AGASSI: “LASCIARE IL TENNIS E’ UN PO’ COME MORIRE”

"Gli atleti vivono un terzo della loro vita senza programmare gli altri due terzi" ha detto al Guardian. Ha parlato di Djokovic e Murray, di suo padre, Steffi Graf e della sua fondazione. "Mi diverte vedere Kyrgios e Monfils" dice, "ma senza coach faranno poca strada".

TENNIS -“Mio padre è stato chiaro. So come ho vissuto, mi ha detto, chi sono e chi no. Se potessi rinascere, cambierei solo una cosa: non ti farei giocare a tennis”. Andre Agassi, però, cancella subito ogni orizzonte di pentimento, ogni happy ending dalle parole del padre, l’ex pugile iraniano inventore del Drago, insieme condanna e fondamento del successo futuro. “Ti farei giocare a baseball o a golf, così potresti avere una carriera più lunga e guadagnare di più”.

Il rapporto con Mike resta una ferita per Andre, che si è raccontato in una lunga intervista al Guardian. Mike, ricordava a Repubblica oltre un anno fa quando usciva la sua autobiografia, ha sacrificato tre figli al tennis. “Rita, la prima, nata nel ’60, era una ragazza fortissima, fisico e potenza, ma Pancho Gonzales, l’ex campione di tennis, me l’ha rubata. È diventato il suo allenatore, ci è andato a letto, l’ha sposata nonostante i 20 anni di differenza, l’ha allontanata da me e l’ha rovinata. Il secondo, Phillip, era un buon giocatore, ma Rita l’ha sempre scoraggiato dicendo che era un perdente. Tami anche era dotata, ma non aveva fisico, era sempre stanca, ha preferito studiare”. A 7 anni, predice ad Andre che sarebbe diventato il numero 1. Il tempo, però, non cura le ferite. “Non ti abbandonano, ma ti rendono quello che sei” dice, “e oggi mi permettono di fare la differenza nella vita degli altri”.

In fondo, Agassi oggi è rimasto l’uomo e il campione “motivato da un non sradicabile senso di insicurezza” come scriveva De Jong in un noto quanto illuminante articolo del New York Times del 1995. Il suo “bisogno di mettersi a nudo è il cuore del suo carisma” aggiungeva, per questo giocava con quella ferocia e ricordava ogni punto di ogni incontro. “Agassi ha superato un ostacolo psichico dopo l’altro e (rispetto a Sampras) è il più conservativo, ripetitivo, compulsivamente preparato”. All’epoca Barbra Streisand lo considerava un maestro zen, che divorava i libri di psicologi pop come Tony Robbins: cercava “rassicurazioni sul fatto che stava cambiando, che stava diventando una persona migliore”. Anche per questo ha avviato la fondazione che, quando aveva solo 24 anni, ha realizzato la prima scuola per i bambini poveri di Las Vegas. Da allora ha investito più di 650 milioni di dollari per costruirne un’ottantina. In questo progetto, come nei tifosi che l’hanno sostenuto negli anni di gloria ha trovato “fedeltà, generosità, le vostre spalle per sostenere i miei sogni” ha detto nel discorso dell’addio al tennis, “ho trovato ispirazione”.

L’ispirazione gli è mancata nel 1996, dopo essere diventato numero 1 del mondo. “Odiavo il tennis” conferma, “mi sentivo sconnesso ma credevo che diventare il migliore avrebbe colmato il vuoto. E invece niente, vivevo un continuo Giorno della Marmotta”. A un certo punto, però, “ho capito che potevo comunque governare la mia vita anche se non avevo scelto quella strada. È stata un’epifania. Ma da sole non ti cambiano la vita. È quello che ci fai dopo che la cambia. Ho aperto gli occhi, ho visto ragazzini con una impossibilità di scelta molto peggiore della mia. Ho imparato molto cercando di tornare numero 1”. È in questo periodo che Agassi, un tempo il ribelle per cui l’immagine era tutto, diventa l’icona dell’assoluto perfezionismo. “Per vincere – ha spiegato – ti devi allenare bene, preparare bene, idratarti bene. E farlo un po’ meglio del tuo avversario”. Ma non basta. “Qualunque sia il punteggio, il punto più importante è il prossimo”. Torna in vetta al ranking nel 1999, preludio a due delle sfide più memorabili nella rivalità perfetta contro Pete Sampras. Se il tennis è forse l’unico sport in cui è potuta sopravvivere una rilevante quota di epica, lo si deve a episodi come la semifinale degli Australian Open del 2000. Agassi vince 64 36 67 76 61. È solo la seconda volta che Agassi e Sampras arrivano al quinto set, perché solo Sampras può far apparire debole Agassi in un tiebreak (ha vinto il “jeu decisif” del terzo set 7-0), perché solo Agassi può sopravvivere a 37 aces e trovare la strada per la vittoria godendo dell’abbraccio di 15 mila fans in delirio. Ma è solo il preludio del vero show, che arriva l’anno successivo, con il “Van Halen tribute” che va in scena a Flushing Meadows. Un match che ha cambiato la storia del tennis, cinque giorni prima dell’attacco alle Torri Gemelle che ha cambiato la storia del mondo. Spettacolo puro. Tre ore e trentadue minuti di show che il pubblico ha salutato con una standing ovation all’inizio del tiebreak del quarto set. Un match in cui nessuno ha mai perso il servizio, in cui ci sono state solo nove palle break (polarizzate nel primo e nel quarto). Sampras è al suo meglio: 25 aces, 170 discese a rete con il 70% di punti trasformati. Agassi cede per la seconda volta in carriera a Flushing Meadows dopo aver vinto il primo set (l’unica altra occasione contro Lendl nel 1988), anche per quella chimica particolare che Sampras ha sintetizzato anni dopo così: “Con me Agassi perdeva anche quando giocava meglio perché sapeva che ero più forte”.

Oggi, Agassi e Graf ostentano il loro distacco dal tennis. La possibilità di perdere il record assoluto di Slam vinti nell’era Open, dice Andre, “non ha alcuna rilevanza nel mondo di Steffi”. Segue il tennis, spiega, con l’ammirazione per rivali come Federer e Nadal che ha incontrato quando erano al culmine e all’inizio della carriera, ma non sente il desiderio di tornare in campo. Ha assistito al declino di Novak Djokovic dopo il trionfo all’ultimo Roland Garros che, spiega, “sarebbe naturale se dietro ci fosse un problema fisico serio. Ma siccome non c’è nessun infortunio grave, deve essere dovuto a qualcosa di mentale, di emotivo, che solo lui e il suo staff conoscono. Ma uno come lui, che è cresciuto togliendo le bombe dai campi di allenamento, saprò di sicuro trovare la soluzione”.

Djokovic non sarà a Miami, come l’amico Murray. “Andy ha qualità atletiche superiori a quasi tutti ma a volte tende a fare troppo affidamento su questo e le partite diventano più difficili di quanto dovrebbero” ha detto al Guardian Agassi, convinto che lo scozzese possa ancora vincere più di uno o due Slam. Si diverte, spiega, a vedere Isner, Monfils e Kyrgios. “C’è un abisso fra quello che possono fare loro e quel che possono fare gli altri. Ma se non vogliono avere un coach” avvisa, “faranno poca strada”.

Nessuna possibilità, però, di vederlo al fianco dell’australiano anche se, ammette, col tempo è passato dall’odio all’apprezzamento profondo per il gioco. Del tennis, conclude, non gli manca l’intensità. Anzi, sottolinea, è sempre stata quella la parte più difficile. “Mi piaceva il lavoro che serviva per diventare il meglio che potevi essere, ma odiavo quel che i risultati non potevano dire. Il punteggio ti dice solo se hai vinto o se hai perso. Ma il problema per la maggior parte degli atleti è che passi un terzo della tua vita senza fare nulla per preparare gli altri due terzi. E un giorno quella vita finisce e devi trovare la maniera di andare avanti. Ritirarsi è un po’ come morire”.


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