becker. Era il 1990, e il tedesco tornava a Londra forte della batosta inflitta allo svedese l’anno prima (60 76 64). Dal canto suo, Stefan aveva trovato quell’anno una gran confidenza con l’erba britannica, che gli permise nel corso del torneo di sbarazzarsi fra gli altri di Mecir, Chang e Lendl (anche se scampò alla clamorosa debacle nel terzo round con l’israeliano Amos Mansdorf, domato 9-7 al quinto). Anche se la finalissima – che in Italia tenne incollati al televisore milioni di appassionati sintonizzati sulle frequenze di Tele Capodistria – non fu tutta di livello eccelso (nei primi due parziali Becker, come dirà poi in seguito, ciondolava assonnato in campo. Pare non avesse dormito bene la notte. Come pare avesse fretta di finire il match per seguire la finale dei Mondiali di calcio fra Germania e Argentina…) ma gli ultimi due set furono ad altissima tensione. Nella partita conclusiva Boris andò avanti 3-1, ma una sua volèe di dritto scellerata rimise in carreggiata il rivale. Recuperato il break, Edberg chiuse virtualmente il match nel nono gioco, quando con un lob di rovescio eseguito “col goniometro” affondò le ultime resistenze di Becker, sconfitto con lo score di 26 26 63 63 46.

Quella fu l’ultima volta che lo svedese si impose su Boom Boom. Eccezion fatta per la finale di Parigi Bercy, sempre del 1990 – nella quale Becker diede forfait sul punteggio di 3 pari nel primo set – negli anni a seguire il gioco potente del tedesco ebbe sempre la meglio sul rivale, che incappò nella pesante striscia negativa di dieci sconfitte in altrettanti incontri. Gli ultimi acuti di Stefan contro Boris furono dunque la finale a Wimbledon e quella ai Masters del Madison Square Garden ’89, altra eccezionale performance di questi due immortali campioni (46 76 63 61 il punteggio che consegnò a Edberg l’unico trionfo in carriera nel minitorneo di fine stagione).

IL RITIRO. Il 1996 fu l’anno del ritiro dalle competizioni di Stefan Edberg. Per tutta la stagione lo svedese calcò una passerella lunga un pianeta per godere del saluto del suo pubblico. Anche Roma accolse da Imperatore colui che sul rosso del Foro Italico non trovò mai il giusto feeling. Sui campi all’ombra di Monte Mario lo svedese si presentò solo tre volte in carriera (1984, 1995 e 1996) raggiungendo nelle ultime due occasioni i quarti di finale. Nell’anno del ritiro battè Siemerink, Pioline e Ivanisevic, prima di cedere a Krajicek con un doppio 6-3. Alla platea romana non dispiacque più di tanto – si era abituata all’allergia di Edberg agli Internazionali – ma volle lo stesso ringraziare quel Mostro Sacro, che a Milano 84 conquistò il suo primo titolo Atp, dedicandogli una delle più appassionate, lunghe e coinvolgenti standing ovation della storia del torneo.

Il fisico logoro dai sempre più persistenti problemi alla schiena e agli addominali e un giusto appagamento non gli impedirono di disputare una stagione da big, girando il mondo come un forsennato per l’ultima volta nella sua vita (prese parte a 25 tornei Atp, con la finale al Queen’s persa contro Becker come migliore risultato). Per l’ultima volta poi, vestì la maglia della Svezia, alla ricerca di un pokerissimo che svanì nell’impianto di Malmoe per mano dei francesi. Nella semifinale contro la Cecoslovacchia di Korda e Vacek diede il suo contributo, vincendo entrambi i singolari. Ma nell’atto conclusivo della competizione fu sorpreso nettamente da Pioline, che gli tolse la soddisfazione di congedarsi dalla sua nazione da trionfatore. La sconfitta del 1996 fu la terza per l’Edberg-davisman che – record tutt’ora ineguagliato nel suo Paese – può vantare sette finali Davis, con quattro successi (1984, 1985, 1987 e 1994), 35 vittorie in singolo (15 sconfitte) e 12 in doppio (8 sconfitte).

Restano le vittorie ed i numeri, ma più che dati e trofei, resta la classe di un campione che ha reso il tennis uno sport ancor più meraviglioso.

Auguri Stefan.


1 Commento per “AUGURI STEFAN EDBERG, LA CLASSE E' PER SEMPRE”


  1. Simo72 ha detto:

    Bellissimo articolo. Un campione che ho sempre ammirato per la grande ed inimitabile classe.


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