C’ERA UNA VOLTA IL CIMITERO DEI CAMPIONI

Una leggenda che era diventata una sentenza: era preferibile che gli ex-campioni si tenessero distanti dal Campo numero 2, la sorpresa era (quasi) garantita

Roma – In molti aspetti il torneo di Wimbledon si differenzia dagli altri Slam per il suo carattere austero: oltre al fattore abbigliamento, che deve essere rigorosamente bianco, un’altra particolarità vuole che i campi, all’infuori del Centrale, vengano denominati semplicemente con un numero. Per cui, nessun campo Fred Perry o simili, ma campo numero 1, numero 2 e così via, fino al 19, che chiude il novero dei campi secondari. Nonostante la natura qualunquistica della nomenclatura londinese, ciascun campo nasconde storie che lo portano agli altari della cronaca: nell’edizione corrente, il numero 18 è assurto ad indiscusso protagonista mediante la sfida infinita tra Mahut e Isner, oppure per lo sputo che Victor Hanescu ha rivolto al pubblico. Storicamente, però, esisteva un campo che, proprio per il reiterarsi di una determinata situazione, si era meritato un epiteto molto particolare: il cimitero dei campioni. Si trattava del campo numero 2, abbattuto dopo l’edizione del 2008 per lasciare spazio al futuro campo 3 (pronto per il 2011), mentre il nuovo numero 2 nulla ha a che vedere con la struttura da cui ha preso immeritatamente il nome.

Perché cimitero? Il motivo del nome è presto detto, oltre che facilmente intuibile: molti campioni delle edizioni passate, o giocatori annoverati tra i favoriti del torneo, collocati in quel campo, perdevano in maniera del tutto inaspettata e clamorosa. Una lunga lista di giocatori, a partire da McEnroe per arrivare fino alle sorelle Williams, ha pagato dazio alla leggenda, che non ha davvero risparmiato nessuno. Il vecchio John, ad esempio, che fu semifinalista a Wimbledon nel 1977, solo due anni più tardi partiva come secondo favorito della kermesse su erba, volenteroso di interrompere il dominio di Bjorn Borg sui campi londinesi. Il tentativo di McEnroe venne però respinto non dallo svedese, bensì dal compianto Tim Gullickson, che, differentemente dal fratello Tom, superato agevolmente nel terzo turno da John, rifilò una vera e propria lezione all’ex studente dell’Università di Stanford nel match successivo: 6-4 6-2 6-4. Il futuro primo giocatore al mondo si sarebbe rifatto agli Us Open, dove si sarebbe aggiudicato il primo titolo Slam della carriera, mentre a Wimbledon avrebbe dovuto aspettare fino al 1981 per meritarsi il titolo.

Jimbo, due volte. Il suo rivale Connors non fu però da meno, anzi, perché le sorprese che scaturirono dalle sue sconfitte sul famigerato “Cimitero” furono ben due. La prima, nel 1983 – anno in cui  Jimmy era detentore del secondo dei titoli conquistati a Londra –  si materializzò quando, agli ottavi, trovò il sudafricano, ma di passaporto statunitense, Kevin Curren, che gli sbarrò la strada per 6-3 6-7 6-3 7-6, costringendolo così fuori dalle semifinali per la prima volta dopo 6 presenze consecutive. Ancora più clamorosa fu la sconfitta che lo stesso Connors subì, sempre sul campo numero 2, cinque anni più tardi, contro il tedesco Patrick Kuhnen. Il punteggio di 5-7 7-5(7) 7-6(2) 6-7(4) 6-3 ben sottolinea il grandissimo equilibrio lungo il quale questa sfida si dipanò, sebbene Connors a fine match fu molto amaro nei confronti dell’erba del campo numero 2, sottolineando come fosse impossibile prevedere il tipo di rimbalzo che la palla potesse avere “Avrei soltanto voluto capire come mai ogni volta fosse difficile capire il rimbalzo, una volta la palla mi arrivava in faccia, un’altra rimbalzava talmente alta da superarmi, un’altra ancora non si alzava dal terreno. Quello che vogliamo è un minimo di coerenza. Sono contento che la stagione su erba sia finito”. E finirono anche le buone prestazioni di un Connors ormai 36enne all’All England Lawn Club, che non avrebbe mai più raggiunto la seconda settimana in questo Slam.

Nessuno immune: Becker, Stich, Krajicek… Alla fine degli anni ’80 si era soliti dire che il campo centrale di Wimbledon fosse il giardino di casa Becker, vista la grandissima capacità che il ragazzone di Leimen aveva mostrato nel disimpegnarsi sull’erba inglese. A soli 17 anni e mezzo Boris si aggiudicò il titolo, bissandolo l’anno successivo: sembrava l’inizio di un inesorabile dominio, che mai si sarebbe concretizzato – i titoli a fine carriera sarebbero stati comunque tre – anche a causa dell’incredibile rovescio che il tedesco subì nell’edizione del 1987, al secondo turno, contro il carneade australiano Peter Doohan. Questo tennista proveniente da Newcastle, nel Nuovo Galles del Sud, di 26 anni – laureatosi al college dell’Arkansas – giungeva a Wimbledon, in quell’anno, senza aver vinto un match nei precdenti cinque mesi: e per il prosieguo dell’anno, al di fuori di Wimbledon, avrebbe vinto un solo incontro. Tuttavia nel secondo turno, dopo aver sudato mille camicie per aver ragione di Alex Antonitsch, Peter Doohan pose termine all’imbattibilità di Becker a Londra, sconfiggendolo per 7-6 4-6 6-2 6-4. “Continuavo a ripetermi di stare tranquillo, perché non giocavo contro Borg o Lendl, e prima o poi un errore lo avrebbe dovuto fare. Ma non è successo, mai.” Così Boris spiegò all’epoca il match della vita che Doohan giocò contro di lui, che lo avrebbe spinto fino agli ottavi di finale, miglior risultato Slam della sua carriera. Non male per uno che a Wimbledon alloggiava in una camera da 17 dollari a notte e andava al club in autobus.. Senza ombra di dubbio, l’edizione del 1999 fu la migliore per Lorenzo Manta, tennista elvetico di basso livello, tanto che nella sua carriera non è mai riuscito ad entrare tra i top-100 del ranking Atp. Solo quattro le sue presenze Slam, ma una buona capacità di muoversi sui prati che lo portò, in quell’anno, a sconfiggere, nel famigerato cimitero, il vincitore dell’edizione 1996, Richard Krajicek per 6-3 7-6(5) 4-6 4-6 6-4. Clamorosa fu anche l’eliminazione di Michael Stich, seconda testa di serie nel 1994, contro il qualificato statunitense Bryan Shelton, al primo turno (6-3 6-3 6-4). Era dal 1931 che il secondo favorito del torneo non usciva al primo turno – allora capitò ad Henri Cochet: potere del campo numero 2.

Gli eterni rivali, Agassi e Sampras, uniti per una volta. Anche Andre e Pete non mancano nel novero delle vittime del Cimitero dei Campioni. Nel 1996 Andre Agassi subì una sconfitta al primo turno sui prati che lo avevano visto aggiudicarsi il primo titolo Slam solo quattro anni prima. Il suo carnefice fu l’ottimo doppista Doug Flach, che fece valere la sua maggior capacità nei pressi della rete per estrometterlo col punteggio di 2-6 7-6 6-4 7-6. Più triste, per la circostanza, la sconfitta che sei anni dopo toccò Pete Sampras, sette volte vincitore nelle nove edizioni precedenti, che venne battuto dal numero 145 del ranking Atp George Bastl per 6-3 6-2 4-6 3-6 6-4. L’immagine di Pete seduto su una sedia che pareva isolata alla fine dell’incontro fu molto amara, ma fu poi riscattata, pochi mesi più tardi, dalla sua vittoria agli US Open, che sancì la fine della sua gloriosa carriera. Fece infine piuttosto scalpore la sconfitta di Pat Cash nel 1991, operata dal francese Thierry Champion (7-5 6-7 4-6 6-1 10-8), più che per le velleità del vincitore dell’edizione 1987, per l’insospettabile vena del transalpino, che fino ad allora era visto come un oggetto misterioso sull’erba ed invece seppe raggiungere i quarti di finale quell’anno.

Venus e Serena, che cadute! Il campo numero 2 non ha riservato soltanto sorprese in campo maschile: frequenti erano anche le sconfitte nel torneo femminile. A cominciare dall’attuale prima tennista al mondo, nonché detentrice del titolo, Serena Williams, che nell’edizione del 2005, dopo che per tre volte consecutive si era spinta fino alla finale, venne sconfitta da Jill Craybass nel corso del terzo turno (6-3 7-6(4)). Un risultato assolutamente inaspettato, se si considera che Jill, nei due precedenti match contro Serena, aveva collezionato solo 7 giochi. “Sarebbe stato meglio rimanere a casa, se sapevo che avrei giocato così. Lei non ha dovuto fare nulla di eccezionale, soltanto buttare la palla di là e vedere cosa combinavo”. Poco stile, in queste dichiarazioni, da parte della Williams più giovane, non differenti da quelle a cui, solo 12 mesi più tardi, sarebbe potuta ricorrere Venus, che, da campionessa uscente, si fece sorprendere da Jelena Jankovic (7-6(8) 4-6 6-4). Stessa sorte toccò a Martina Hingis nel 2007 – a dieci anni di distanza dal suo titolo – eliminata ai sedicesimi da Laura Granville (6-2 6-4) e a Conchita Martinez nel 1998 (vincitrice 1994), anche lei battuta al terzo turno, ma da Samantha Smith, per 2-6 6-3 7-5.

Rispetto per le tradizioni. Alla lista di vittime illustri non poteva mancare Virginia Wade, l’ultima tennista brittanica ad essersi aggiudicata il torneo di Wimbledon: la sua vittoria, avvenuta nel 1977, è lontana 33 anni. Ormai 39enne (1984), Wade, dopo aver vinto due battaglie nei primi due turni, contro Ann Henricksen (6-4 al terzo) e Zina Garrison (7-5 al terzo), venne sconfitta dalla svedese Carina Karlsson, che la prese per sfinimento al ventesimo gioco del set decisivo (6-2 4-6 11-9). Fu la penultima partecipazione di Virginia nel teatro di Wimbledon: con lei se ne andò l’ultima giocatrice capce di regalare ai tifosi britannici quello che da tempo bramano di tornare a vivere. E in attesa di questo avvenimento, che ora pesa sulle spalle di Andy Murray, nel frattempo è stato eliminato il teatro di queste illustri battaglie che spesso avevano visto un Davide tennistico sconfiggere Golia. Vista l’impresa che vanno cercando i britannici negli ultimi decenni, era forse il caso di abbattere quello che, risultati alla mano, tante sorprese aveva portato alla causa di questo torneo, dandogli un tocco di magia in più, se possibile?


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