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GLI SPARA…PALLE

martedì, 10 maggio 2011

Roma – Essere definito uno spara-palle, nel tennis, non è poi un fatto così negativo, come invece sarebbe nella vita di tutti i giorni. Certo, non è che nel mondo dello sport con la racchetta non esistano personaggi che si lascino andare a dichiarazioni ad effetto, che poi si ritorcono contro – “spara-palle” appunto – però il primo riferimento che ci viene va ai tennisti dotati di un grande servizio, perché, come è effettivamente fatto dal marchingegno usato negli allenamenti, riescono a sprigionare, dal proprio braccio, battute ad una potenza piuttosto elevata, e con una discreta continuità. Ed allora, se ti definissero spara-palle, non ci sarebbe nulla di cui offendersi, come è accaduto ai tennisti che ora andremo ad elencare.

L’arrivo di Ivo.
Si narra, o almeno questo è emerso dalle cronache del tempo, che Stefano Pescosolido, indimenticato tennista laziale, fosse impegnato nelle qualificazioni del torneo di Wimbledon, quando all’ultimo turno venne forzatamente estromesso da uno sconosciuto croato. La sera stessa, parlandone con altre persone, Stefano magnificava le gesta dell’avversario incontrato, decantandone le doti al servizio, a suo dire praticamente uniche. I suoi interlocutori permanevano un pochino dubbiosi, anche perché loro, a Roehampton, dove si tengono le qualificazioni di Wimbledon, non c’erano stati e non avevano potuto vedere all’opera questo virgulto tennista croato. E forse ci credevano davvero poco, e avrebbero continuato a farlo, se l’urna del sorteggio non avesse poi opposto questo anonimo tennista all’allora primo giocatore al mondo, nonché detentore del titolo, Lleyton Hewitt. Ed il resto è storia, visto che quel ragazzone, che di nome fa Ivo e di cognome Karlovic, dopo un set di smarrimento, perso per 6-1, spezzò la resistenza dell’australiano, facendolo diventare il primo campione uscente di Wimbledon nell’Era Open eliminato all’esordio. Correva l’anno 2003, e nel frattempo Karlovic è diventato un volto noto del circuito e uno dei più grandi servitori della storia di questo sport. Diversi i primati di cui il croato si è potuto fregiare, tra cui quello recente del servizio più veloce mai tirato, coi 251 km/h raggiunti durante il doppio di Davis contro la Germania nel marzo scorso. Alcuni dubbi, su questo record, sono stati avanzati, come rispetto a tutti quelli che vengono registrati in Davis – è piuttosto particolare, in effetti, che le tre misure ufficiali più alte siano state colte nei limitati temporalmente weekend delle competizioni a squadre – ma Ivo ha fatto proprio almeno un primato dopo quello che John Isner gli aveva scippato lo scorso mese di giugno, ovvero il maggior numero di aces in una singola partita. Se ne dovrà fare una ragione, perché a 113 in un solo match – lui che sempre in Davis era arrivato a 78 – non ci giungerà mai.

La scuola d’oltreoceano.
Gli statunitensi, come è ben noto, vantano, almeno in questo campo, una scuderia di giocatori davvero invidiabile, perché di specialisti ne hanno diversi. Che dire, a questo proposito, di Sam Querrey? Ancora avrà negli occhi quell’umida nottata del luglio di quattro anni fa, quando ingaggiò una lotta colpo su colpo contro il più quotato, ed allora top ten, James Blake – peraltro uno che in risposta ci sapeva fare – nei quarti di finale del torneo di Indianapolis. Forse galvanizzato dal fatto di essersi aggiudicato al tie break il primo set, Sam si mise a macinare aces su aces, in maniera continuativa: ben due i perfect game consecutivi – ovvero giochi vinti con 4 aces – e serie di servizi senza far toccare palla all’avversario che toccò quota 10, prima che Sam si fermasse per colpa di un doppio fallo, sul 7-6 2-3 15-15. La serata memorabile di Querrey si concluse con la prima vittoria – guarda caso per 7-6 6-7 7-6 – su un top ten, e costituì un curioso preludio all’arrivo nel circuito ATP di un amico dello stesso Sam, John Isner, che la settimana successiva si mise in luce con la finale nel torneo di Washington e che lo scorso anno ha raggiunto il record di aces sopra esposto. E che sulla capacità di sparare le palline ha sicuramente costruito la sua fortuna sul circuito. I due si sono palesati sulla scia di un loro illustre connazionale, Andy Roddick, detentore del record di velocità per ben 7 anni (dal 2004 al 2011) ed autore di diverse singole performances notevoli, sebbene la migliore risalga alle semifinali della Davis del 2004, quando scagliò un servizio a 155 miglia orarie (249 km/h) contro il bielorusso Vladimir Voltchkov.

I record non rivendicabili.
Prima di Roddick, c’era stato Roscoe Tanner: negli anni ’70 fu indubbiamente il miglior interprete di questo colpo, ma difficilmente le sue prestazioni sono state inserite nelle classifiche all-time, perché i riscontri non sono stati mai considerati ufficiali – le tecnologie del tempo non erano a tal punto attendibili. Altrimenti, dietro a Karlovic e Roddick, al terzo posto della graduatoria del servizio più potente, ci sarebbe proprio il 60enne americano, con una sua prima battuta che avrebbe raggiunto i 246 km/h nel corso della finale del torneo di Palm Springs del 1978, contro Raul Ramirez. L’ufficialità, in un ambito come questo, sta alla base di tutto, perché di leggende, attorno al servizio più veloce, ne aleggiano da tempo immemore, addirittura da quasi un secolo. Nel 1931, infatti, William Tatem Tilden, meglio noto come Big Bill, toccò i 263 km/h, record assoluto, o almeno questo riportano le cronache dell’epoca, che non garantiscono assolutamente nulla sull’accuratezza dei sistemi di calcolo, per cui tale misura non viene in nessuna maniera tenuta in considerazione nelle classifiche. Storie di questo tipo ne esistono a centinaia, la più grottesca chiama in causa il maestro tedesco, nonché statistico, Horst Goepper, che 30 anni fa sentenziò di aver ottenuto la velocità record di 199,53 mp/h (321 km/h) durante un allenamento. Peccato che per essere record tale misurazione deve essere fatta registrare in un match ufficiale, peccato che per essere record tale colpo deve inoltre finire nel rettangolo corretto e dare il via ad un punto. Tutti particolari a cui Goepper non aveva pensato, anzi, e tanto misero era stato il suo tentativo, che nemmeno è certo che quel dato fosse reale. E così il buon Horst, che aveva cercato un modo per assurgere a celebrità, si ritrovò oggetto di scherno per la trovata così ridicola.

Grandi bombardieri minati dagli infortuni.
Con l’avvento delle nuove racchette sono emersi sempre più tennisti dal servizio micidiale, seguendo l’esempio di quelli sbucati dal nulla nel corso degli anni ’90. Tra i primi, difficile non citare Goran Ivanisevic, altro croato da record, vittima di un chiaro atto di protesta da parte degli spettatori nel corso della finale del torneo di Parigi Bercy del 1993, che giunsero a fischiarlo per la quantità di servizi vincenti con cui stava triturando l’ucraino Andrei Medvedev. Ivanisevic, che tuttora vanta il primato del maggior numero di ace messi a segno in un torneo (212 nel suo Wimbledon 2001) e in una stagione (1.477 nel 1996), ha abbattuto la barriera dei 10.000 in carriera, ma quei fischi col tempo, complice una forte empatia col pubblico a causa di quella rincorsa al primo titolo Slam coronata quando ormai sembrava troppo tardi, si sono trasformati in fragorosi applausi. Perché, in molti casi, gli uomini delle super-velocità erano in realtà ragazzi dalla tenuta fisica labile: la spalla di Goran ne è un fulgido esempio, ma come dimenticare gli infortuni che hanno tarpato le ali in più di un’occasione a Mark Philippoussis – detto Scud proprio per i missili che riusciva a lanciare armato di racchetta, che si rivelò 19enne, quando nella competizione di Kuala Lumpur mise a segno 44 aces in 3 set contro l’atleta di Zimbabwe Byron Black? E che dire di Joachim Johansson? Dietro quel soprannome, “Pim Pim”, dal suono così dolce, si nascondeva un altro fiero rappresentante della razza dei grandi servitori, esploso agli U.S. Open del 2004, quando raggiunse la semifinale, ma le aspettative su di lui fecero presto i conti con i troppi acciacchi che ne limitarono le comparsate fino all’ultimo ritiro – attualmente se ne contano diversi – di qualche mese fa. Prima dell’avvento di Karlovic, e poi del duo Isner-Mahut, era lui a detenere il record del maggior numero di aces in un singolo match, 51 contro Andre Agassi agli Australian Open del 2005. “Avrei potuto servire meglio” avrebbe sentenziato a fine match, tra gli sguardi interdetti dei giornalisti, forse inviperito per la sconfitta, giunta peraltro in soli quattro set

Performances minori.
Poi ci sono quelle prestazioni attorno al cui valore, così come già visto per le velocità, aleggia un’aria di mistero perché avvenute in luoghi o in tempi in cui le rilevazioni non erano così precise. Ovvero i 54 aces in 3 set che Gary Muller, tennista sudafricano, avrebbe messo a segno contro Peter Lundgren, poi noto allenatore, nelle qualificazioni di Wimbledon del 1993, oppure i 50 che il francese Gregory Carraz rifilò al ceco Tomas Zib nel corso del challenger di Andrezieux, anno 2004. Forse, però, l’esperienza più curiosa è capitata al tedesco Daniel Brands, che nel torneo di Heilbronn, ricco challenger che si disputa nella sua Germania durante la seconda settimana dell’Australian Open, raggiunse, con una prima palla, la considerevole misura di 230 km/h, ma riuscì a perdere il punto! Insomma, uno spara-palle a cui la sua arma si è ritorta contro, come finisce per quelle grosse sparate che si sentono, non tanto nel circuito, quanto all’interno dei più svariati circoli. “Ma sapete che la mia prima viaggia oltre i 200 km/h?”,una delle più gettonate: opera sicuramente di uno “spara-palle”, ma di una tipologia ben diversa da quella rappresentata da Karlovic e compagnia.


1 Commento per “GLI SPARA...PALLE”


  1. massimetti scrive:

    Articolo molto interessante…. e sul fronte femminile? chi è colei che ha tirato l’ace più veloce della storia? chi è la giocatrice che ha il record di ace in una partita (è la Williams a 24)? Chi è la tennista che detiene il record di ace in un torneo?


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