E POI?

Cosa succede quando un tennista appende la racchetta al chiodo? C’è chi si reinventa e chi invece
entra in depressione. Tutti però aspettano i 49 anni e mezzo, quando arriva la pensione Atp…

Montecarlo (Principato di Monaco) – Te lo dice il fisico, con quelle punture che dalle ginocchia, dalle caviglie, dalle spalle, arrivano al cervello annebbiandoti sempre più frequentemente la vista. Oppure te lo dice la testa, quando al termine di un match ripensi alla sconfitta appena subita, e ti ricordi che qualche anno prima quello stesso avversario te lo saresti mangiato in sol boccone. Smettere di giocare a tennis a livello professionistico può essere una scelta o un obbligo, ma l’importante è rendersi conto in tempo che è arrivato il momento di appendere la racchetta al chiodo.

Il fisico dice stop. Molti miei colleghi hanno smesso per problemi fisici. Il corpo umano è una macchina, e come tutte le macchine soffre il tempo e l’usura. Oltre ai fisiologici problemi alle giunture (caviglia e ginocchia) i tennisti sanno che prima o poi dovranno fare i conti con alcuni mali tipici di questo sport: la schiena, la spalla, e i gomiti non possono non risentire dell’immenso sforzo cui sono stati sottoposti duranti i lunghi anni passati ad allenarsi e a competere sui rettangoli di
gioco. E poi ci sono i viaggi, i continui spostamenti di torneo in torneo, che debilitano tanto il fisico quanto la mente.

“Non ci credo più”. L’altro motivo che induce tanti a smettere è di ordine motivazionale. Con il tempo molti preferiscono spostarsi di meno, disputare tornei il più vicino possibile alla propria casa, ai propri affetti. Chi mette su famiglia, cerca di stargli accanto, ed evitare di veder crescere i propri figli dalle foto che la moglie gli manda con una e-mail. I giocatori sono degli esseri umani, e gli esseri umani sono stanziali, vogliono avere un posto dove tornare, che sia il paese
d’origine, o il luogo dove si è deciso di vivere. Dopo anni passati a girare il mondo per confrontarti con i tuoi colleghi, arrivi a un punto in cui dici basta. E cominci a pensare alla tua nuova vita.

Coming back. Che sia determinata dagli acchiacci fisici, oppure dalla volontà di stare vicino ai propri cari, la scelta di lasciare dovrebbe essere presa nel giusto momento. In linea di massima i tennisti sanno quando non sono più competitivi. Lo capiscono dalla fatica che fanno a portare a casa i punti, i game, i match. Quando poi sei un veterano preso a pallate da uno sbarbatello senza timore, allora sai che è meglio abbandonare i sogni di gloria. É una scelta dolorosa, ovviamente, ma è fondamentale non avere rimpianti nella propria carriera. Chi pensa di poter ancora arrivare a vincere uno Slam, si illude, finendo per sprofondare in un tramonto buio e inglorioso. Lo trovo triste, perché non si capisce quando è il momento di lasciare. E peggio ancora sono quei campioni
– prendo come esempio Borg o Muster – che provano a tornare in auge, ma non riescono più ad esprimersi come un tempo.

La mia scelta. Guardando alla mia carriera e alle mie scelte, sono convinto di aver preso le decisioni migliori. Mi sono ritirato nel 2001, dopo una finale centrata a 30 anni a Palermo. Ma ormai avevo perso la nazionale, che è stata l’esperienza più intensa della mia vita professionale, e non mi divertivo più come una volta. Parlando con amici ed ex colleghi, mi rendo conto che in molti guardano al passato senza rimorsi. Per altri però, il termine della carriera ha rappresentato un vuoto
che non sono mai riusciti a colmare.

Cosa fare? Quando sei un giocatore professionista, sei abituato ad avere tutti intorno a te. Sei sulle prime pagine dei giornali, e dove vai sei sempre riconosciuto. Hai uno staff di persone che fanno tutto per te. Il compito di un tennista è in pratica solo quello di giocare a tennis e portare a casa le vittorie. Per tutto il resto c’è qualcuno che risolve i tuoi problemi. Quando smetti con il mondo professionistico, tutto cambia. Ti ritrovi in fila alle poste per pagare le bollette, fai il traffico, vai a fare la spesa, aspetti per sederti al ristorante. Cose normali in fondo, difficoltà che nel quotidiano tutti affrontano. Ma che uno sportivo non conosce, perché fino al ritiro, nessuno gliele ha insegnate. Ecco che arriva quindi per un ex sportivo il momento di guardarsi allo specchio, e prendere nuovamente in mano la propria vita. Nel mio caso, ho avuto la fortuna di avere una famiglia che è stata sempre molto presente, e mi ha aiutato nel passaggio dalla vita da sportivo a quella che conduco ora. Molti tennisti invece, non hanno queste fortune, e non sono pochi i casi di ragazzisprofondati nella depressione perché incapaci di affrontare le nuove sfide del quotidiano.

Entriamo dalla porta principale. E poi? Prendiamo l’esempio di Andre Agassi, Pete Sampras, Martina Hingis e Steffi Graf. Questi sono stati dei fenomeni veri, e hanno guadagnato così tanto da poter continuare a vivere per altre 5 vite senza bisogno di lavorare. Hanno dei patrimoni che sono stati ben amministrati (al contrario, per esempio, di Borg) e il loro nome gli apre tutte le porte che vogliono. Ma in linea di massima, il fatto di essere stato uno sportivo di successo è un biglietto da visita che può essere sfruttato da tutti i “pro”. Anche solo per curiosità, gli amministratori delegati, i presidenti d’azienda e tutti quelli che possono inserirti in un contesto lavorativo, ti accolgono senza reticenze. Trovare un nuovo impiego per uno sportivo non è quindi affatto difficile, e a giocare in nostro favore c’è anche il bagaglio d’esperienza che abbiamo accumulato duante la carriera. Sappiamo parlare tante lingue, ci muoviamo a nostro agio fra la gente, abbiamo maturato uno spirito competitivo che è spendibile anche al di fuori del nostro primo mestiere. Ma dopo queste iniziali facilitazioni, per noi è davvero difficile essere accettati e rispettare le giuste aspettative che il nuovo ambiente ripone in noi. Yannick Noah è stato un grandissimo del tennis, ma quando ha cominciato a cantare ha dovuto superare la tanta diffidenza che c’era nei suoi confronti. Il francese è riuscito nell’impresa, ed ora è un apprezzato musicista sia in patria che
all’estero.

Alla ricerca dell’adrenalina. Altri invece rimangono nel mondo dello sport, perché difficilmente le emozioni che sa darti la competizione sportiva si ritrovano in altri campi della vita. Ivan Lendl è diventato un ottimo golfista, mentre Boris Becker si è dato al poker (nella foto è con Slash, chitarrista dei Guns ‘n’ Roses) trovando nelle carte la stessa adrenalina che sentiva sul campo da tennis. Un altro esempio lampante è quello di Micheal Jordan, che dopo aver smesso di essere il più
forte cestista di tutti i tempi, ha cominciato a giocare a baseball, in cui sentiva di potersi realizzare.

Aspettando la pensione. Tasto dolente quello della pensione. Durante la mia carriera ho guadagnato circa 2 milioni di dollari. Sono tanti, indubbiamente, ma bisogna ricordare che da quei soldi si devono togliere le spese di viaggio e di alloggio, le parcelle ai fisioterapisti e il rapporto con il coach, la riaccordatura delle racchette (quanti soldi…) e l’affitto dei campi per l’allenamento.Tolte queste spese, e una volta comprata una casa, mi sono fatto due conti e ho capito che non
avrei potuto vivere e crescere una famiglia senza un nuovo lavoro. Vivo dal 1983 a Montecarlo, e possiedo un’agenzia immobiliare che mi garantisce un buon tenore di vita e tante soddisfazioni. Sto aspettando il mio secondo figlio, e posso dire di essere stato fortunato. Per molti miei ex colleghi però, la vita non ha riservato questa felicità. A 35 anni, con una buona carriera alle spalle, ma senza un importante titolo di studio (è difficile che un tennista trovi il tempo di laurearsi) o una famiglia forte che ti aiuta nel reinserimento nella società, molti si perdono per strada, non riuscendo a passare da una vita privilegiata come quella degli sportivi, ad una vita normale. Altri vorrebbero compiere degli investimenti, e “campare” con la pensione. Ma la pensione non arriva. Perché?Durante la carriera tutti i tennisti versano all’Atp una parte dei proventi in una cassa previdenziale. Ma l’associazione non ti dà la pensione fino ai 49 anni e mezzo. Questo vuol dire che se un tennista smette in media a 32 anni, passano 17 anni prima di vedere qualche soldo dall’Atp. In quel lasso di tempo può succedere di tutto, senza che l’associazione ti tuteli in alcun modo. È un vero scandalo. Per tutti gli altri lavori, nel momento in cui ti ritiri, dal giorno seguente cominci ad incassare gli assegni della pensione. Per noi invece, c’è tanto da aspettare, e in parecchi casi quei soldi servirebbero davvero!

Condividi:
  • Facebook
  • Twitter
  • Google Bookmarks
  • Print
  • email
  • Live
  • PDF

Lascia un Commento