FEDERER-EDBERG. DUE ANNI SPLENDIDI, MA…

Il bilancio del sodalizio più “elegante” del circus non può che essere positivo. Roger Federer ha giocato 22 finali vincendone la metà e ha stupito ancora sfoderando un gioco bello ed efficace. Ma, se proprio si vuole spaccare il capello, l’unica cosa che è mancata è la vittoria di uno Slam.

Tennis – “Dopo due anni di grandi successi vorrei ringraziare Stefan Edberg, l’idolo della mia infanzia, per aver accettato di far parte della mia squadra. È stato un sogno. Anche se doveva essere solo per il 2014, Stefan è stato grande e ha accettato di estendere la partnership anche per quest’anno”. È la parte più significativa del post con cui Roger Federer ha annunciato la fine della collaborazione con il coach svedese. Sono stati due anni due anni di eleganza, due anni di gesti tecnici indimenticabili, due anni di nuovi video su YouTube per la lunghissima serie “Roger Federer the best” e simili.

È stato anche in biennio di vittorie. Roger Federer e Stefan Edberg iniziano a collaborare tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014. Il tennista elvetico ha appena concluso una delle peggiori stagioni della sua carriera in cui è sceso fino al numero 7 del ranking Atp, chiudendo l’annata al n.6. Sembra ormai arrivata la tanto decantata fase calante della sua carriera. Il cambio di racchetta provato durante la stagione non gli porta benefici e il mal di schiena ne pregiudica le prestazioni e la resa in campo.

Ma con l’avvento di Stefan Edberg le cose cambiano nel box del King di Basilea. In due anni Roger Federer torna a occupare stabilmente la seconda posizione del ranking – la terza in questo momento – torna a vincere e soprattutto torna a convincere. Arrivano, solo per parlare di numeri, 22 finali, con tre disputate in uno Slam (due a Wimbledon e una a Flushing Meadows) e 11 vittorie di torneo, Cincinnati, Halle, Dubai, Shanghai, Basilea solo per citarne alcune. Ma arriva anche la millesima vittoria in carriera tra i professionisti e, grazie anche all’opera pia di Stan Wawrinka e a una ritrovata condizione fisica, il vincitore di 17 titoli del Grande Slam entra nella storia portando in Svizzera anche la Coppa Davis 2014. Il bilancio del biennio è di 63 vittorie e 11 sconfitte per quel che riguarda il 2014 e di 73-12 in questo 2015, cui si aggiunge la certezza – non scontata – di essere l’unico vero uomo in grado di poter mettere in difficoltà il numero 1 del mondo Novak Djokovic.

E non è finita qui. L’impronta dello svedese due volte vincitore di Wimbledon non può evidenziarsi nel conteggio del freddo dato statistico, ma si esplica soprattutto nel gioco sfoderato in questo biennio da Roger Federer: “Mi ha insegnato tanto e la sua influenza sul mio gioco rimarrà. Sarà sempre parte della mia squadra” ha scritto Federer nel post che decretava la fine della collaborazione. Mai frase fu più onesta verrebbe da dire. Perché Stefan Edberg ha la personalità per convincere il divino Federer a cambiare atteggiamento in campo. Sarà stato onesto, magari avranno anche discusso animatamente in tal senso – non lo sapremo mai – ma sta di fatto che il gioco dello svizzero subisce l’ennesima evoluzione. Si dice da più parti sin dall’inizio della loro collaborazione: “Roger cambierà modo di giocare, sarà più portato alla verticalizzazione, all’attacco, al serve and volley”. Ma, onestamente, nessuno crede completamente che a 32 anni (a quell’epoca, ora sono 34) l’ex numero 1 del mondo possa ancora stupire i suoi tifosi e anche i suoi detrattori.

Così davanti ai giovani e freschi Novak Djokovic e Andy Murray – ci sarebbe anche da aggiungere Rafael Nadal se il maiorchino non fosse stato afflitto dai suoi cronici problemi fisici – il sette volte vincitore di Wimbledon inizia a usare il fioretto. Piedi costantemente sulla riga di fondo, attacchi fulminei e poco spazio per gli scambi da fondo, frequenti discese a rete sia sulla prima di servizio che sulla seconda, chip and charge in risposta, miglior cura della volée, profondità maggiore con il diritto e con il rovescio, maggior senso della posizione a rete. Una rivoluzione nel gioco dello svizzero non si era mai vista. E questo è tutto merito di Stefan Edberg, l’uomo che conduce Federer verso orizzonti che sembravano impossibili da raggiungere dopo anni al vertice del tennis e con quei 32/34 anni sulla carta di identità. L’uomo che, consapevole del talento dello svizzero, trasmette al suo quasi rassegnato allievo nuove motivazioni e gli ridà la speranza non solo di vincere, ma di farlo in una maniera diversa, più bella ed elegante.

Questa rivoluzione passa innanzi tutto per un cambiamento di approccio psicologico al match. Roger Federer ha finalmente deciso di non farsi influenzare dalle tendenze del tennis contemporaneo, ma di rappresentarne un punto di discontinuità, una sorta di retta parallela. Accetta – e in questo Edberg sembra una volta decisivo – di subire qualche passante, di sbagliare di più, di rischiare la discesa a rete o il colpo vincente per chiudere con velocità i match senza sprecare energie fisiche che alla sua età anni non si hanno o si hanno in quantità minore rispetto ai rampanti avversari.

Anche il servizio beneficia della cura Edberg. Una volta risolti i problemi alla schiena era prevedibile attendersi un miglioramento delle statistiche dello svizzero. Ma lui fa di più, migliorando ancora un colpo quasi perfetto. Migliora la velocità della seconda palla e le rotazioni diventano difficilissime da gestire per gli avversari, consentendo sempre più spesso al prode Roger di chiudere i punti entro i cinque colpi o addirittura con l’uno-due.

Il rovescio di Federer aveva risentito positivamente anche della cura di Paul Annacone. Lo svizzero era diventato più aggressivo in risposta e in grado di gestire la diagonale con maggiore sicurezza. Ma con Edberg le cose vanno oltre. In particolare, sembra riscoperto in tutte le sue declinazioni un colpo che allo svedese era parecchio caro: lo slice. Il rovescio di Federer assume le sembianze di di un fioretto. Preciso, fastidioso e letale. Nel chip and charge soprattutto, ma anche giocato corto e dal rimbalzo basso contro avversari ancorati due metri dietro la linea di fondo.

Inutile parlare del gioco di volo. Ci sono stati mesi, forse anni, in cui lo svizzero vi ha praticamente rinunciato. La collaborazione con il coach svedese gli ricorda che la manina è buona e il polso sicuro. Con qualche aggiornamento sulla posizione a rete Federer ritrova anche questo aspetto e ritrova il coraggio di osare.

E poi, ultima ma non ultima, c’è la posizione in campo. Piedi piantati sulla linea di fondo, taglio degli spazi in diagonale per rispondere a colpi molto angolati e testa sempre rivolta all’obiettivo di prendere la rete non appena possibile. La somma di queste variabili porta, durante l’estate, al concepimento di un nuovo colpo, la risposta in demi-volée, la Sneak Attack By Roger (Sabr). Un prodigio di tecnica, timing, colpo d’occhio per chi la guarda. Un’autentica bastardata per chi la subisce: “La mia generazione lo avrebbe colpito direttamente con il servizio – dice Boris Becker, coach di Novak Djokovic – tennisti come Connors, McEnroe o Lendl non l’avrebbero accettata come sta accadendo ora, questo è poco ma sicuro”. Ma la Sabr è già diventata un marchio di fabbrica della collaborazione tra Edberg e Federer e in un tennis sempre più standardizzato sembra la più bella ed elegante immagine del binomio coach-tennista più talentuoso e tecnico che il mondo della racchetta abbia mai conosciuto.

Ora tocca a Ivan Ljubicic gestire l’immenso talento dello svizzero e sopportare il fardello lasciatogli in gentilissima eredità da Stefan Edberg. Il croato, tuttavia, potrebbe addirittura sbarazzarsi dell’aura mistica dello svedese riuscendo dove neanche lui, suo malgrado, ha avuto successo: riportare Federer a vincere un titolo del Grande Slam.

Foto: Roger Federer e Stefan Edberg durante una sessione di allenamento (www.zimbio.com)


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