BENNETEAU CI RIPROVA: “VOGLIO TORNARE NEI 100”

A Indian Wells, Benneteau ha superato le qualificazioni. Non le giocava dal 2006, quando sconfisse Djokovic al primo turno.

TENNIS – Cadeva una pioggia intermittente quel giorno sulla California. Era il 2006 e il qualificato Julien Benneteau riesce a sconfiggere al primo turno di Indian Wells un ragazzo minuto con un servizio e un rovescio già piuttosto incoraggianti. Quel ragazzo si chiamava, e si chiama, Novak Djokovic.

Per undici anni da allora, Benneteau non è più dovuto passare per le qualificazioni al primo Masters 1000 della stagione. Ha superato Groth e Marchenko, senza perdere un set, e trova al primo turno quel Facundo Bagnis che l’ha battuto 18-16 al quinto dopo 4 ore e 27 minuti di battaglia al primo turno del Roland Garros 2014. È una piccola svolta per il francese, risalito a 35 anni al numero 117 del mondo, dopo un inizio di stagione segnato da delusioni e polemiche. Al Challenger di Quimper se l’è presa col pubblico che, a suo dire, “è stato contento di vedermi perdere, volevano Sakharov nei quarti. Non nutro desideri di vendetta, semplicemente non capisco la gente. Preferiscono veder vincere il numero 250 del mondo che uno come me, un medagliato olimpico che ha vinto uno Slam in doppio”. Tornare nei Challenger, ha detto, può sembrare tra virgolette una noia, anche se “in Francia sono organizzati bene e un evento come l’Open de Vendée a Mouilleron-le-Captif non ha niente da invidiare a un 250. Naturalmente preferisco giocare grandi tornei con più tifosi e più punti. Ma ho deciso di rientrare, e so che non ho altra scelta che passare da qui”.

Il suo 2017 risulta finora scandito da tre sconfitte su quattro al tiebreak del terzo. “E’ vero, le cose non sono andate troppo bene per me – ha detto -, per miei demeriti o perché i miei avversari hanno giocato benissimo”. A quest’et, ha spiegato, dopo aver saltato otto mesi nel 2015 e aver tentato di ripartire praticamente da zero l’anno scorso, le delusioni “sono più difficili da superare”. Come il 63 46 76 subito a Marsiglia al primo turno contro Feliciano Lopez. “Non è stato facile per me pensare che sia stata una sconfitta incoraggiante – diceva – anche se nei fatti forse lo è. Ho dimostrato a me stesso che anche adesso posso giocarmela contro un top-30, peraltro al coperto dove lui si trova benissimo, e reggere sul piano tennistico e fisico. Poi, ed è qui la differerenza, tocca fare la scelta giusta nei momenti importanti. Ed è davvero frustrante non essere capace di farle alla mia età”.

Una storia che sembra ripetersi con crudele regolarità per il neo papà di Ayrton, così chiamato come il suo grande idolo Senna (nel suo personale pantheon insieme a Yannick Noah e Jimmy Connors, a Michael Jordan e Alberto Tomba). Benneteau ha vinto più di 250 partite a livello ATP sia in singolare sia in doppio, e superato i 20 successi l’anno per nove stagioni di fila, dal 2006 al 2014. Ma ha toccato un best ranking solo di numero 25 nel 2014, dopo la prima semifinale in un Masters 1000 (a Cincinnati). In doppio ha vinto 8 finali su 10, con Clément, Llodra, Mahut, Roger-Vasselin e Tsonga. Ma in singolare, è ormai storia nota, ne ha perse dieci su dieci. Eppure, quattro le ha giocate contro avversari fuori dai primi 50: Garcia Lopez a Litzbuhel 2009 (era anche avanti 63 42), Llodra a Marsiglia 2010, Nieminen a Sydney 2012 e Joao Sousa a Kuala Lumpur nel 2013 in quella che rimane il suo più grande rimpianto in carriera. Il portoghese, allora numero 77 del mondo, è alla sua prima finale in carriera. Il francese, finalista anche l’anno prima e l’anno dopo (contro Nishikori) conduce 62 54 e arriva al match point sul 30-40. Sousa però si salva col servizio, vince il secondo set 75 e chiude il terzo 64. Le dieci sconfitte, però, non gli pesano. Almeno così ha detto a inizio stagione all’Equipe. “Ne ho giocata una in un 500, a Rotterdam nel 2013. E probabilmente una o due avrei potuto vincerle ma non significa nulla per me. Ho affrontato sempre dei buoni giocatori e poi posso sempre riuscire a vincerne una”.

Nemmeno nei primi anni di carriera, però, nei tornei minori, le cose erano andate meglio. Ha perso a 20 anni le uniche finali Futures e vinto solo 3 Challenger su 7 title-match giocati. Mai, però, la questione mentale è emersa con tale chiarezza come al terzo turno a Wimbledon nel 2012 contro Roger Federer, che aveva battuto a Bercy tre anni prima nella sua unica vittoria contro un numero 1 del mondo. Benneteau arriva sull’erba senza pretese, ha saltato tutta la stagione sul rosso per l’infortunio al gomito subito per una caduta a Montecarlo. Gioca leggero, senza pressioni e senza responsabilità e vince i primi due set. Qui però la tensione cresce con l’avvinarsi del traguardo. I punti si fanno sempre più difficili, il francese come Tantalo sente l’obiettivo a portata di mano eppure insieme sempre più lontano. Vicino e irraggiungibile. Arriva sei volte a due punti dalla vittoria, per sei volte a due punti dall’impresa che vale una vita, ma perde 8-6 al quinto. È una delle tante onorevoli sconfitte che punteggiano le carriere dei buoni giocatori mai diventati campioni.

L’obiettivo dichiarato è rientrare nei primi 100 per entrare direttamente in tabellone al Roland Garros e a Wimbledon. “Ho stabilito un programma per darmi qualche possibilità in più in singolare, ripartendi proprio dai Challenger, ma senza una deadline. Poi ci saranno delle decisioni da prendere, in base alla mia classifica in singolo e in doppio e della mia condizione. Cerco di conciliare tutto, di giocare singolo e doppio con dei compagni con cui mi trovo bene. Certo, magari con un partner stabile avrei anche potuto pensare di rendere il doppio la mia priorità e cambiare qualcosa nella programmazione. Ma vedremo. Se poi non dovessi riuscire a tornare nei 100 non so bene cosa farò. Alla fine, però, ho viaggiato tanto nella mia vita e adesso ho una famiglia”.


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