GRAZIE ANCORA, CILE!

E’ la nostra ancora di salvezza, almeno in tema di Coppa Davis. Il curioso caso della maglia rossa di Adriano Panatta

A distanza di 35anni, è ancora il Cile a fare da comprimario sul set di un film sulla Coppa Davis che ha come protagonista l’Italia. Il film del 1976, che ha fatto vedere la conquista da parte degli azzurri della loro prima (e finora unica) insalatiera d’argento, era però un film d’autore che raccontava una storia esaltante, mentre la trama della pellicola di oggi è sicuramente di minore interesse anche se il ritorno della nostra nazionale nel Gruppo Mondiale rappresenta per il tennis italiano un traguardo finalmente raggiunto dopo undici anni di purgatorio.

Analizzando le due situazioni, non v’è dubbio che la squadra del 1976 composta da Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli , con un grande capitano come Nicola Pietrangeli, era molto più forte di quella attuale che ha schierato Fabio Fognini, Potito Starace, Simone Bolelli e Daniele Bracciali, mentre la formazione cilena – oggi come allora – ha dimostrato di non avere giocatori all’altezza del compito.

Di quel lontano 1976 ricordo le accese polemiche alla vigilia della finale, alimentate soprattutto dai nostri politici che avrebbero voluto impedire agli azzurri di recarsi in Cile per affrontare la rappresentativa di un paese governato dal dittatore “fascista” Pinochet. In quel difficile frangente fu decisiva la coraggiosa presa di posizione di  Pietrangeli, che si adoperò affinché l’incontro si disputasse sostenendo con forza che lo sport non deve mai essere “contaminato”  dalla politica.

Si deve in gran parte a lui (che, vale la pena di ricordarlo soprattutto ai più giovani, è stato il più forte giocatore e il più blasonato capitano azzurro di tutti i tempi) se i nostri ragazzi poterono partire per Santiago, dove furono protagonisti di una luminosa pagina della storia del tennis italiano.

Anche se, dobbiamo onestamente ammetterlo, la finale vinta nel 1976 contro il Cile non può essere paragonata – sul piano del valore assoluto – alle due sconfitte del 1960 e 1961 subite sull’erba australiana dal golden team di Nicola Pietrangeli e Orlando Sirola contro i “mostri sacri” Laver & Co., che venivano da un altro pianeta rispetto ai più che modesti Fillol e Cornejo.

A quel tempo ricoprivo la carica di vice-presidente responsabile del settore sportivo del Circolo Canottieri Roma, e fui intervistato da un giornalista – di non so più quale radio o televisione – che mi chiese di commentare le polemiche in corso e se fossi favorevole o meno alla trasferta in Cile dei nostri giocatori.

Gli risposi che, se altre nazioni avevano dato forfait permettendo alla squadra sudamericana di arrivare in finale, noi non potevamo “regalargli” la Coppa Davis ed avevamo quindi il sacrosanto dovere di andare a casa di Pinochet, dargli una sonora legnata e portarci in Italia il trofeo tennistico più prestigioso del mondo, peraltro ampiamente meritato.

Di quella lontana esperienza mi ha incuriosito la recente versione che Adriano Panatta ha dato (scrivendo, mi pare, anche un libro sull’argomento) a proposito della maglietta rossa da lui indossata nella trasferta di Santiago, che avrebbe avuto un significato politicamente  provocatorio nei confronti del dittatore “nero” cileno. Poiché non ne aveva mai fatto cenno prima, come mai – mi sono chiesto – si è ricordato di far conoscere un particolare così suggestivo dopo tanti anni? Non sarà stato invece, come insinua qualche voce maliziosa, piuttosto un fatto scaramantico per aver indossato quella “mitica” maglietta rossa in qualche precedente occasione vittoriosa?

Tornando al presente, un grande applauso ai giocatori azzurri che hanno compiuto l’impresa di riportare l’Italia nel Gruppo Mondiale della Coppa Davis. Una posizione che tra non molto dovranno dimostrare di saper mantenere.

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