E’ FOGNINI IL DAVIS-MAN AZZURRO

Ha vinto 18 partite su 25. Ha incassato anche i complimenti di Maradona dopo la vittoria su Pella. Fabio Fognini, nuovo numero 1 d'Italia, è il simbolo di questa nazionale.

TENNIS – Il bacio alla terra del Parque Sarmiento. Una terra tinta d’azzurro, una gioia che segue la paura, l’impotenza, la frustrazione. C’è tutto Fognini nei cinque set contro Pella di fronte a un pubblico da corrida e a un Maradona mai così tifoso. C’è il senso di un’Italia che stava per buttare all’aria una partita già vinta contro l’Argentina delle riserve, per condannarsi a un senso di minorità imputabile solo ai nostri demeriti, in doppio in primis. Ma il passato si dimentica, rimane un 3-2 che ci porta ai quarti contro il Belgio dello Squalo Darcis, rimane la dedica di Fognini alla famiglia e a Flavia Pennetta, resta la telefonata del Ministro per lo Sport Luca Lotti che ha voluto fare i complimenti all’intera squadra azzurra per la vittoria e il quarto passaggio ai quarti di Davis negli ultimi cinque anni.

«Sono sotto un treno — ammetteva ieri alla Gazzetta dello Sport —, per la stanchezza e per la paura che ho avuto. Perché è inutile negarlo: la paura c’è stata. Prima come squadra quando da quasi 3-0 ci siamo ritrovarti a ripartire, poi da solo quando ero sotto e non riuscivo a fare quel che volevo. lo sbagliavo e lui no, e poi tutto quel casino e il cáldo. Tante cose ti passano per la mente, io ho solo cercato di restare concentrato, ho detto al capitano di lasciarmi giocare. Poi pian piano mi sono sciolto e quando ho vinto il set la mia fiducia è salita e sono andato avanti con la forza dei nervi».

Piaccia o no, l’uomo Davis di questa generazione è lui, Fabio Fognini da Arma di Taggia, tornato nel mezzo del cammin di sua vita tennistica, alle soglie dei trent’anni, di nuovo numero 1 d’Italia. «Se Corrado chiama, io rispondo» ha detto. E Flavia, conoscendolo, non l’ha fermato. “Vai e gioca” gli ha detto, mentre praticamente tutti i big a parte Djokovic rinunciavano dopo l’Australian Open delle sorprese e finivano per esacerbare le difficoltà attuali di una Davis che accusa i segni del tempo e andrà in qualche modo cambiata.

Eppure, dopo la sconfitta all’esordio contro Gulbis nello spareggio di Montecatini del 2008, qualche storia tesa c’è stata. Soprattutto tre anni dopo, per il certificato medico con cui chiede e ottiene di non essere convocato per la trasferta in Olanda, ma negli stessi giorni va a giocare il torneo di Belgrado, allora di proprietà della famiglia Djokovic. «All’inizio, lo ammetto, ho faticato ad ambientarmi, ad entrare in un gruppo consolidato. Poi mi sono ispirato a Starace, uno che per la squadra dava tutto, anche più di ciò che aveva in quel momento. Io sapevo di poter trasformare l’orgoglio di far parte della nazionale in uno stimolo per ottenere di più da me stesso».

Il processo è ormai più che completato. Fognini ha portato il punto decisivo che ha consentito all’Italia di rientrare nel World Group dopo undici anni, un’assenza iniziata nel 2000 proprio dopo la sconfitta di Venezia nell’ultimo confronto diretto contro il Belgio. Ha battuto Dodig nel delicatissimo quinto match contro la Croazia nel 2013 a Torino. Si è esaltato a Mar del Plata, nell’unica precedente trasferta azzurra in Argentina, e a Napoli, nel delirio sul lungomare contro Andy Murray. Ha conquistato tre punti a Irkutsk, nello spareggio per non retrocedere di due anni fa. Ha vinto 18 singolari su 25 in Davis, e questo basta, più di quei primi due set al limite dell’irritante contro Pella e di un doppio in cui è risultato l’anello debole della coppia con Bolelli, perché Barazzutti si sia comunque affidato a lui e non a Seppi, reduce da un grande Australian Open e fresco di vittoria su Berlocq, nel momento del bivio fra l’esaltazione e la vergogna.

Ha chiesto al suo coach, l’argentino Franco Davin, di non farsi vedere al Parque Sarmiento, perché altrimenti non sarebbe stato libero mentalmente. «Ero preparato, gli argentini sono così, a volte qualcuno esagera poi magari si scusano sui social, ti fanno i complimenti» ha detto. Ha aspettato, pensato, cercato una tranquillità più da ostentare che da sentire nel fuoco del più lungo incontro nella storia della Davis azzurra che stava per trasformarsi nella prima rimonta argentina da sotto 0-2 di sempre. “Fabio sembrava aver sposato una condotta da Lord inglese, priva delle consuete lamentazioni” ha scritto Paolo Bertolucci nella sua rubrica per la Gazzetta dello Sport. “Tutto perfetto, ma lasciare nello spogliatoio la grinta, la determinazione e il libro tattico non dava certo tranquillità. Una partita declinata in formula esclusivamente agonistica, vinta con merito dal giocatore che nel momento decisivo ha ritrovato gli stimoli giusti. Contava il risultato, non ci sono eroi da celebrare ma l’importante era portare a casa la vittoria”.

Non nella forma, forse, certo non se ci si ferma alla classifica degli avversari e a quel match point mancato in doppio. Ma anche se “ti sei scavato la fossa da solo”, se hai fatto di tutto per complicarti la vita e infilarti in una selva oscura, riuscire a tirarti fuori da una nuvola di dubbi e uscirne in una di bellezza non è impresa facile, contro nessun avversario, e in Davis men che mai. Lo sa anche Maradona, “capo ultrà” d’eccezione che in spogliatoio è sceso a portare l’omaggio al vincitore. «Abbiamo chiacchierato e riso, ci siamo fatti le foto. Lui è un grande, una personalità agonistica monumentale, impossibile non restarne affascinati» ha detto. L’omaggio della leggenda al simbolo che ha portato il tricolore, meglio solo come vessillo che come divisa comunque, a sventolare su Buenos Aires.


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