L’ORGOGLIO DI NADAL

Seconda giornata all’insegna di Rafael Nadal che ancora arrugginito, si salva da una situazione complicata contro un buon Roddick. Tutto facile per Djokovic su Berdych

I quattro cavalieri dell’apocalisse, e l’illusoria scintilla Roddick. I primi tre match dell’edizione 2010 del Masters avevano fatto emergere alcune realtà: L’inquietante pochezza del livello di gioco, e match di rara povertà tecnica, agonistica ed emotiva. La noia s’è impadronita del proscenio senza troppi ostacoli. Malgrado i fumi e le presentazioni degne di un concerto degli Iron Maiden, di tennis fino alle 21,00 se n’era potuto ammirare davvero poco. L’estenuante lentezza della superficie predisposta nella Arena 02 e la stanchezza dei tennisti con muscoli e giunture logorate da una stagione massacrante, completavano un panorama subsahariano.
Dopo gli agevoli esordi di Federer e Murray ieri e Novak Djokovic oggi, le speranze di intravedere qualche spunto agonistico erano poche. L’idea di trovare qualcuno che impersonasse la figura di scheggia impazzita e scombinasse i piani prestabiliti, ancor più flebile. Ci ha pensato invece Andy Roddick, coraggioso nel suo tentativo di abbattere l’ancora legato Nadal, con i due che hanno contribuito ad elevare il livello agonistico del torneo.

Djokovic, esordio autoritario. Che Djokovic-Berdych fosse un abbinamento capace di suscitarmi le più inquietanti pulsioni suicide, lo avevo già messo in conto. Sprezzante del periglio come “Alex l’ariete”, affronto l’angoscia di petto. In differita, sembra una puntata di “Voyager” sugli inesplicabili misteri delle civiltà antiche. Sconosciute ed alle prese con i basilari erudimenti della pietra focaia. Novak si presenta nella solita tenuta degli ultimi tempi, uno striato rosso-nero che abbinato a quell’espressione inquietante rimanda ai misteri più insondabili dell’occultismo. Avvolto dagli scenici fumi è a suo agio, un dipinto quasi perfetto del tennista wrestler. Il pizzetto pare donargli un aspetto ancor più spaventoso. Uno studioso di sport pedatorio sosteneva che agli arcigni difensori conviene imbruttirsi. Lasciar crescere selvagge ed irsute barbe da spiatati guerriglieri della Patagonia per spaventare il centrattacco di turno, al solito avvezzo a svenevoli preamboli tecnicamente effeminati. Questa raffinata dottrina filosofica, potrebbe trovare fertile terreno anche nel tennis. Ma Nole, come il baluardo della difesa nerazzurra Materazzi, non ne ha bisogno. Lo spavento nasce in modo naturale, senza bisogno di barbe. Cresce e ci avviluppa dopo aver guardato il suo angolo esultante, nella penombra. Ecco l’abisso dei sensi, mi dico.
Il match si presenta fin sin da subito simile ad uno stanco match di boxe, tra due pugili suonati. Qualche scambio di puro muscolo dal fondo, ed il solito teatro da marionette legnose. Volée rudimentali e grottesche smorzate-pallonetto serbe, di quelle che fai in tempo a fumarti due sigarette prima di raccoglierle trotterellando, mentre intoni un motivetto swing. Il serbo è però più concentrato e meno falloso. Nettamente più lucido e consistente di un avversario arrivato all’impegno di fine stagione ridotto ai minimi termini, quasi rassegnato all’idea di recitare il ruolo di vittima sacrificale. Che il cecchino orbo di Cechia abbia un grande potenziale è risaputo. Ci sono anche ponderosi tomi partoriti da eminenze grigie del ramo, a testimoniarlo. Che sia simpatico come un geco repellente e moderato tatticamente quanto la Santanchè che parla di Islam e Billionnaire, anche. Se poi si aggiunge anche la spia della benzina in rosso, ecco che la conclusione è tragicamente scontata. Prova invano a reggere nei primi games, prima di essere travolto dalla furia di Djokovic, che non sarà al top, ma che si pone come osso duro per chiunque voglia vincere il torneo.

Nadal, l’orgoglio del diavolo di Manacor arrugginito. L’attesa maggiore era legata alle condizioni fisiche di Nadal. E’ nel suo destino di tennista muscolarmente prodigioso, ormai. Dove non sono più i tendini delle ginocchia, definitivamente guarite, è la spalla malconcia che lo ha costretto ad uno stop precauzionale dopo il torneo di Shanghai. Andy Roddick non era certo l’avversario più comodo per un esordio. Qualcuno, travolto dalla noia atroce e dalle comatose emozioni offerte dai primi tre match del torneo, si spingeva con ardimento nelle ipotesi più fantasiose. Per darsi fiducia. Poiché sperare nel campione malconcio che riequilibri un match altrimenti scontato non è cosa elegante, si è allora provato a ricordare un match giocato in Florida, sette mesi fa, vinto dall’americano.
Basta qualche scambio per rendersi conto di un Nadal ancora legato, arrugginito. Corre, certo. Uncina, arpiona. Sempre un atleta poderoso, ma non è quello dei giorni migliori. Basta abbassare un minimo la soglia del suo gioco, per farlo diventare normale. Un umano top ten. Andy Roddick invece pigia sull’acceleratore. Servizi vincenti che fioccano come grandine, picchia in modo giudizioso, arpiona persino delle volèe ineleganti ma tremendamente efficaci. Appare il Nadal versione Master di fine anno, stanco, forse acciaccato. Rema e lotta, perché quello è nel suo dna, ma le prodigiose gambe spesso lo abbandonano.
Il viola apparato funebre della casacca sembra premonitore. Si ritrova sull’orlo del baratro, il maiorchino, mentre l’altro fila via come un cingolato in giornata di grazia. Sotto di un set e di un break nel secondo, tira fuori le infinite riserve da numero uno. Dove non arriva il fisico ecco l’orgoglio hidalgo, agevolato da qualche tentennamento di Roddick. Torna in vita il diavolaccio di Manacor, agita i pugni torce il labbro come indispettito da chi sa cosa. Un gatto forzuto che non muore mai. L’americano continua a giocare su livelli d’eccellenza, ma gli manca il colpo del knock-out. Si scioglie nei momenti cruciali. Nadal si salva abbrancando furiosamente il tie-brak del secondo set, e il match finisce lì. Andy Roddick non crolla di schianto, ma si spegne progressivamente, seguendo la crudele legge della savana tennistica.
Ora l’americano si giocherà le restanti chance negli altri due match, e soprattutto contro Djokovic. Qualche dubbio permane su Nadal. Solo ruggine che ha provveduto a scrollare via con questa battaglia vinta, o condizione un gradino sotto quella degli altri favoriti? Ce lo diranno i prossimi match, o le sibille cumane.

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2 Commenti a “L’ORGOGLIO DI NADAL”


  1. picassopetzschner scrive:

    Jess,
    certo, Nadal ne è venuto fuori con l’orgoglio del campione e con l’esperienza. Non sarà al top, anche se Roddick per un’ora è stato devastante.
    Djokovic diverte molto anche me, non credere. Non ci fosse bisognerebbe inventarlo. E poi il suo angolo-grata dell’ucciardone, nella buia penombra, beh…spettacolo.
    Su Sodering e Federer ne ho scritto a parte, ma è comunque difficile. Non ho la calcolatrice, ma anche dovesse vincere…boh.

  2. Jess scrive:

    In effetti non è che ci siano molte sorprese in questo masters, ieri ci stava per essere, ma Nadal di sicuro al livello mentale è il miglior tennista sulla faccia della terra al momento, su questo non c’è dubbio.
    Oggi tutti davano per favorito Murray, ma il monarca l’ha sfilettato proprio per bene, alla grande perciò….spero che Robin come sta accadendo batta Ferrer, Ferrer malconcio nell’orgoglio poi almeno vinca la partita con Murray (ma la vedo dura) e se Robin batte Federer, passa Soderling come spero accada, ma chi visse sperando morir non si può dire.
    La parte su Djokovic è fantastica Pic, davvero fantastica, anche se sai che sul suo gioco non sono completamente d’accordo come ti dissi in passato, mi piace un sacco quando mi racconti con tanto affetto ed emozione dei suoi match ;)


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