I PIU’ BEI MATCH DEL 2016

Nuovo appuntamento con la rubrica sul meglio del 2016. Riviviamo i match che hanno segnato la stagione.

TENNIS –

Wimbledon, dove si fa la storia. È sull’erba dei Championships che, in pochi giorni, due delle storie e delle partite del 2016 hanno trasformato un luogo simbolo nell’epifania dello spirito del tempo. Il fotogramma quasi artistico del Federer “volante” nel bianco scintillante contro le tribune scure è la foto forse simbolo della stagione tennistica appena conclusa. La rimonta contro Marin Cilic fa emergere la grinta, la passione, l’amore e l’onore del campione che non si arrende al tempo che passa.

Il croato si prende di forza il tiebreak del primo set, domina gli scambi lunghi e controlla il secondo parziale grazie al break in avvio. Ha gli occhi della tigre, ma non bastano per sfruttare le tre palle break nel settimo game del terzo set, che avrebbero probabilmente tolto al 2016 l’epica di un racconto di coraggio. Il doppio fallo del croato nel gioco successivo manda in delirio il pubblico inglese. Cilic butta via una risposta contro una seconda sul match point e lo svizzero porta il quarto set a un tiebreak che è il momento più alto della stagione. Federer va 6-4 ma non chiude, Cilic, dopo un secondo, manca anche un terzo match point. Federer disegna un un incredibile recupero in allungo in chop, sul 9-9, vince un punto da applausi prima che il croato affossi il dritto da sinistra. È quinto set, è leggenda. Il 27mo ace di Federer certifica una rimonta da sotto di due set fra le più importanti e significative della carriera, insieme a quella contro Haas a Parigi nel 2009.

A Wimbledon, Radwanska e Cibulkova hanno squadernato un match destinato a segnare la stagione e lanciare il 2016 della slovacca fino al nastro più importante dell’anno, che fa arrendere anche la numero 1 del mondo nell’ultima partita dell’anno, quel match point in finale ai Wta Championships per cui è passata la promozione di Cibulkova a “Maestra” di questa stagione. Il confronto sull’erba dei Championships, in realtà, come molte grandi storie inizia piano: Cibulkova sale 6-3 5-4 e servizio, e arriva al match point. È un match thriller, e come insegna la regola nella creazione della suspense, è il secondo capitolo quello che deve prendere allo stomaco lettore e spettatore. E il secondo capitolo cambia la storia del match. Aga firma un doppio break che porta al 7-5 e spinge il match al terzo set. Qui le due sbagliano pochissimo, a fine partita saranno 93 i vincenti complessivi (56 a 37 per la slovacca) a fronte di 59 errori (20 di Aga). Cibulkova cancella con un perfetto inside-in un match point e certifica grinta, maturità, una grandezza che non è questione di centimetri dopo tre ore e due minuti di gioco.

Radwanska aveva già giocato, e vinto, una partita ai limiti del nostalgico ma di sicuro a suo modo simbolica di un respiro del 2016 (senza contare le grandi finali di Kerber, soprattutto in Australia quando è iniziata la corsa al numero 1 e allo scettro di Serena Williams). Il quarto di finale che Aga ha vinto su Roberta Vinci a Doha, il match dei 101 punti conclusi a rete su 171, riporta per un giorno il tennis in un’epoca da secondo millennio. E conferma che il successo non deve e non può passare solo per la corsa e la potenza. “Spero che vi siate divertiti quanto me” twitta Radwanska a fine partita. Per chi l’ha vista e per chi c’era, la risposta può essere solo sì.

Certo, il 2016 di storie ne ha raccontate e racchiuse altre. C’è l’anno di gloria del Most Improved Player of the Year, quel Lucas Pouille che si candida a next big thing del tennis francese, dopo la generazione che ha fallito l’aggancio a Noah e a un secondo Slam dopo il suo Roland Garros 1983. C’è il giorno di gloria di un prossimo campione, a New York, nello stadio più grande del mondo. La sua ricerca della felicità è passata sulla collina delle ceneri, nel 6-1 2-6 6-4 3-6 7-6(6) a Nadal negli ottavi. La storia avrebbe suggerito Nadal, che l’aveva battuto 6-2 6-1 a Montecarlo l’anno scorso. Pouille prima di quest’anno non aveva mai vinto un match allo Us Open, ma contro Nadal inizia particolarmente bene: il primo set non ha storia. “Non mi sentivo particolarmente fiducioso” avrebbe poi ammesso Pouille. Nadal porta il match al quinto, allunga 4-2 e si avvicina a un possibile settimo quarto di finale allo Us Open in carriera. Ma il francese non trema. In tutta la partita stampa 59 vincenti e porta a casa 38 punti su 63 sotto rete. E soprattutto, nel più importante tiebreak al quinto set della sua carriera, fa quello che gli riesce meglio nonostante veda Rafa agganciarlo dal 6-3 sul 6-6. Nadal, però, manca un dritto per lui facile che l’avrebbe portato a un punto dalla vittoria. Sul 7-6 Pouille si sposta ancora a sinistra e piazza un altro dritto dei suoi, perfettamente sulla riga. “E’ il successo più importante di tutta la mia carriera” commenta. Per la seconda volta, Pouille ha centrato i quarti in uno Slam. E stavolta c’è riuscito vincendo tre partite di fila al quinto set. La pressione per lui è solo un’illusione.

Come per Andy Murray, che ha vinto il secondo Wimbledon, il secondo oro olimpico su un Del Potro devastante contro Djokovic e Nadal, e le due partite più lunghe nella storia del Masters. L’epica della rimonta e della rinascita sono tutte racchiuse nel pathos della semifinale contro Raonic, che vince il primo set e firma il primo break del secondo parziale. Murray però porta il match al terzo e dal 4-4 inizia una serie di quattro break consecutivi. Raonic salva tre match point, Murray ne annulla uno con una notevole volée di rovescio. Due punti più in là, festeggia la prima finale in carriera al Masters. “Oggi è stata una battaglia durissima” ammette Murray, rimasto in campo 544 minuti nelle prime quattro partite del torneo. “Ho lottato tanto tutta la settimana,  anche negli ultimi mesi devo dire. Oggi, quando mi sono trovato sotto, sarebbe stato facile magari mollare un po’ ma non l’ho fatto. Anche quando ho perso due volte il break quando ho servito per il match e dopo aver mancato match point nel tiebreak del terzo, ho cercato di dare il massimo per vincere. Di sicuro, è stato uno degli incontri più duri che abbia giocato quest’anno, molto stancante dal punto di vista sia fisico sia mentale”. Quel che sarà il giorno dopo è storia. Il capitolo finale di una storia, di una rincorsa, di una rimonta iniziata proprio sull’erba di Wimbledon. Dove la geografia diventa passione.


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