DAVIS 1976, UN CAPPELLO PIENO DI RICORDI

Lucio Biancatelli e Alessandro Nizegorodcew raccontano l'unica Davis italiana attraverso le testimonianze di chi c'era: giocatori, giornalisti, appassionati. "1976, Storia di un trionfo" è un viaggio sorprendente nella memoria condivisa.

TENNIS – “Ci vogliono 23 ore di volo per arrivare a Santiago. Ma la squadra azzurra ha impiegato 76 anni per raggiungere la più celebre, la più ambita insalatiera del mondo”. È Pino Locchi, il doppiatore di Sean Connery, ad accompagnare le immagini girate in pellicola da Gigi Oliviero a Santiago del Cile. Le uniche riprese filmate della finale che ha regalato all’Italia l’unica Coppa Davis della sua storia. Un successo che a quarant’anni di distanza non perde fascino e valore, una storia nella Storia che nessuno può cambiare. E per questo dà i brividi. Anche a Lucio Biancatelli e Alessandro Nizegorodcew che, con sguardi diversi per anagrafe e ricordi, l’hanno raccontato nel pregevole “1976. Storia di un trionfo” (ed. Ultra Sport).

L’unica Davis dell’Italia segna il lustro che porta dall’11 settembre 1973, dal colpo di Stato in Cile del generale Pinochet, al 16 marzo 1978, all’eccidio di via Fani e al buco nero della Repubblica. In mezzo, l’assassinio dell’ex ministro Letelier a Washington e dell’esule Bernardo Leighton a Roma e il compromesso storico Dc-Pci. Per raccontare quella sfida che ha diviso e mobilitato l’Italia, gli autori hanno raccolto le testimonianze di tutti, di chi l’ha vista, di chi c’era.

Hanno restituito il senso di un anno, di un’epoca, di un passaggio di tempo destinato a segnare una cesura nella nostra storia moderna. Hanno tracciato il ritratto di una trasferta “bipolare”, con l’Italia accolta al meglio nel Cile sotto il regime da tre anni, il Cile delle “kilombos” (le case chiuse) che aveva appena approvato lo scambio di prigionieri politici fra il dissidente comunista Corvalan e l’anticomunista Bukiwski prigioniero in Unione Sovietica.

Intervistano Silvano Tauceri, inviato del Giornale reduce da un reportage nell’Argentina di Videla che avrebbe ospitato i Mondiali, bloccato in una caserma per 5-6 ore dopo essere stato fermato in taxi insieme ai colleghi Rino Cacioppo e Daniele Parolini con l’accusa di aver scattato una foto alla caserma della Polizia. Raccolgono il ricordo di Daniele Garbo, allora giovane inviato della rivista Match-ball, che visita la sede della finale: un’area che, racconta, “si presenta un po’ come il nostro Foro Italico, con lo stadio del tennis vicino a quello del calcio che ospitò i mondiali del 1962. Stadio che fu adibito a lager per i prigionieri politici”. La guida che li accompagna “non ci condusse nei sotterranei, ma solo negli spogliatoi. Poi ci hanno detto che proprio alla vigilia di quella finale gli ambienti dello stadio che erano stati utilizzati dal regime per la repressione furono “bonificati”.

Dopo lo stadio fu la volta del tour in centro: sul palazzo della Moneda c’era il cartello “restauro in corso”. Altro che restauro, era stato bombardato, erano rimaste in piedi solo le mura perimetrali e la stavano letteralmente ricostruendo”.

È in questa atmosfera che si gioca la finale. L’Italia è in Cile grazie soprattutto a Ignazio Pirastu, allora allora responsabile della Commissione Sport della Direzione del Pci, che dimostra il cambiamento di linea del partito rispetto all’iniziale opposizione ideologica di Berlinguer in un memorabile speciale del Tg1 del 27 novembre 1976 condotto da Arrigo Petacco.

La vigilia azzurra è movimentata. Belardinelli discute animatamente con Pietrangeli perché voleva un isolamento maggiore dei giocatori, mentre il capitano aveva concesso la presenza anche di mogli e compagne: la sera della vigilia verrà anche ricoverato in ospedale per un malore. Panatta, il numero 1 azzurro, arriva a Santiago “direttamente dagli Stati Uniti, dove avevo giocato alcune esibizioni, l’ultima delle quali a Las Vegas. Avevo febbre e uno sfogo in bocca, forse lo stress di una stagione durissima, forse il caldo. Dissi a Belardinelli che non me la sentivo di giocare, lui mi fece cambiare subito idea con i suoi modi spicci. Mi prese per il collo minaccioso: “Ma come, abbiamo fatto tutti questi sacrifici per arrivare qui e tu non vuoi giocare?”.

È l’ultimo tassello di una leggenda, di un racconto che procede nel libro per giustapposizione di suggestioni, con un lavoro di montaggio e cucitura garbato, rispettoso, che lascia intatte anche le apparenti contraddizioni sui dettagli fra un ricordo e l’altro. Perché un ricordo è un angolo di visuale, una porta che si apre su un punto di vista, una finestra che lascia scorgere solo l’orizzonte compreso dal suo naturale confine. Nel cerchio di voci, oltre anche ai tennisti di generazioni successive che hanno conosciuto gli eroi azzurri, Barazzutti, Bertolucci, Panatta e Zugarelli, come capitanoi di Davis o maestri, spicca l’occhiata al di là del muro, il racconto di Jaime Fillol. Il numero 1 cileno racconta di un popolo che, dopo tre anni di dittatura, “sapeva ormai come comportarsi e affrontare le tante difficoltà e barbarie. Noi tennisti, viaggiando per il mondo tutto l’anno, non avevamo però ben chiara la situazione e la sua reale drammaticità. Ho saputo in seguito che i giocatori italiani furono minacciati prima della partenza, ma anche per noi quegli anni furono drammatici: nel settembre del 1975 eravamo a Bastad per sfidare la Svezia di Borg e un gruppo di esuli cileni, a scopo di dichiarare la forte opposizione a Pinochet, arrivò a delle vere e proprie minacce di morte”. Un popolo che emerge dal ricordo di Gian Paolo Bonomi, autentica perla nella successione di testimonianze preziose, il tour operator milanese che organizzò il viaggio a Santiago per una finale raccontata solo dalla radio.

Raccontata dalla voce di Mario Giobbe, suoi gli unici interventi per il GR2 con Lea Pericoli (entrambi ascoltati dagli autori), e un disco in vinile, “Le mani sulla Davis”, un gioiello inestimabile anche in quanto ormai introvabile, che racconta la vittoria dei moschettieri italiani in Cile, con le voci dei protagonisti. La tv non manda inviati a Santiago, e l’amarezza di Giampiero Galeazzi ancora traspare. Rai 1, che manda una sintesi differita dalle 22,15 nelle prime due giornate e dopo l domenica sportiva nell’ultima, gli affida solo la telecronaca degli ultimi due singolari. L’impeto giornalistico però travolge Guido Oddo, telecronista delle prime due giornate, che all’inizio della trasmissione del doppio annuncia il trionfo azzurro.

Quel giorno, scrive Giorgio Di Palermo nella postfazione, “sapevamo che la Coppa Davis era il massimo trofeo tennistico a squadre. Io ricordo dov’ero, che facevo e con chi ero, quel 18 dicembre 1976 (quando) l’Italia incise il suo nome sulla Coppa, e tanti bambini ci raggiunsero sui campi. Lo Sport aveva vinto. Bravi, Nicola, Adriano, Corrado, Paolo e Tonino! Grazie, Campioni”.


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