SARANNO FAMOSI?

Jack Sock e Daria Gavrilova (nella foto) vincitori del titolo juniores agli Us Open. Il Grande Slam sfiorato da Timea Babos e… quello del 1983 di un certo Stefan Edberg.

Il tempo delle mele è finito. Il tennis muscolare del terzo millennio e alcune sacrosante iniziative regolamentari, soprattutto a livello femminile, hanno sempre più allontanato la possibilità che un giocatore o una giocatrice possano ottenere risultati importanti nel circuito senior quando sono ancora sotto i diciotto anni d’età. Anche tra i giovani, i tornei dello slam costituiscono un banco di prova importante pur non essendo i soli di “Grado A”: insieme ai quattro “mini-major” ci sono anche l’International Casablanca Cup in gennaio, la Copa Gerdau in marzo, il Trofeo Bonfiglio in maggio, gli Youth Olympic Games in agosto, la Osaka Mayor’s Cup in ottobre e infine l’Orange Bowl che chiude la stagione ai primi di dicembre.
Giusto o sbagliato? – Sull’importanza delle competizioni giovanili esistono da tempo due correnti di pensiero tra gli addetti ai lavori, entrambe valide e sorrette dai dati. C’è chi ritiene che il divario tra i tornei juniores e quelli del circuito maggiore sia così elevato che il giovane abituale frequentatore di competizioni tra coetanei giunga poi del tutto impreparato (o quasi) all’impatto con il professionismo; per costoro, è molto meglio che il tennista in formazione inizi ben presto a misurarsi con avversari di ogni età nei Futures e, nel caso del maschile, nei Challenger. Non è necessario aver avuto una carriera juniores importante per garantirsi un posto tra gli eletti quando si diventa grandi; gli esempi, in questo caso, si sprecano. L’altra corrente di pensiero, invece, sostiene più o meno che vi sia un tempo per ogni cosa e che i giovani debbano avere una maturazione costante e non affrettata, anche e soprattutto per curare nei dettagli i progressi tecnici senza l’assillo dei risultati. Inutile puntualizzare che anche in questo caso c’è un lungo elenco di campioni juniores che si sono confermati a qualche anno di distanza.
Edberg e il Grande Slam – Tanto per farsi un’idea di quanto non esistano regole assolute, basta scorrere all’indietro gli albi d’oro dei “mini-major” fino al biennio 1983/84. Nel 1983 lo svedese Stefan Edberg completò, unico nella storia di questo sport, il Grande Slam nel singolare maschile e solo due anni dopo, nell’85, vinse sull’erba di Melbourne il primo dei suoi sei titoli maggiori. Nel 1984 l’australiano Mark Kratzmann fece qualcosa di molto simile, aggiudicandosi Australian Open, Wimbledon e New York e laureandosi campione del mondo alla fine di quella stagione; passato tra i pro, di lui si smarrirono ben presto le tracce e il suo best ranking fu la 50esima posizione ATP, raggiunta un paio di volte nel 1990. Per restare in tema, ci sono stati altri due casi di 3/4 di Grande Slam: nel 1988 il venezuelano Nicolas Pereira (altro desaparecido) fallì solo a Melbourne mentre più di recente, nel 2004, Gael Monfils si presentò a Flushing Meadows per completare il poker e venne sconfitto al terzo turno da Troicki. Pur non essendosi ancora ripetuto tra i grandi, il “galletto” francese non può nemmeno essere bollato come una delusione.
Baby-campionesse – In campo femminile la situazione è decisamente cambiata da quando, per arginare il fenomeno delle campionesse di precocità sia per talento che per abbandono delle competizioni, la WTA ha posto un tetto massimo annuo di tornei del circuito maggiore fino al raggiungimento della maggiore età. Anche in questo caso la storia non aiuta a sciogliere il dubbio relativo all’utilità delle manifestazioni juniores. Evert, Navratilova, Graf, Seles e le sorelle Williams non hanno mai vinto uno slam e poi hanno dominato tra le grandi mentre Martina Hingis non aveva ancora tredici anni quando alzò la coppa riservata alla vincitrice junior del Roland Garros nel 1993 e l’anno successivo concesse il bis in terra di Francia, per poi ripetersi un mese dopo a Wimbledon. Ma la figlia di Melanie Molitor è stata una degli ultimi casi di questo tipo: dopo di lei solo la Mauresmo e Justine Henin sono riuscite a confermare le loro vittorie giovanili dopo il grande passo ed è dal 1997, quando la belga trionfò al Roland Garros, che una campionessa di slam juniores non riesce a ripetersi a livello seniores.
Natalia e Magdalena, peccato! - Per finire con la storia, nessuna tennista ha mai completato il Grande Slam ma due ci sono andate molto vicino: Natalia Zvereva nel 1987 saltò Melbourne e dominò i tre tornei successivi mentre la terza delle sorelle bulgare Maleeva, Magdalena, nel 1990 incappò in un ko inatteso nei quarti a Wimbledon contro l’australiana Sharpe. Più recentemente hanno ottenuto buoni risultati in campo giovanile due attuali protagoniste del circuito quali Victoria Azarenka e Anastasia Pavlyuchenkova anche se, nelle ultime quattro stagioni, si sono registrate ben sedici vincitrici diverse in altrettanti “mini-major”.
Quest’anno – Ed eccoci al 2010. Tra uno scroscio di pioggia e l’altro, lo statunitense Jack Sock e la russa Daria Gavrilova si sono aggiudicati il titolo juniores degli Us Open. Sock, presente grazie a una wild-card nel tabellone principale (in cui ha strappato un set allo svizzero Chiudinelli al primo turno), aveva ottenuto un invito anche per il torneo minore dal “basso” della sua posizione in classifica mondiale: era numero 281 prima di New York. Il quasi-diciottenne statunitense (classe 1992, festeggerà il compleanno il prossimo 24 settembre) ha fatto praticamente percorso netto, cedendo in tutto un solo set, il primo della finale. Del suo stato di forma hanno fatto le spese tre teste di serie: il bielorusso Dzumhur (5) al terzo turno, l’ungherese Marton Fucsovics (2) campione di Wimbledon in semifinale e il connazionale Denis Kudla (10) nella finale, chiusa da Jack con lo score di 36 62 62. Oltre a Fucsovics, erano presenti anche gli altri due vincitori dei precedenti slam stagionali; il brasiliano Tiago Fernandes, un Kuerten con il rovescio a due mani che aveva trionfato a Melbourne, è stato fermato negli ottavi dal russo Baluda mentre l’argentino Agustin Velotti, campione a Parigi, ha raggiunto le semifinali dove è stato fermato da Kudla in due set. Assente Gianni Mina, la Francia riponeva le sue speranze nel sedicenne Mathias Bourgue, recente vincitore della Copa Gerdau, incappato però subito nel numero tre della classifica mondiale, quel Dzumhur di cui si è parlato in precedenza.
L’inesauribile serbatoio dell’ex Unione Sovietica continua a sfornare piccole campionesse in serie anche se poi alla quantità non sempre corrispondono qualità e risultati. Intanto però la finale di Flushing Meadows è stato un affare tra connazionali e ha posto di fronte la numero uno del mondo nonché prima testa di serie del torneo, Daria Gavrilova, e Yulia Putintseva, nemmeno compresa tra le prime sedici favorite. La Gavrilova, reduce dal successo agli Youth Olympic Games di Singapore, ha fatto valere la maggiore esperienza dall’alto dei suoi… sedici anni, uno in più dell’avversaria, che è nata nel 1995. La finale, condizionata dal maltempo, è stata a senso unico (63 62 per Daria) ma Yulia può ben dirsi soddisfatta per le due significative vittorie sulla eterna delusa Timea Babos (2) al secondo turno e sulla portoricana Monica Puig (5) nei quarti. C’erano anche le gemelle ceche Pliskova: Karolina la destra, campionessa a Melbourne, ha passeggiato fino ai quarti per poi cedere in tre set alla statunitense Sloane Stephens mentre Kristyna, vincitrice a Wimbledon, è uscita al secondo turno per mano della francese Garcia. Infine, la speranza britannica Laura Robson ha superato due turni prima di perdersi con la qualificata americana Robin Anderson.
Doppi e Capra – Come Nadal, l’ungherese Timea Babos e la statunitense di colore Sloane Stephens hanno centrato il terzo slam consecutivo senza nemmeno dover disputare la finale a causa del ritiro della coppia Mestach-Njiric, anche se la vera finale era stata quella del turno precedente vinta contro  le russe Gavrilova-Khromacheva. La Babos ha così sfiorato il Grande Slam, avendo perso a Melbourne, dove faceva coppia con la canadese Dabrowski, la finale contro le slovacche Cepelova-Skamlova. Doppietta in campo maschile per la coppia sudamericana Beretta-Quiroz; il peruviano e l’ecaudoregno (seguito da Andres Gomez) avevano vinto a Parigi e si sono ripetuti sul cemento a spese di Golding-Vesely. Questa lunga rassegna non poteva concludersi senza un accenno a due diciottenni che potrebbero risollevare almeno in parte le sorti dell’agonizzante tennis a stelle e strisce e che hanno disertato i tornei juniores. Beatrice Capra, di padre italiano, dopo aver trionfato al Bonfiglio ha fatto parlare di sè per aver superato due turni nel tabellone principale, eliminando la croata Sprem e nientemeno che la francese Rezai; poco importa che Maria Sharapova le abbia rifilato sull’Arthur Ashe un cappotto fuori stagione. La pasta c’è e la speranza che possA ben figurare in futuro pure. Ancora meglio ha fatto Ryan Harrison, con tre vittorie nelle qualificazioni a cui ha fatto seguire l’eliminazione del “vecchio” leone Ljubicic al primo turno; i cinque splendidi set giocati poi contro l’ucraino Stakhovsky hanno confermato, nonostante la sconfitta, il carattere e la qualità dell’americano. Nell’attesa che il bulgaro Dimitrov, recente vincitore del challenger di Ginevra, affianchi concretezza al suo innegabile talento, quello di Harrison è un nome da tenere sotto costante osservazione.

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