IL TENNIS E I RITORNI, STORIA DI UN GRANDE AMORE

Adrenalina, passione, competizione. Molti i casi di campioni che restano nel mondo del tennis dopo l'addio all'attività. C'è chi torna in campo (Clijsters, Navratilova, Fish), chi diventa commentatore in tv (Courier, McEnroe, Roddick), chi passa coach come Edberg, Chang, o Ivanisevic.

TENNIS – The ties that bind. I legami che non si possono spezzare. Il tennis non è solo uno sport, è passione e vocazione, è diabolico perché esistenziale, perché rispecchia e avvalora caratteri, personalità, storie, umori e amori. Per questo è spesso così difficile per chi l’ha giocato ad altissimi livelli, per chi ha trattato con gli impostori del Trionfo e del Disastro, liberarsi di uno spirito, di sensazioni come non se ne ritrovano in nessun altro aspetto della vita.

Chi vive per competere non smette quando appende la racchetta al chiodo. Il richiamo è troppo forte, e come i due vecchi compagni di viaggio che restano sempre due marinai, il giocatore e la sua racchetta non dovrebbero lasciarsi mai. E tanti tornano, a vario titolo, in campo. Rientri agonistici accompagnati da forma e successo hanno scandito le carriere di Martina Navratilova, l’esempio più vicino alla versione tennistica di Michael Jordan, passato anche per il baseball, o di Kim Clijsters, che da mamma e senza classifica è riuscita a rivincere un ultimo Us Open e diventare la campionessa Slam con il più basso ranking di sempre. Ha impiegato 12 anni per decidere di rientrare Kimiko Date, che al mondo insegnato come l’età sia solo un numero.

Quando si è ritirata la prima volta, alla fine della stagione 1996, era numero 8 del mondo. A Wimbledon, il 4 luglio, aveva perso una semifinale indimenticabile contro Steffi Graf, salvata dall’oscurità e dal carisma dei campioni. All’inizio del terzo set, con Kimiko che aveva vinto gli ultimi sei game, Steffi chiede e ottiene la sospensione per oscurità. Il giorno dopo, chiuderà e conquisterà la finale, prima di festeggiare il suo settimo titolo ai Championships.

Kimiko non gioca fino al 2008, a parte un’esibizione in doppio a Tokyo nel 2002. Poi decide di rientrare, e vince. A 38 anni, 11 mesi e 30 giorni conquista il suo primo titolo Wta in 13 anni, a Seoul. È la seconda vincitrice più anziana nell’era Open, superata solo da Billie Jean King capace di imporsi a Birmingham, nel 1983, a 39 anni 7 mesi e 3 giorni. Nel 2011, quindici anni dopo la sua ultima apparizione a Wimbledon (battuta ai quarti da Mary Pierce), diventa la seconda più “agée” dopo Martina Navratilova a vincere un match ai Championships. E si arrende a Venus Williams 8-6 al terzo solo dopo sei ore di lotta.

La passione, però, ha controindicazioni che ti annebbiano la vista, ti riporta a correre e sudare quando correre e sudare non dà più gli stessi risultati. È la passione che rimette in campo Thomas Muster a oltre 40 anni, per 26 partite tra 2010 e 2011, dopo aver lasciato nel 1999. Ne perde 24, l’ultima a Vienna, 62 63 contro Dominic Thiem: sono le 21.50 del 25 ottobre 2011 e l’austriaco saluta per la seconda volta. L’ultima. Anche se resta soprattutto il suo primo ritorno a testimoniare la sua storia, la voglia di competere e di superare ostacoli e difficoltà, che pochi giorni dopo essere stato investito da un automobilista ubriaco lo motiva ad allenarsi con una macchina sparapalle su una sedia a rotelle.

Non si può nascondere, però, che si può tornare per amore, si può tornare per passione, ma si può tornare anche per soldi. Quelli che non danno la felicità, ma calmano i nervi. E di soldi ha sempre avuto bisogno Bjorn Borg, che si ripresenta a Montecarlo nel 1991 con gli stessi capelli biondi, la stessa fascetta, le stesse racchette Donnay di legno. Ma nessuno si bagna due volte nello stesso fiume, e il Borg che non metteva piede in campo da una decina d’anni sembra più la sua caricatura nei “Tenenbaum”. È un carnevale indecoroso, dopo il matrimonio fallito con Loredana Bertè, con tanto di accompagnatori ancor più pittoreschi, come il 79enne sedicente guru di arti marziali giapponesi, Ron Thatcher, che si fa chiamare Tia Honsai (ha avuto come “adepti” anche James Coburn e Richard Burton) ma si presenta col binocolo e un ginocchio rotto. Borg perde al primo turno da Arrese, perderà sette partite su sette in quella grottesca appendice di carriera, senza mai vincere un set. Il suo compagno di allenamento in quei giorni del 1991, Jonas Svensson, dirà: “Borg è ancora il miglior giocatore del mondo con una racchetta di legno”. E chiude la porta su una stagione morta.

E chissà se Jennifer Capriati, una carriera tutta segnata dall’eccezionalità e dagli eccessi, da un’etichetta che gli è stata appiccicata addosso troppo presto. Una campionessa che vorrebbe chiudere un cerchio e inseguire una sua parvenza di normalità nel prossimo ritorno agli Us Open. Perché quel che le è rimasto, dopo le pause e le vittorie, gli addii e le denunce dell’ex compagno, è soltanto un discorso sospeso. “Sin da quando ho 16 anni devo difendermi e lottare contro la falsa etichetta che i media provano ad appiccicarmi – ha scritto su Facebook -. Se oltre 20 anni fa ho fatto qualcosa, non significa che io sia tossicodipendente, drogata, imbrogliona o deviata. Dieci anni fa la mia carriera, la mia sicurezza, la mia passione e il mio amore mi sono stati portati via dopo che avevo lottato duramente per tornare, ma solo il mio privato sembra interessare. Sembra che la gente tragga vantaggio dalle mie difficoltà”.

E il sipario è calato in questi giorni su un altro discorso sospeso, quello di Mardy Fish, tradito dal suo cuore matto, dalle paure, dalla tachicardia. Si è concesso un ultimo giro di giostra con Andy Roddick, che al tennis ha detto addio senza troppi pentimenti e ha ritrovato al microfono della BBC John McEnroe, l’unico che ha vissuto un doppio rientro di successo. Unico tennista ad aver vinto almeno un titolo in quattro decadi, ha conquistato il trofeo in doppio a San José (con Bjorkman) a 47 anni, è una delle voci di punta della tv inglese. È uno dei tanti che alla racchetta ha preferito il microfono, e come nel Senior Tour, che potrebbe abbandonare perché non riesce a competere come vorrebbe con i più giovani che hanno da poco lasciato il circuito pro, anche alla BBC potrebbe aver trovato un rivale con la metà dei suoi anni e una brillantezza che non conosce pause. “Roddick ha finalmente vinto il suo Wimbledon” è il commento che torna di più per la sua prima esperienza da opinionista.

E anche qui, non c’è dubbio, che l’atout economico sia un plus non disprezzabile: le grandi star possono raggiungere accordi per 150.000 dollari, e spesso lavorano anche per diversi network durante lo stesso torneo. Tuttavia, per chi tanto ha guadagnato in carriera, non può essere questa la molla principale. Come non può esserlo per chi torna in veste di allenatore (Amelie Mauresmo, Boris Becker, Stefan Edberg, Michael Chang, Goran Ivanisevic, Ivan Lendl), per chi apre un’Academy, o diventa direttore di un torneo (Richard Krajicek, Michael Stich, Kim Clijsters).

Perché ognuno lo vive a modo suo, e c’è anche chi se ne vuole distaccare dedicandosi al comitato olimpico nazionale (Safin), al poker (Kafelnikov) o alle sue iniziative benefiche (Agassi e Graf). Ma se sei arrivato così in alto nel tennis, è impossibile trovare un sostituto per l’adrenalina, la passione, la competizione. Il tennis è un destino per la vita, non solo per una carriera.


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