I LEGGENDARI WOODIES

L’introduzione nella Hall of Fame di Newport è un atto dovuto per Mark Woodforde e Todd Woodbridge, coppia che, senza retorica, ha fatto la storia di questo sport
martedì, 13 luglio 2010

Roma – Nomen omen. Il nome è un presagio, sostenevano i latini, ravvisando come l’onomastica ricoprisse un ruolo non secondario nelle fortune di ciascun essere vivente. Un punto di vista del tutto particolare sull’annosa questione del libero arbitrio, che ai giorni nostri pare svuotato di qualsiasi significato, tanto che nessuno oserebbe pensare, se non in chiave ironica, che dal nome di qualcuno sia possibile risalire al suo destino. Eppure vi sono situazioni che regalano a questo attributo una veste importante, come in quelle occasioni in cui un gruppo di persone cerca di rinvenirne uno che li rappresenti a pieno titolo: tante volte si fatica, fino ad arrendersi all’evidenza sfavorevole dei fatti, mentre in altri casi non è nemmeno necessario sforzarsi per intuire quali sia il più adatto. Come accaduto a Mark Woodforde e a Tood Woodbridge, che nessuno ha mai esitato nel riconoscere come i “Woodies”, sottintendendo, con questa azione, come fosse determinato dal fato che, con due (cog)nomi così, sarebbero diventati compagni di doppio. Un’unione nata quindi sotto il benevolo segno dell’onomastica, che ha dato vita ad una delle coppie più vincenti nella storia di questo sport, da qualche giorno introdotta nella Hall of Fame Tennis di Newport.

Le origini.
Ed invece a rendere tutt’altro che scontata la nascita del loro connubio era il fattore età. I due, infatti, non sono stati i classici coetanei cresciuti giocando assieme, dato che tra di loro intercorrevano quasi sei anni di differenza – Woodforde è nato ad Adelaide il 23 settembre del 1965, mentre Woodbridge il 2 aprile del 1971 a Sydney – indice che le loro strade si sono incrociate quando la natura aveva già fatto parte del proprio corso, soprattutto per Woodforde. Mark, infatti, era prossimo ai 25 anni, oltre che forte di quattro titoli nel circuito – di cui lo U.S. Open del 1989 in coppia addirittura con John McEnroe – quando i due decisero di disputare assieme una competizione, in quel di New Haven, torneo prologo dell’imminente Open degli Stati Uniti, anno 1990. Il risultato fu una debacle clamorosa, una sconfitta senza appello contro Steven Devries e David MacPherson al primo turno, che nessuno dei due si è mai dimenticato “Fu così che cominciò la nostra storia, in una maniera totalmente disastrosa, aiutata dal fatto che, lo ricordo ancora, io giocai a destra e Todd a sinistra” rammenta Mark. “Una prestazione sconcertante che pensavamo non ci avrebbe risparmiato dalle ire di Ray Ruffles, il coach che ci seguiva all’epoca, che era solito riprenderci in maniera accalorata quando ci rendevamo protagonisti di prestazioni di basso livello. Ed invece scoppiò a ridere, rassicurandoci che nella successiva occasione non avremmo potuto fare altro che migliorarci. Una volta capito che forse era il caso di cambiare le nostre posizioni in campo, demmo vita ai Woodies”. Pur non dotati di grandissima velocità al servizio, la miscela ottenuta dalla fusione dei loro stili di gioco fu esplosiva: le grandi capacità al volo di Woodbridge – che Agassi, uno che ha affrontato Sampras tante volte quanto fatto colazione, ha definito il miglior volleatore mai affrontato – e la proverbiale sagacia, oltre alla maggiore competitività da fondocampo, del mancino Woodforde fecero un numero spropositato di vittime per diverse stagioni. Compresi i tanti big che provarono a cimentarsi contro di loro “Non abbiamo mai avuto paura a sfidarli, differentemente da quanto ci è capitato contro Jacco Eltingh e Paul Haarhuis, i due tennisti che più ci hanno dato del filo da torcere: giocavano sostanzialmente come singolaristi ed erano imprevedibili.

I successi.
Al momento della loro ammissione nella Hall of Fame del tennis mondiale, Mark Woodforde e Todd Woodbridge possono ancora dire di essere la coppia ad aver vinto più titoli in assoluto nella specialità del doppio, a quota 61, appaiati dallo scorso mese di maggio dai gemelli Bryan – detti Bryans, ma qui il gioco di parole è troppo facile – che hanno a disposizione tutto il tempo per superarli. Tuttavia non è nemmeno paragonabile l’apporto che i tennisti australiani hanno avuto nell’economia di questo sport, perché come hanno caratterizzato il loro decennio di riferimento – gli anni 90 – pochi altri possono dire di aver fatto. Dalla prima vittoria, ottenuta nel febbraio del 1991 a Bruxelles, i due ragazzoni australiani ne hanno passate davvero tante, raggiungendo quota 6 titoli a Wimbledon – di cui cinque consecutivi tra ’93 e ’97 – accompagnati da 2 vittorie Slam sul cemento americano e su quello di casa, fino a chiudere il loro “Career Grand Slam” a Parigi, proprio nell’anno della conclusione del loro sodalizio. “Per me – ricorda Todd – la vittoria più prestigiosa è stata però quella ottenuta ad Atlanta, nel corso delle Olimpiadi del 1996: fino ad allora eravamo noti come tennisti, da quell’istante siamo diventati famosi come sportivi, e non è stato di secondaria importanza questo successo nella nostra introduzione nella Hall of Fame dei migliori sportivi australiani di tutti i tempi”. “Inevitabilmente le nostre partecipazioni alle Olimpiadi, anche quella di Sydney, dove fummo sconfitti in finale – sostiene Mark – ci hanno donato delle splendide sensazioni, ma non posso scordare la nostra vittoria in Coppa Davis nel 1999, a Nizza, contro Delaitre e Santoro: fu un punto fondamentale sulla via del ritorno dell’antica insalatiera nel nostro Paese. Ma non fu solo quello.” Già, perché i Woodies, in quell’anno, sembravano pagare dazio all’età: ormai 34enne Mark non appariva più brillante come un tempo, e Todd, che dei due era sempre stato considerato il meno forte, non riusciva a reggere la scarsa vena del compagno, tanto che nell’arco di quei 12 mesi furono soltanto due i titoli ottenuti – e di seconda fascia. Quel successo in terra francese funse da punto di svolta in vista del 2000, l’annata che avrebbe sancito il pensionamento della premiata ditta. Arrivò allora il primo e unico successo al Roland Garros, oltre che la sesta gemma a Wimbledon “Il trionfo a Parigi fu un traguardo importantissimo, perché nel nostro essere tennisti – ricorda Todd – non volevamo lasciarci sfuggire i titoli più importanti: dopo le Olimpiadi e la Davis, ci mancava di completare il nostro personale Grande Slam. Ci riuscimmo proprio all’ultimo tentativo, rischiando grosso nei quarti di finale, quando arrivammo a due soli punti dalla sconfitta. Chissà cosa sarebbe cambiato, allora.” Difficilmente lo sarebbe stato il giudizio su questi due grandissimi campioni.

Il numero 19. L’ultimo avvenimento che li ha visti calcare il campo assieme è stata la già citata Olimpiade di Sydney, dopo la quale Mark, prima di abbandonare l’attività, ha disputato un paio di competizioni con Pat Rafter. Todd, invece, ha chiuso la sua esperienza sul tour nel 2004, dopo essersi aggiudicato – in coppia con lo svedese Jonas Bjorkman – altri due titoli dello Slam tra Australia e Stati Uniti, oltre a 3 nuovi di zecca a Londra, portando così addirittura a 9 i suoi successi a Wimbledon: 83 quelli totali (contro i 67 del compagno), un record assoluto, senza contare anche quelli vinti in doppio misto. Davanti ad una coppia tanto vittoriosa, è lecito domandarsi quale sia stato il loro segreto “Nessuno, fondamentalmente la nostra fortuna è stata quella di essere entrambi altamente competitivi, chiaramente non tra di noi – anche se 2-3 momenti di tensione nel corso del decennio vissuto a stretto contatto lo abbiamo avuto – ma nel cercare strenuamente la vittoria quando scendevamo sul rettangolo di gioco” asserisce Mark, che poi ricorda “Non è un caso che il nostro essere diventati due tennisti così importanti in doppio non ha mai messo in secondo piano il nostro interesse per il singolo, dove abbiamo sempre dato il massimo, meno che nelle ultime stagioni, quando ormai la stanchezza accumulata in tanti anni di “doppi” tornei si era fatta sentire.” “Psicologicamente, poi, eravamo molto solidi, perché, mediamente, abbiamo vinto un titolo ogni quattro tornei, per cui sapevamo che, se uno o due andavano male, prima o poi sarebbe arrivata la nostra ora” chiosa Todd, che ricorda un altro dato statistico interessante, che lega ancora più indissolubilmente le carriere dei due nuovi “hall of famers”: a distanza di un anno – tra il ’96 e il ’97 – entrambi hanno ottenuto il proprio best ranking in singolare, di numero 19 al mondo. Una coincidenza piuttosto pittoresca, quasi come quella riguardante i loro cognomi. Non arrendiamoci però alla facile banalità di rito, perché se il destino ha agevolato la coniazione di un nickname molto comodo per i cronisti non ha di certo potuto infondere le competenze tennistiche, le capacità tecniche e la sagacia tattica, merito soltanto del talento di Mark e Todd, due tennisti che hanno saputo dominare il mondo. E dallo scorso gennaio, a testimoniare la loro grandezza, potete trovare due statue di bronzo che li rappresentano a Melbourne Park, a fianco a quelle di Laver, Rosewall e degli altri campionissimi che hanno fatto grande il nome dell’Australia nel tennis. Il loro timore, che ammettono scherzosamente, consiste nel non venire riconosciuti se non grazie all’etichetta sotto riportata: probabilmente ci sarà chi incapperà in questo lapsus, avvenimento che non sarebbe mai potuto succedere da chiunque li avesse visti esibirsi su un campo da tennis.

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