FEDERER-NADAL: MIAMI 2017, LA MEMORIA DIVENTA STORIA

A Miami, è iniziata la rivalità fra Federer e Nadal. Dodici anni fa si sono sfidati per la prima volta in finale. Il 37mo confronto in carriera, il terzo del 2017, è il segno del tempo che non passa. Rafa vuole diventare il primo spagnolo a vincere Miami. Federer insegue il terzo Sunshine Double della sua storia.

Hanno visto le luci spegnersi a Broadway. Hanno visto il meglio di questa e della next generation andare via. Sono tornati e rimasti dove tutto è cominciato, dove la storia ha preso la strada dell’epica, della leggenda. Dove tutto è diventato tifo caldo, passionale, scorretto anche troppo come si è visto a Miami. Tifo da social network, da guelfi e ghibellini e insieme da creature che solo il tempo e l’empatia per chi non si arrende al tempo che passa possono generare. È di nuovo tempo di Federer contro Nadal, e ne resterà solo uno, anche se crescono le fila di chi entrambi li rispetta e per entrambi parteggia: li chiamano Fedal, crasi dello scontro stesso che ha cambiato il senso moderno della rivalità tennistica e di un posto doppio nel cuore di chi sente che la combinazione è superiore alla giustapposizione delle parti.

A Miami, con un pubblico latino e un po’ bambino che ha sospeso ogni principio di fair play in nome di un calore da garra e da barrio, che ha spinto la partigianeria ai livelli della scorrettezza e dell’inopportunità, si è vista ancora la differenza fra chi campione lo è e chi certamente lo sarà. Perché il tennis è sport esistenziale, e guai se non fosse alimentato da tifosi meno abituati alla sua liturgia, magari più occasionali, che vi si avvicinano e si spera ne rimangano affascinati. Perché è da questi dettagli che si giudica un giocatore, da come riesce a non farsi condizionare, traviare, deragliare dalle condizioni esterne. E l’elitismo che ha accompagnato la reazioni alla splendida semifinale che avrà fatto torcere lo stomaco, è proprio il caso di dirlo, a Tommy Haas e agli organizzatori di Indian Wells, finisce per dimenticare che una trentina di anni fa i tifosi di New York urlarono, protestarono, gettarono in campo di tutto e convinsero il referee dello Us Open a sostituire il giudice di sedia, a cancellare la squalifica a Nastase e far continuare il match con McEnroe. Dimenticano Solomon che abbandona il quarto di finale con Panatta al Foro Italico nel 1976 o Borg che vince due anni dopo ma raccoglie le monete da cento lire che gli arrivano addosso dagli spalti e minaccia: alla prossima vado a casa.

L’abitudine al politically correct si impasta con rivalità vissuta fra i tifosi delle due “fazioni” nella maniera meno corretta possibile, fra insinuazioni e degradanti appellativi. Una rivalità che di sicuro ha dato alla passione tennistica, al coinvolgimento, il senso di pathos dei Borg-McEnroe, degli Agassi-Sampras, senza l’opposizione totalizzante degli stili e dei tipi in campo, ma con una radicalità di divisione fra chi guarda molto superiore. Una rivalità che ha saputo cambiare d’abito al cambiar delle stagioni. È esplosa di fatto qui, a Miami, nella finale del 2005. E il solo pensare che dodici anni dopo siano ancora qui è già una dimostrazione di un valore, di una resilienza che altri nelle generazioni presenti e passate non hanno avuto. Nessuno dei due è lo stesso di allora. Nadal ha più controllo ma l’uncino esplosivo e devastante è oggi un ricordo tutto sommato lontano. Federer è più maturo, più completo, e non potrebbe essere altrimenti dopo 12 anni passati a cercare di fare meglio quel che più gli piace e che meglio gli riesce. Ha meno da dimostrare, anche se c’è voluto l’intervento del papà-consigliere Robert per convincerlo a liberarsi di ogni freno dalla parte del rovescio. Federer è questo, oggi, è rilassato e di sicuro ha ancora le energie per anticipare e accorciare gli scambi. Ma ogni paragone col Federer da record del 2005, che avrebbe eguagliato il 1984 da leggenda di McEnroe se fosse riuscito a battere Nalbandian a Shanghai pur giocando su una caviglia sola, finirebbe per confermare la miopia dell’osservatore contemporaneo. Il Federer di oggi è un quasi 36enne di ottimo livello, ma non può avere l’esplosività del venticinquenne che tirava più forte con una racchetta da 90 pollici.

“E’ come essere tornati ai vecchi tempi”, questo sì, ha commentato Federer, alla terza grande finale stagionale contro il più grande rivale, che proprio a Miami ha debuttato in un Masters 1000. “Era il 1999, avevo vinto l’Orange Bowl l’anno prima e mi diedero una wild card. L’ho molto apprezzato anche se giocai una brutta partita: perse 75 76 dall’allora numero 106 del mondo, Kenneth Carlsen.

“Servirà un’elevata intensità, dovrò essere aggressivo con i miei colpi” diceva Nadal ancor prima di conoscere l’avversario nella sua quinta finale a Miami. Con Federer, ha aggiunto, “sarà speciale: non credo che ci ritroveremo ancora tante volte in finale a Miami”.

Sarà speciale di sicuro, questo capitolo numero 37 della storia infinita, non solo perché rappresenta la prima finale over 30 nei 33 anni di storia del torneo. A Crandon park, teatro del loro primo incontro e del primo duello in finale, Federer e Nadal si affrontano per la 23ma volta con un titolo in palio. Nadal ne ha vinte 14 di finali contro lo svizzero, 7 su 10 nei Masters 1000. Ha dominato l’ultimo confronto a Crandon Park, 63 62 in semifinale nel 2011. Non vince contro Federer, però, dalla semifinale dell’Australian Open 2014. Da allora Federer l’ha sconfitto tre volte di fila, come non gli era mai riuscito prima in carriera.

I tre tiebreak contro Kyrgios hanno proiettato Federer alla quarta finale a Miami, la prima dal successo del 2006 in finale contro il suo attuale coach, Ivan Ljubicic. Da quell’anno, segnato da 33 vittorie nelle prime 34 partite, non era mai partito così bene come in questa stagione: dovesse battere Nadal, infatti, firmerebbe il 19mo successo in 20 partite, il settimo su sette contro un top 10. Centrerebbe così il 91mo titolo in carriera, il 26mo in un Masters 1000 in 44 finali. E completerebbe per la terza volta il Sunshine Double, la doppietta Indian Wells-Miami, riuscita nella storia solo a Courier, Chang, Sampras, Rios, Agassi e Djokovic (in quattro anni).

Nadal ha perso solo un set per centrare la sua quinta finale: alla tredicesima partecipazione, è il giocatore tornato più volte a Crandon Park senza aver ancora mai vinto il titolo. Domenica, Rafa inseguirà la 20ma vittoria in stagione (ha già vinto più match di tutti finora), lo status di primo spagnolo nell’albo d’oro, e di secondo giocatore dopo Agassi a vincere un Masters 1000 da teenager, nei 20 e nei 30 anni. Dovesse vincere, toccherebbe i 70 titoli in carriera, e conquisterebbe il primo torneo sul duro da Doha 2014, 31 eventi fa.

Di sicuro, non si ferma la presa dei Fab Four sul circuito. Da Montecarlo 2010, Federer, Nadal, Djokovic e Murray si sono spartiti 57 Masters 1000 su 62: solo Robin Soderling (2010 Bercy), David Ferrer (2012 Bercy), Stan Wawrinka (2014 Montecarlo), Jo-Wilfried Tsonga (2014 Toronto) e Marin Cilic (2016 Cincinnati) hannio interrotto il monologo.

Ma cosa servirà a Nadal per interrompere la striscia di Federer? L’ottavo di Indian Wells indica la strada. “Devo colpire più profondo e alzare le traiettorie per creargli problemi” commentava Rafa dopo la sconfitta in California. Una strada che l’ha reso il miglior giocatore in termini di punti vinti in risposta contro la prima nel 2016 (35,5%, anche più di Djokovic e Murray). Serviranno eccome contro il Federer dei tre ace in sette punti nel tiebreak decisivo contro Berdych, che a Miami ha servito 31 ace in più ma raccolto meno con la prima e in risposta. Saranno i colpi di inizio gioco a fare la differenza. A farci essere fra i pochi che ricorderanno quel che successe, come cantava Billy Joel, a Miami nel 2017.


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