FOGNINI, L’OCEANO VERDE E’ GIA’ DIETRO LE SPALLE?

A Indian Wells, ha centrato contro Tsonga l'ottava vittoria su un top-10 in sette anni. Ha vinto quattro titoli e raggiunto solo tre volte i quarti fra Slam e Masters 1000. Qual è la dimensione reale di Fabio Fognini?

TENNIS – Ne ha giocate troppe, di partite della svolta, Fabio Fognini. Ma la svolta poi non è arrivata praticamente mai. È una costante, ormai, nella carriera di un ragazzo cui hanno troppo presto appiccicato addosso un talento forse superiore alle sue mani. La discrasia fra l’aorta e l’intenzione, fra la storia e l’ambizione, la volontà e la rappresentazione, diventa origine, causa e spiegazione delle racchette spaccate, del nervosismo crescente, delle reazioni pittoresche in campo e di certe censurabili chiusure fuori dal campo. Così il Non Mollare Mai rimane solo uno slogan vuoto, buono al massimo per il pendaglio della collanina.

Il Godot del tennis italiano sente di dover essere migliore di quel che è anche perché per anni gli hanno ripetuto che avrebbe potuto diventare migliore di quel che era. Gli hanno insegnato a guardare in grande, che è un bene, l’hanno abituato a pensare che il meglio fosse un suo diritto, un bene disponibile da afferrare.

Ma a trent’anni e con un figlio in arrivo, anche per Godot arriva il tempo di fare i conti con le conseguenze dell’attesa e delle attese. E viene il dubbio che Fognini si sia preso già il meglio che le sue qualità, tecniche, fisiche e mentali soprattutto gli avrebbero potuto consentire nelle condizioni in cui è maturata la sua storia. E concedersi a futili costruzioni controfattuali su quel che sarebbe successo se avesse deciso di andare ad allenarsi all’estero da prima, se avesse tentato di percorrere strade diverse è soltanto una speculazione sterile che poco aggiunge e meno spiega della sua storia per come si è sviluppata.

Una storia che l’ha reso il quarto italiano dopo Panatta, Barazzutti e Seppi a raggiungere le 250 vittorie in carriera a livello ATP e il primo azzurro a chiudere una stagione in top-20 dal 1978. Una storia iniziata, nel circuito maggiore, a Palermo nel 2005, perse da Elsner, e lanciata dalla prima vittoria, su Guzman a Amersfoort l’anno successivo. Ha toccato un best ranking di numero 13 e chiuso tre stagioni di fila, fra 2013 e 2015, in top25. Ha vinto quattro titoli, tutti sul rosso: nel 2013 a Stoccarda (d. Kohlschreiber) e Amburgo (d. Delbonis), nel 2014 a Viña del Mar (d. L. Mayer) e nel 2016 a Umag (d. An. Martin). Ha superato le 25 vittorie in stagione per cinque degli ultimi sei anni (2011, 2013-16), ha centrato solo otto vittorie contro top-10 spalmate in sette anni, da Verdasco a Wimbledon 2010 a Tsonga a Indian Wells qualche giorno fa, a fronte di 44 sconfitte, diventando uno dei quattro giocatori insieme a Djokovic, Federer e del Potro a battere tre volte Nadal nello stesso anno, compresa la storica rimonta di Flushing Meadows.

Ha giocato, però, 110 fra Slam e Masters 1000 e solo tre volte ha raggiunto i quarti di finale (ne ha giocati due, più il walkover contro Djokovic dopo il surreale ottavo con Montanes segnato dall’infortunio alla coscia e dal più alto numero di falli di piede mai registrato). E questo non basta a giustificare la fama di talento ancora inespresso. È indubbio, questo è innegabile, che i colpi di genio, le soluzioni spettacolari, le punte di rendimento di brillantezza superiore alla sua classifica hanno accompagnato tutta la sua carriera.

Tuttavia, nella frustrazione per la difficoltà di rispettare gli standard auto- quanto etero-imposti, si è smerigliata e confusa la distanza che separa il buon colpitore dal buon giocatore. Una distanza che si misura nella lettura delle partite, nelle tattiche e nelle strategie di lungo periodo, nella definizione dei piani di gioco, nella continuità di rendimento in una stessa partita e nell’arco della stagione. Si misura nella capacità di non buttare le occasioni, nel trovare la via per scartare di lato dalla strada segnata. È anche da dettagli come la concentrazione che si giudica un giocatore.

Fabio, invece, non è mai davvero uscito dal personaggio. Quest’anno la scelta di Franco Davin, dopo il lungo periodo con Jose Perlas che pure gli ha garantito una maggiore maturità e i migliori risultati in carriera, lasciava presagire un percorso ambizioso. Ma la poca reattività contro Robredo nella prima delle due sfide in Brasile e soprattutto il dritto troppo ballerino contro Cuevas a Indian Wells rappresentano altrettanti segnali di una rivoluzione sempre dichiarata e mai compiuta. Fognini ha subìto quasi sempre il gioco di Cuevas, molto solido al servizio, che ha vinto il doppio di punti dell’azzurro nel primo set. I due doppi falli nel terzo gioco del secondo fanno il resto. Fognini mantiene la calma, ma dove tutto è lusso e voluttà resta comprimario al ballo dei campioni, in una metà di tabellone aperta dall’eliminazione di Murray, in una sezione in cui uno fra Lajovic e Carreno Busta rischia di ritrovarsi in semifinale.

“Mi sto allenando bene” ha continuato a ripetere nelle ultime settimane, ma in partita la traduzione di quanto provato è risultata quasi sempre sbiadita nonostante l’aggiunta nello staff del mental coach Pablo Pécora, già con Davin al fianco di Gaudio. Contro Tsonga, Fabio “non aveva nulla da perdere” ha detto Flavia Pennetta a Sky Calcio Show. “Con lui non sai mai cosa può accadere e ogni volta che lo guardo mi prende l’ansia. Ha un talento incredibile ma un carattere impulsivo”.

Un carattere che, chissà, potrebbe cambiare con l’imminente paternità. La nascita di un figlio, che comunque avrà un nome che inizia per F come da tradizione nella famiglia di Fabio, potrebbe cambiargli orizzonti e prospettive di vita come a Novak Djokovic o a Andy Murray. “Il mio approccio all’esistenza si è rivoluzionato” ha dichiarato lo scozzese, come riportato l’anno scorso dal Telegraph. “Diventare padre ti fa vedere le cose in un modo diverso. Prima il tennis era tutto quel che mi interessava, di cui mi preoccupavo. Ora non è più il mio primo pensiero al mattino ed è molto positivo”. Lo sarà anche per Fabio? Dovremo finalmente lasciare le campane al loro cerchio di rondini? Continueremo a preferire un poeta a un poeta sconfitto? Per ora, aspettiamo Godot.


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