RIVOLUZIONE DAVIS, VIA I CINQUE SET IN SINGOLARE DAL 2018?

Ad agosto, l'ITF discuterà le riforme alla Coppa Davis. All'orizzonte singolari al meglio dei tre set e finale in campo neutro. "Dobbiamo andare incontro ai tifosi e lavorare con i giocatori" dice il presidente Haggerty. Contrari Noah e Benneteau, dubbioso Jamie Murray.

TENNIS -“A chi importa, perché dovrebbe interessarmi?”. Così Pete Sampras spiega a John McEnroe, che lo scrive nella sua autobiografia, come mai non festeggia così tanto. Eppure ha dato i tre punti agli Usa nella finale di Davis del 1995 contro la Russia. Sono passati 22 anni, ma i problemi sono sempre gli stessi. Novak Djokovic è l’unico top 10 che ha giocato i quarti di finale. Ai grandi, dunque, la Davis sembra non interessare più.

Dave Haggerty, il primo presidente made in Usa dell’ITF dagli anni Settanta, ha messo la Davis come sua priorità. Vuole portarla verso il futuro, vuole adattarla ai tempi moderni. Dopo il tiebreal al quinto, ora vuole accorciare i singolari al meglio dei tre set e mantenere la distanza lunga solo per il doppio. Una riforma radicale che, come tutte le innovazioni, deve essere approvata con maggioranza dei due terzi al meeting generale annuale della federazione, previsto il prossimo agosto a Ho Chi Minh City. “Penso che il nostro obiettivo principale deve essere incrementare, rinforzare l’esperienza per i tifosi a casa, per gli spettatori sugli spalti e per le tv” diceva a marzo al New York Times. “Vedere due match al quinto nella stessa giornata può essere bellissimo ma anche molto lungo”.

A Rouen, dove è andato a seguire Francia-Gran Bretagna con Giudicelli, il presidente della fderazione francese che guida anche il Davis Cup committee, ha trovato una sponda nel capitano britannico Leon Smith. “Il formato non è a misura dei giocatori né degli spettatori” ha detto lo scozzese alla BBC. “Non è facile chiedere a un bambino di venire a vedere due partite tre set su cinque nello stesso posto: è troppo lungo. E poi, per un giocatore con una programmazione intensa, il solo pensiero di dover magari giocare tre partite al quinto in tre giorni ti può convincere a non venire in Davis. Accorciare i match al meglio dei tre set è più realistico per tutti”.

Nell’anno dell’introduzione della Laver Cup, l’annuale esibizione fra Europa e Resto del Mondo che si aprirà a Praga il prossimo settembre, cambiare per mantenere la popolarità della Davis si fa sempre più urgente. Ma in che direzione andare, per non mortificare una competizione nata nel 1900, e per questo insieme affascinante e indubbiamente anacronistica? “Gli argomenti dei top 10 sono soprattutto economici” diceva a febbraio Yannick Noah, convinto che si possa ancora far convivere la partecipazione ai tornei che regalano ricchi prize money e l’attrazione per una competizione che porta atleti simbolo di uno sport individuale a rappresentare la propria nazione.

“Sono della vecchia scuola” ha sottolineato a Rouen, “e i sognatori possono pensare che oltre alle questioni di soldi ci sia di più. Si può parlare di sport senza tirare in ballo sempre l’economia. Quando giocavo, per me la Davis era anche l’occasione di incontrare persone nuove, di andare in posti dove normalmente la gente non vedeva quel tipo di tennis”.

Più cauto Jamie Murray, che fa parte del Players Council. “Haggerty ci ha parlato, gli abbiamo dato le nostre opinioni poi il giorno dopo ci ha detto che sarebbe andato avanti comunque per la sua strada” ha rivelato, come riporta il Guardian. “Ora, le cose stanno andando così perché sanno che i giocatori non sono contenti del formato e devono cambiarlo perché stanno perdendo i top player. Quando giocavano Noah e Forget, era diverso. E’ un peccato che non sia più così, perché la Davis è un grande evento, ma perché abbia il valore che merita i top player devono scendere in campo. Ma ora come ora non la sentono come una priorità”.

Ai top player, spiegava Djokovic lo scorso novembre, “non conviene giocare la Davis perché casca male in calendario, subito dopo uno Slam o il Masters, e ti richiede di disputare anche tre partite al quinto set in tre giorni”. Per questo Tomas Berdych, come in passato anche Patrick McEnroe, aveva invocato la trasformazione della Coppa Davis in un evento biennale. Haggerty, però, non è d’accordo.

“Crediamo che sia molto importante mantenere la Coppa Davis come un evento annuale” ha detto a Inside the Games in occasione della SportAccord Convention di Aarhus . “Si gioca in 126 nazioni e in molte è il solo evento professionistico che hanno. Se non riuscissimo a farla rimanere una competizione annuale, non faremmo bene il nostro lavoro come Federazione Internazionale che deve far crescere questo sport ovunque nel mondo. La nostra missione è sviluppare il tennis. Per questo vogliamo far crescere la Davis e ottenere ricavi maggiori da sponsor e tv, per poter restituire più soldi alle nazioni”.

Il presidente Haggerty appare più orientato verso il passaggio della finale in un evento in campo neutro, scelto magari su base triennale. Una proposta che non ha certo persuaso Noah. “Possiamo andare anche a giocare a Dubai, e magari sarà anche economicamente molto vantaggioso. Ma credo che si perderebbe qualcosa di essenziale, lo spirito della Davis: due nazioni che si scontrano in casa dell’una o dell’altra, incontrando persone diverse, portando il tennis dove di solito il tennis non si vede”.

La forza della Davis, ha detto Gilles Simon, “sta nella sua atmosfera, la sua debolezza nel formato, nella collocazione in calendario. Giocare la finale in campo neutro è una cattiva idea”. Ancora più radicale il giudizio di Julien Benneteau, che ha portato insieme a Mahut il punto del 3-0 e suggellato la quinta semifinale in otto anni per la Francia in Davis. “Una decisione del genere è la morte del tennis” ha scritto sul suo profilo twitter.

Una finale in sede neutra, che cambi ogni due o tre anni un po’ come accadeva per il Masters nell’era post Madison Square Garden e come ancora accade per i WTA Championships, “è un modo per sbloccare ricavi ulteriori in grado anche di aiutare il tennis di base” spiegava Haggerty alla Reuters lo scorso settembre. “Fa tutto parte della nostra missione di aumentare l’appeal di questo sport, sarebbe una vittoria per tutti”.

Con i singolari al meglio dei tre set e la finale in campo neutro, ha aggiunto, “la competizione sarebbe ancora più forte, di livello più alto e con un maggiore appeal per le televisioni. La cosa più importante è lavorare con i giocatori, far loro capire perché questi cambiamenti sono positivi per loro. Giocare per la nazionale in Davis, un po’ come alle Olimpiadi, va al di là dei soldi. È l’esperienza di diventare un eroe nazionale”.

Il dubbio, insomma, è sempre lo stesso e sempre più forte. La Davis è in declino, i top player non la sentono più come una priorità, le esigenze del business si scontrano con le ragioni dei tradizionalisti. “Quando perdi il supporto dei giocatori più forti” ha ammesso il capitano Usa Jim Courier, “vuol dire che l’asset sta perdendo valore e qualcosa si deve fare e in fretta. Se non ti piace il cambiamento, l’irrilevanza ti piacerà ancora meno”.


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