Esistono due categorie di fenomeni: quelli complicati e quelli complessi. Spesso si confonde il significato dei due termini, pensando che siano sinonimi, anche se sia dal punto di vista scientifico che da quello lessicale, i due termini hanno in realtà significati differenti. Ma non è una lezione di scienze o di semantica lessicale quella che vogliamo fare. Entrambe le categorie rappresentano in ogni caso fenomeni difficili da spiegare. E a volte anche nel tennis accadono cose inspiegabili. Battere uno dopo l’altro Ivan Ljubicic e Yevgeny Kafelnikov, giocandosela poi alla pari con Albert Costa è un’impresa ardua. Ma perdere la settimana successiva a questi risultati fenomenali da Dick Norman, appare ancora più difficile. Ma questa è un po’ la storia del nostro sport, dove può succedere veramente di tutto. E soprattutto è la storia di Stefano Galvani, 34 anni, nativo di Padova ma di nazionalità (e residenza) sammarinese. Il tennis, come afferma anche lui, non è mai stato il suo problema. Gli infortuni ed una continuità mai trovata, gli hanno impedito tuttavia di conquistare una posizione di classifica veramente importante per tutto l’arco della sua carriera. Il suo best ranking di numero 99 al mondo lo ha raggiunto nella prima parte del 2007, a 29 anni. Le soddisfazioni non sono comunque mancate nella sua carriera. Noi di Tennis.it abbiamo deciso di intervistarlo, per chiedergli delle sue impressioni riguardo al prossimo Australian Open e della sua esperienza australiana, e per ripercorrere alcune fasi della sua attività.
Stefano, partiamo dall’Australian Open. Chi sono i tuoi favoriti?
Il favorito numero 1 è Djokovic. Sta giocando benissimo, mentre gli altri non mi sono sembrati molto in forma. Il torneo di Abu Dhabi, essendo un’esibizione, non è troppo indicativo, ma sia Nadal che Federer hanno giocato male lì. In più, per quanto riguarda lo svizzero, c’è anche l’incognita legata alla schiena. Murray invece penso che possa fare bene. Se non fossero stati sorteggiati nella stessa parte di tabellone, la finale più probabile sarebbe stata Djokovic-Murray. Anche Tsonga può essere pericolosissimo, sta giocando molto bene. E poi c’è Berdych, che quando è in giornata può battere chiunque. Ma i primi quattro rimangono i migliori, e i favoriti sono loro.
Tra i giovani chi sono i più promettenti, e quindi chi può dare più fastidio?
Oggi tutti i giovani trovano molte difficoltà ad emergere. I punteggi non li favoriscono, quindi diventa difficile per tutti. In ogni caso, Dimitrov è molto interessante. Ma il più promettente è senza dubbio Raonic. Se non avesse avuto problemi fisici a metà dello scorso anno, sarebbe già nei primi 15.
Hai giocato l’Australian Open solo per due volte, nel 2002 e nel 2008. Come mai?
Non c’è una motivazione particolare. Nel 2006 è nata mia figlia proprio in quel periodo, quindi non ho potuto giocare. Altre volte ho avuto problemi fisici.
In particolare, nel 2008 hai superato il primo turno delle qualificazioni, venendo poi sconfitto da Marcel Granollers nel turno successivo. Oggi lo spagnolo è un Top-30, ed è molto pericoloso anche sul veloce. Cosa ricordi di quella partita?
Stavo giocando molto bene in quel periodo. Ero anche avanti di un set e di un break in quel match, poi lui ha recuperato. Era già un ottimo giocatore nonostante fosse ancora giovane.
Provo a confortarti un po’. In quella partita hai anche vinto un punto in più di lui (106 a 105).
Non lo sapevo. Così mi arrabbio ancora di più (ride, ndr).
La superficie che caratteristiche aveva?
Ricordo che la palla, specialmente con il caldo, rimbalzava molto. Ma la superficie era diversa da quella di oggi. Nel tennis attuale si stanno uniformando, non ci sono più grandi differenze.
Passiamo al tennis italiano. Come giudichi la situazione complessiva del nostro tennis?
La situazione generale non è negativa. Fognini e Seppi rappresentano ormai una sicurezza, anche se manca il grande acuto. Starace è quello che secondo me avrebbe il tennis per fare qualcosa in più. Gioca troppo sulla terra, quando potrebbe ottenere buoni risultati giocando maggiormente sul veloce. Tra i giovani Giannessi mi è piaciuto molto lo scorso anno. Non amo il suo modo di giocare, ma è proprio questo il lato positivo. Senza fare grandi cose, riesce ad essere concreto. Non si perde nelle grandi giocate.
Parliamo un po’ di te. Soddisfatto dei risultati ottenuti nel 2011?
Molto. Venivo da un 2010 in cui per via di alcuni problemi al ginocchio facevo fatica a camminare in determinati periodi. All’inizio mi stavo allenando senza troppa convinzione. Poi, dopo una brutta sconfitta al torneo di Bergamo, ho capito che avrei dovuto iniziare ad allenarmi più seriamente. E i risultati sono arrivati. Ho giocato bene anche in estate sulla terra, quando fa molto caldo, e ho battuto giocatori ben piazzati in classifica (Pere Riba n.65 al Challenger di Milano, ndr). Purtroppo non ho potuto giocare l’ultima parte della stagione sul cemento indoor, a causa di alcuni problemi fisici.
Rappresentando la nazionale sammarinese, a giugno, hai anche vinto la medaglia d’oro in singolare ai Giochi dei Piccoli Paesi d’Europa. Come è stato?
Sono stato contentissimo, e non è stato per niente facile. Avevo tutta la nazione sulle spalle. Per tutti era scontato che vincessi io, ma dovevo scendere in campo e vincere, per questo è stato difficile. In semifinale (contro Guillaume Couillard, ndr) lui non aveva niente da perdere, tirava da ogni posizione. Siamo stati in campo tantissimo, io ero quasi sfinito, ma ho vinto 7-6 7-6. In finale è stato più semplice, ho giocato benissimo.
Sei avanti negli scontri diretti con Nadal sul rosso. Ricordi quando l’hai incontrato la prima volta?
Si, chiedevo in giro chi fosse. Mi hanno detto che era un ragazzino di 15 anni che giocava molto bene. Ho pensato che potesse essere una partita facile. Poi abbiamo iniziato a scambiare e tirava fortissimo. Una volta perso il primo set, ho capito che avrei dovuto impegnarmi seriamente. Alla fine ho vinto in 3. L’anno successivo, nelle qualificazioni del torneo di Barcellona, l’ho battuto di nuovo.
Il 2012 sarà la tua ultima stagione?
Continuerò a giocare qualche torneo anche nei prossimi anni, ma solo per poter disputare i tornei a squadre. Sicuramente non continuerò a girare per tutto l’anno.
Fuori dal campo, hai altri impegni?
Fuori dal campo c’è la famiglia. Quando hai un figlio, ti porta via molto tempo.
Una volta terminata la carriera farai l’allenatore?
Mi piacerebbe allenare, ma non ancora per il momento. Se devo continuare a girare, allora preferisco giocare. Mi piacerebbe seguire i ragazzini e portarli su. Si vedrà, magari dopo due anni a casa, mi accorgerò di stare bene così.







