DEL POTRO E LA NUOVA LEGION ARGENTINA

"Del Potro ha insegnato a tutti gli argentini che se lottiamo, possiamo vincere" ha detto Maradona. Storia del tennis argentino, di capitan Orsanic, di un eroe da romanzo.

TENNIS – “Del Potro ha dato una lezione a tutti gli argentini. Ci ha ricordato che se lottiamo, possiamo vincere”. Parola di Diego Armando Maradona, che ha raccontato di aver baciato il polso di Palito prima dell’impresa che vale una stagione, e non solo. Un’impresa che ha concluso, ha scritto Sergio Danishewsky sul Clarin, con “le gambe aperte e appena flesse, le braccia spalancate, i pugni chiusi e gli occhi lucidi. Un gigante di 198 centimetri piantato nello stadio di Zagabria di fronte al più numeroso gruppo di argentini che hanno attraversato l’Oceano perché sentivano che lì qualcosa di grosso avrebbe potuto succedere. (Un) uomo le cui ultime partite dovrebbero essere continuate in ogni circolo e la cui parabola richiama un film o un romanzo (ha) rimontato uno svantaggio di due set per la prima volta in carriera per battere il numero sei del mondo”. L’attesa è finita, dopo 93 anni l’Argentina ha vinto la sua prima Coppa Davis anche perché quel gigante piantato davanti ai tifosi a Zagabria ha scelto di “ascoltare quelli che lo spingevano a continuare e non ha dato ascolto alle sue paure”.

È stata la vittoria di Del Potro, di Del Bonis. È stata la vittoria di capitan Orsanic che con Palito ha ricucito i rapporti dopo le tensioni con Nalbandian e le frizioni con Martin Jaite. Ha esordito l’anno scorso a Tecnópolis contro il Brasile che non batte l’Argentina dal 1975. Del Potro è sotto i ferri,gli eroi di un tie finito al lunedì sono Leonardo Mayer e Delbonis, che completa la rimonta da 1-2 a 3-2 su Thomaz Bellucci, allenato in passato proprio da Orsanic. “Leo mi ha ispirato col suo cuore” dirà Delbonis. “Sull’ultimo punto ho colpito e basta, non ho nemmeno visto dove andava la palla, poi c’è stato un grande silenzio, nessuno diceva nulla e infine un’emozione indescrivibile”. Arriva poi la vittoria sulla Serbia senza Djokovic, decisa già dal doppio (Berlocq e Mayer battono Troicki e Zimonjic) ma alla prima trasferta, in semifinale, l’Argentina si ferma contro il Belgio. Quest’anno il capolavoro, anche grazie al ritorno di Palito, un viaggio iniziato con la Polonia, su un campo poi valutato troppo veloce per gli standard iTF, proseguito sotto la pioggia e la terra umida di Pesaro, il viaggio in Scozia e a Zagabria. Un viaggio che per Orsanic è iniziato a 9 anni, quando ha iniziato a giocare a tennis. Doppista energico, con otto titoli in carriera, è a suo padre Branko Orlovich che deve la sua vocazione di allenatore. La prima, storica, Davis argentina un po’ è anche sua.

È un trionfo da leggenda per il quartetto di eroi dell’Albiceleste che domani saranno ricevuti alla Casa Rosada dal presidente Macrì. Un trionfo che il Clarìn ha messo sullo stesso piano dei momenti che hanno scritto la storia dello sport argentino tutto. I cinque titoli mondiali di Juan Manuel Fangio in F1, le maratone olimpiche di Juan Carlos Zabala a Los Angeles 1932 e di Delfo Cabrera a Londra 1948, il titolo mondiale vinto da Carlos Monzón su Nino Benvenuti a Roma il 7 novembre del 1970, il British Open di Golf di Roberto De Vicenzo nel 1967 o gli ori a cinque cerchi, più recenti, di Sebastián Crismanich quattro anni fa e di Paula Pareto l’estate scorsa a Rio. Un trionfo che, nella memoria, può arrivare a definire un momento, un epoca, una stagione, come i due titoli mondiali del 1978 (il trionfo di Kempes e del Flaco Menotti nell’Argentina della giunta Videla e dei desaparecidos) e del 1986, il Mondiale della Mano de Dios e dell’aquilone cosmico.

A Zagabria, l‘Argentina suggella oltre un secolo di storia tennistica. Sono gli inglesi a portare a Buenos Aires e dintorni il “Deporte Blanco”, un passatempo borghese in cui brillano all’inizio Enrique Morea e Mary Teran de Weiss, che morirà suicida: a lei è intitolato il Centrale al Parque Roca di Buenos Aires, inaugurato con la semifinale di Davis del 2006 vinta 5-0 sull’Australia. Per accendere il popolo albiceleste, però, serve un campione poeta, che scrive versi fra una partita, un campione fragile e sensibile cui i freddi numeri hanno negato il numero 1 del mondo nel suo anno di gloria, il 1977. Un campione come Guillermo Vilas che ha portato nel tennis quel che prima non c’era. Ha inventato un colpo nuovo guardando una pubblicità.

Sta passando lo spot per il whisky Old Smuggler, il marchio del “Vecchio Contrabbandiere” che nel 1976 sponsorizzerà la scuderia automobilistica di turismo che vincerà sei gare di fila e farà della Chevrolet Chevy di Roberto Mouras la leggendaria “7 de Oro”. Come testimonial hanno scelto il più grande giocatore di polo di tutti i tempi, Juan Carlos Harriott. Lo chiamano l’Inglese o Juancarlitos per distinguerlo dal padre che si chiama come lui, e nella sequenza che fa scattare la mente di Vilas fa passare la palla tra le gambe del cavallo. Proverà quella magia prima in esibizione, poi solo un anno dopo in una partita ufficiale, a Indianapolis contro Manolo Orantes, e continueranno a chiamarla Gran Willy.

Il suo grande rivale di quegli anni è Josè Luis Clerc, con cui però ha composto il doppio più vincente nella storia dell’Argentina in Davis. Introverso, autocritico fino all’eccesso, dipinge di rovescio, soprattutto sulla terra rossa. Ha imparato contro il più diffuso degli avversari e dei compagni, il muro, all’Aviron Club di Tigre dove suo padre lavorava, è arrivato due volte in semifinale al Roland Garros e ha quasi vinto con Vilas la Davis del 1981 a Cincinnati, ma non serviranno nemmeno le provocazioni a mandare in confusione McEnroe. “I tennisti si dividono in due categorie” diceva, le macchine e gli esseri umani. Io ho sempre fatto parte della seconda”.

Arrivano poi Alberto Mancini, l’avversario di Agassi nella celebre finale del toupé, Martin Jaite, Guillermo Perez Roldan, Horacio De La Pena e Gabriela Sabatini, la regina di Roma. Il pubblico l’adora per quel suo modo così personale di unire l’eleganza e la garra, con l’arrotata gentile di dritto e il rovescio glamour. E gli uomini over 14 invidiano non poco Eugenio Rossi, che l’ha frequentata per una stagione e certo non solo come coach. Italiana lo diventerà, Gabriela, nel 2003: con lei Potenza Picena comincerà ad acquistare la fama di città degli oriundi. È l’allora sindaco Mario Morgoni a presentarle Rosalba, Sergio e Gianfranca, i cugini di papà Osvaldo, dietro la finestra e sotto il lampadario a goccia dell’ufficio anagrafe.

L’Argentina naviga continuamente fra progresso e crisi economiche. Supera il vuoto degli anni Novanta, vive la prosperitò con Menem e una generazione d’oro, la Legion Argentina, con Guillermo Canas, David Nalbandian, Mariano Puerta, Mariano Zabaleta, Gaston Gaudio e Guillermo Coria, che firmano il punto più alto, la finale tutta albiceleste al Roland Garros. Poi l’economia crolla ancora e arrivano investitori privati non sempre con valide intenzioni. La geografia del tennis argentino, senza un centro tecnico federale, si divide allora fra Buenos Aires e il Club Independiente di Tandil, a 330 chilometri dalla capitale, dove Marcelo Gomez ha scoperto Zabaleta, i fratelli Perez Roldan, Davin, Junqueira, Monaco, Gonzalez, Patricia Tarabini e Del Potro, il simbolo della nuova Legion Argentina che ha firmato l’impresa di Zagabria.

Grazie al trionfo di domenica, l’Argentina è diventata l’ottava nazione a salire al numero 1 del ranking della Davis, introdotto nel 2001. Ora Del Potro potrà giocare, contro l’Italia, il suo primo incontro in casa da quando è rientrato sul circuito. E celebrare il trionfo di un’intera nazione che aspetta di abbracciare il campione dei ritorni.


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