DAVIS, DJOKOVIC: “VOGLIO DIVENTARE CAPITANO DELLA SERBIA”

Vorrebbe la Davis con il format del Mondiale di calcio. Ma Novak Djokovic conferma la passione per la nazionale. "Quando chiuderò la carriera, penserò di continuare come capitano". E promette: contro la Francia in semifinale ci sarò.

TENNIS Vuole cambiarla, ma alla Davis non rinuncia. “Mi piace giocare la Davis per la rappresentativa del mio Paese, mi piace stare con la squadra. E quando un giorno chiuderò mia carriera da giocatore penserò di proseguire come capitano” ha detto Novak Djokovic, unico top 10 presente nei primi due turni quest’anno. “La responsabilità è grande ma è anche un privilegio guidare la squadra nazionale sulla scena mondiale, mettere a disposizione le proprie conoscenze e la propria esperienza, trasmettendole ai giovani”.

Vorrebbe che l’ITF trasformasse la Davis, sogna un format simile ai Mondiali di calcio, con “10-20-30 squadre che si dividono in gruppi e poi le fasi finali. Così le persone sarebbero più interessate, ci sarebbe più passione” ha spiegato. “Sono sicuro che tutti i tennisti vogliono giocarla, perché amano il proprio Paese come faccio io. Non è positivo vedere tutti questi top players assenti, ma giocare la Coppa Davis richiede tante energie. Rispetto la traduzione e la storia della Coppa Davis, ma ha perso comunque valore, al di là del fatto che io la giochi tutto l’anno o meno”.

Ha promesso che ci sarà in Francia per la semifinale, cinque giorni dopo lo Us Open (dal 15 al 17 settembre) anche se dovesse vincere a Flushing Meadows, per una sfida che vale un piccolo abbandono alla nostalgia Bleu, una concessione alla malinconia dolce per il primo, e finora unico, trionfo serbo in Davis.

È il 2010, e il vento del cambiamento si sente già dal primo turno. Nell’ottavo di finale più spettacolare, la Serbia batte gli Usa, mai fuori all’esordio in Davis dal 2005, e centra la prima vittoria nella sua storia nel World Group. Djokovic batte Querrey venerdì e Isner domenica, dopo una lotta di 4 ore e 16 minuti, in cui spacca due racchette (prende anche un penalty point nel quarto set), spreca cinque match point prima di chiudere al sesto e far esplodere la Belgrade Arena. I quarti, in Croazia, sono tanto più sentiti alla vigilia, per le evidenti implicazioni geo-politiche, quanto tranquilli in campo con i campioni croati fin troppo spenti: Djokovic non perde un solo set e cede solo 19 giochi per sconfiggere Ljubicic e Cilic.

In semifinale, una gastroenterite lo tiene fuori dalla prima giornata, ma rientra in tempo per il doppio (vinto dai cechi) e per rimontare Berdych dando il là all’impresa serba che vale la prima finale della storia.

Djokovic chiude il 2010 in Davis senza sconfitte in singolare, e nell’ultima giornata della finale domina Monfils, che ottiene 33 punti in meno. Poi lascia a Troicki il compito di chiudere il trionfo contro Llodra. La Serbia firma la sesta rimonta da 1-2 in finale di Davis (era accaduto anche nel 1902, Usa b. Gran Bretagna, nel 1927, Francia b. Usa, nel 1953, Australia b. Usa, nel 1964, Australia b. Usa, e nel 2002, Russia b. Francia) e diventa la terza nazione ad alzare l’Insalatiera alla prima finale dopo la Svezia di Borg nel 1975 e la Croazia di Ljubicic e Ancic nel 2005.

Festeggia quel trionfo col saluto a tre dita, per tre nomi che cambiano, a seconda delle epoche: le tre C (tre S nella traslitterazione latina) del motto sloga srbina spasava, l’unità salva i serbi; Dio, patria e zar; Dio patria e famiglia; Serbia, Montenegro e Bosnia; Dio, patria e morte, nella versione dei cetnici, i fascisti serbi che combattevano per l’indipendenza e in Bosnia tagliavano anulare e mignolo ai prigionieri per condannarli a vita a salutare come il nemico.

La Francia è anche l’ultimo avversario in Davis della Jugoslavia unita, una nazione che non c’è più che si presenta praticamente senza giocatori alla prova del tempo, alla semifinale del 1991. Un anno prima i cestisti Vlade Divac e Drazen Petrovic, serbo il primo, croato il secondo, amici fraterni, vengono quasi alle mani ai Mondiali di Buenos Aires: durante i festeggiamenti irrompe un tifoso con la bandiera croata che Divac butta via dicendo «Siamo Jugoslavia, non Serbia o Croazia».

Nell’estate del 1991 Ivanisevic, protagonista nei quarti di Davis contro la Cecoslovacchia di Korda e Novacek, durante gli Us Open, annuncia insieme a Prpic che non giocherà con la Jugoslavia l’imminente semifinale contro la Francia. In patria molti loro amici si sono uniti alla guerriglia contro i ribelli serbi. «Non vedo una ragione per giocare per una nazione che non esiste» spiega Prpic, che aggiunge: «È stupido uccidere, combattere qualcuno che sei mesi fa consideravi tuo amico».

Ivanisevic, che a Flushing Meadows dichiarava “questa è la mia pistola, la mia racchetta” due anni dopo annunciava: «Mi hanno permesso di usare una mitragliatrice. Mi hanno mostrato come fare. Era difficile controllarla, ma è stata una bella sensazione. Pensavo che sarebbe stato bello avere qualche serbo davanti a me».

Così Slobodan “Bobo” Zivojinovic, il solo altro tennista serbo numero 1 in doppio, difende la patria con l’imberbe Srdjan Muskatirovic, al debutto in Davis. Ma contro la nazionale che fu dei Moschettieri non raccolgono nemmeno un punto. Il dead rubber contro l’attuale capitano francese Guy Forget è l’unica partita intera giocata in Davis da “Bobo”, che l’anno dopo chiude la sua carriera da giocatore nella coppa ritirandosi dopo aver perso il primo set dall’australiano Fromberg.

La guerra fa saltare una generazione, la Serbia torna ai vertici del tennis nei Noughties, grazie soprattutto a Novak Djokovic che non ha mai fatto mistero di quello che significa per lui giocare in Davis. Tanto da aver rinunciato alle sirene del denaro per amore di bandiera.

Era il 2006, il 19enne Djokovic, allora n.63 e più giovane top-100, era il frontman della Serbia-Montenegro contro la Gran Bretagna. Il 9 aprile, a Glasgow, Djoko batte Rusedski, dà alla sua nazionale il punto del decisivo 3-1 e rifiuta l’offerta della LTA. «La Gran Bretagna mi offriva grandi opportunità, ma io non avevo bisogno di denaro così tanto come in passato. Guadagnavo già abbastanza da potermi permettere di viaggiare senza un coach e mi sono chiesto “ne vale la pena?”. Io sono serbo, sono fiero di essere serbo, e non mi va cancellare tutto questo solo perché un’altra nazione mi offre condizioni migliori. Se avessi giocato per la Gran Bretagna avrei giocato esattamente come gioco per la mia nazione, ma dentro non avrei mai sentito di appartenerle».

Nel playoff di settembre, rimonta da sotto due set a uno contro Wawrinka e papà Srdjan per la prima volta se la prende con Federer che la domenica gli lascia otto game e lo attacca in conferenza stampa. Quell’”he’s a joke” sarà però smentito eccome: al successivo tie di Davis, Djokovic è già top 10. Quella contro la Svizzera è l’ultima partita che la nazionale gioca sotto la denominazione di Serbia e Montenegro, anche se nei fatti non cambia nulla. Il quartetto il campo quel giorno è lo stesso che batte il Canada in semifinale nel 2013 (in un lustro, sono bastati Djokovic, Troicki, Tipsarevic, Zimonjic e Bozoljac per arrivare tra le grandi del mondo).

Nel 2007 Djoko è decisivo nel playoff contro l’Australia, in cui porta a casa tre punti e guida la Serbia al World Group 2008. Qui, al primo turno, di fronte c’è la Russia: Djokovic vince il doppio con Zimonjic, ma si ritira, avanti due set a uno, nel primo singolare della domenica contro Davydenko: Novak, che ha sofferto di sintomi influenzali nei giorni precedenti, sul 3-0 in suo favore nel terzo inizia a respirare male e si ritira, dice, per non rischiare la salute.

L’anno successivo la Serbia torna nel World Group, ma di fronte c’è la Spagna di Nadal. Un mese dopo i due saranno protagonisti della partita più lunga (e certo una delle più intense) sulla distanza dei due set su tre, ma a Benidorm Novak conquista solo nove game. Perderà anche da Ferrer, quel giorno. Ma da quel giorno, a parte il ritiro contro Del Potro nella semifinale del 2011, in singolare conosce solo vittorie. E alla Davis non rinuncerebbe mai.


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