GIORGI, SQUALIFICA CANCELLATA: E ORA?

La Corte d'appello federale cancella la squalifica a Camila Giorgi per difetto di giurisdizione. In attesa del prevedibile ricorso, Garbin potrebbe convocarla in teoria per la Fed Cup. Ma Giorgi non è più tesserata FIT dal 2011: è questo il nodo principale del procedimento.

TENNIS – Difetto di giurisdizione. Ruota intorno a questo concetto la decisione della Corte d’Appello della FIT di cancellare la squalifica di Camila Giorgi. Il procedimento sportivo che ha portato in primo grado ai 30 mila euro di multa e ai nove mesi di sospensione dalla sola attività nazionale nasce dal rifiuto della convocazione per lo spareggio di Fed Cup contro la Spagna. Una scelta che determina anche l’apertura di un procedimento civile in cui la FIT, forte di cinque contratti sottoscritti con la giocatrice (come emerge dalle motivazioni della sentenza di primo grado del tribunale federale) chiede a Giorgi 160 mila euro per inadempienza contrattuale.

Il procedimento sportivo si trasforma in un contrapposizione fra questioni di principio, considerato anche il ridotto campo di applicabilità di una sentenza di squalifica, valida solo per i campionati a squadre e la Fed Cup. E assume rilevanza per un dettaglio, solo apparentemente secondario, che rischia invece di creare un presupposto per la giurisprudenza futura. Camila Giorgi, infatti, non è tesserata per la FIT dal 2011. Qui si apre la questione cruciale del procedimento sportivo: le norme del regolamento di giustizia della federazione valgono solo per i tesserati o no?

Secondo la difesa di Giorgi, sì. Secondo i giudici di primo grado no. “L’articolo 31 dello Statuto CONI, nel procedere alla definizione degli atleti, al comma 2 statuisce che gli stessi “sono soggetti dell’ordinamento sportivo e devono esercitare con lealtà sportiva le loro attività, osservando i principi, le nonne e le consuetudini sportive”” si legge nel dispositivo. “Al comma 4 poi, specificatamente, si prevede che “gli atleti selezionati per le rappresentative nazionali, sono tenuti a rispondere alle convocazioni e mettersi a disposizione della competente Fe-derazione sportiva nazionale o Disciplina sportiva associata, nonché ad onorare il ruolo rappresen-tativo ad essi conferito”. Orbene, è proprio questo ultimo onore ed onere, riservato all’atleta, viene puntualmente ri-chiamato all’ articolo 10 comma 2 dello Statuto FTT, mentre gli altri commi (e cioè l’1, il 3 ed il 4) rimangono riservati ai tesserati” Giorgi, pur avendo uno status giuridico autonomo rispetto alla figura del tesserato in quanto atleta professionista, scrivono i giudici, deve comunque essere sottoposta, “in caso di possibile commissione di un’infrazione, ad un giudizio disciplinare sportivo. Quello che quindi si dovrà giudicare disciplinarmente è se la condotta posta in essere dall’ atleta che svolge attività rilevante per l’ordinamento sportivo, abbia violato o no le norme sportive che ne disciplinano la corretta convivenza”.

A questo proposito, durante il procedimento di primo grado, è stata prodotta la copia di una email inviata da Giorgi il 25 marzo 2016, una settimana prima della convocazione ufficiale per l’incontro di Fed Cup, inviata al presidente della federazione Angelo Binaghi, al consigliere F.I.T. Ricci Bitti, a Sergio Palmieri, a Roberto Pellegrini e al capitano Corrado Barazzutti. “Dagli inizi di quest’anno fino ad oggi non sono riuscita a raggiungere i risultati che aspettavo quindi la mia classifica è attualmente in discesa” si legge nella mail, che non era compresa fra gli allegati all’atto di deferimento della Procura Federale, che dunque non ne era precedentemente a conoscenza. “La partecipazione in Fed Cup è qualcosa di meraviglioso per chi come me ci tiene tanto a rappresentare il suo paese, però il mio istinto di pro-fessionalità mi detta che per accettare un impegno del genere devo sentirmi in grande forma per dare il massimo. L’imito modo che ho per cercare di recuperare la mia classifica è riuscendo a fare il massimo di tornei centrandomi (recata, concentrandomi, ndr.) soltanto a questo ed è per questo motivo che molto a malincuore qualora il vostro desiderio sia quello di convocarmi, per la prima volta devo comunicarvi la mia decisione di rinunciare alla mia partecipazione in Fed Cup. Ho pre-ferito anticiparmi alla data delle convocazioni per rispetto ai direttivi, tecnici ed anche alle altre giocatrici. Ringrazio la vostra comprensione e vi auguro un in bocca al lupo di cuore per questa Fed Cup. Cordiali saluti”.

La successiva convocazione ufficiale da parte di Barazzutti, che ha sostenuto di non aver ricevuto quella mail, ma di essere comunque venuto a conoscenza del contenuto perché qualcuno gliene ha parlato, e il rifiuto successivo della giocatrice aprono il contenzioso. Lo scenario pone due interrogativi, evidenzia due sostanziali contraddizioni. Da una parte, la questione dell’autonomia dell’ordinamento sportivo, dall’altra l’applicabilità dei regolamenti interni alle federazioni ai non tesserati. Nel caso di un atleta professionista, l’applicabilità dovrebbe essere piuttosto scontata. “D’altronde, argomentando “a contrariis”, se così non fosse, sarebbe davvero troppo facile, per l’atleta di interesse nazionale, sottrarsi alla giurisdizione sportiva; basterebbe, infatti, non tesserarsi per acquisire una sorte d’immunità del tutto ingiustificata” confermano i giudici di primo grado.

Ma in attesa delle motivazioni, si può supporre che sia proprio il non tesseramento alla base del difetto di giurisdizione, anche per un altro motivo, che fa riferimento all’articolo 1 del decreto legge 220 del 2003, convertito con l. 17 ottobre 2003, n. 280. “I rapporti tra l’ordinamento sportivo e l’ordinamento della Repubblica sono regolati in base al principio di autonomia, salvi i casi di rilevanza per l’ordinamento giuridico della Repubblica di situazioni giuridiche soggettive connesse con l’ordinamento sportivo” si legge al comma 2. Il successivo art. 2 dello stesso citato decreto legge dispone che « è riservata all’ordinamento sportivo la disciplina delle questioni aventi ad oggetto: l’osservanza e l’applicazione delle norme regolamentari, organizzative e statutarie dell’ordinamento sportivo nazionale e delle sue articolazioni al fine di garantire il corretto svolgimento delle attività sportive; e i comportamenti rilevanti sul piano disciplinare e l’irrogazione ed applicazione delle relative sanzioni disciplinari sportive”.

Però, stando alla lettera della norma, il rapporto fra Camila Giorgi e la FIT è il risultato unico dei cinque contratti stipulati e sottoscritti fra le parti. Si tratterebbe più, dunque, di una questione legata ai “rapporti patrimoniali tra società, associazioni e atleti”, la cui risoluzione è demandata alla giurisdizione del giudice ordinario. Il vulnus dunque esiste, la FIT farebbe bene a vincolare la possibilità di convocazione al possesso della tessera ma, è questa la prima impressione deducibile dall’annullamento della squalifica, i giudici della Corte d’Appello possono aver ritenuto che, vista la natura del rapporto, quel vulnus debba essere risolto nell’ambito esclusivo del procedimento civile.

In attesa del ricorso, ampiamente probabile per non dire scontato, Tathiana Garbin ha adesso tutto il diritto di convocare Giorgi per la sfida contro Taiwan (o Cina di Taipei, come vuole la denominazione ufficiale nelle manifestazioni sportive, risultato di un antico compromesso politico-diplomatico). Difficile che il nuovo capitano lo faccia, ma il nodo rimane: sarebbe giusto legittimare la presenza in nazionale di un’atleta senza tessera FIT? Sarebbe giusto creare, di fatto, il precedente di un doppio binario, la prospettiva di avere i vantaggi della convocazione senza gli oneri e i vincoli del rapporto con la federazione? Più della squalifica sportiva, è questa la vera partita che si sta giocando. Ma ancora non è chiaro chi ne debba essere l’arbitro.


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