IL TENNIS E LE GRANDI RIVOLUZIONI

Le palline colorate e il tiebreak, l'Hawk-Eye e il round robin. I cambiamenti accettati e gli stravolgimenti solo immaginati nella storia del Gioco dei Re.

TENNIS – Lo sport più tradizionale della tradizionale Inghilterra sta per cambiare pelle. Nel cricket si potrebbero sperimentare palle rosa o gialle, un po’ come quelle da tennis. La storia delle palline del passatempo dei Re si incrocia con i prodromi nobili dello sport della racchetta, la pallacorda che Luigi XI praticava con palle di pelle e imbottite di gesso, sabbia segatura o terra. Una storia che accelera a fine Ottocento con Charles Goodyear che inventa la gomma vulcanizzata. Fino al 1972, nell tennis professionistico cambiano i materiali ma non i colori: le palline rimangono bianche.

Anche se nel 1967, il colore arriva, almeno in tv. La BBC trasmette per la prima volta la finale di Wimbledon in Technicolor: l’erba sembra un po’ più verde. Solo un anno dopo, la Penn introduce palline di un colore definito come “giallo ottico”, considerata la migliore gradazione per la visibilità in campo. Palline non destinate ai pro, ma ai giocatori della domenica, agli appassionati che si dilettano nei circoli e nei parchi pubblici. Evidentemente, la riforma piace perché nel 1972 anche la ILTF, la federazione internazionale, apre alle nuove gradazioni. Wimbledon, dove Ted Tinling aveva portato scandalo con la minigonna dai pizzi rossi di Gussie Moran, resterà fedele al bianco fino al 1985. Un ritorno, seppure lieve, delle palline bianche c’è stato. In un torneo tra vecchie glorie in Portogallo, nel 2009, si è giocato con palline bianche. Era il Vale do Lobo Grand Champions, del circuito Atp Champions Tour. Le palline bianche non si producono più, quindi il direttore del torneo, Pedro Franzao, ha dovuto ordinare 10 mila palline bianche alla WIlson.

Di rivoluzioni vere o presunte il tennis ne ha vissute tante, dai materiali delle racchette alle regole con cui si è cercato di avvicinare lo sport alla modernità e al supposto gusto del pubblico. “Una delle più violate nel tennis è quella sul gioco continuo. (…) Questa regola è stata introdotta perché la resistenza gioca un ruolo determinante e a volte un giocatore può cercare di vincere sfiancando l’avversario. Il giocatore più stanco può deliberatamente perdere tempo per recuperare il fiato e le forze. Così sta consapevolmente togliendo all’avversario il vantaggio costruito (…). La regola è stata da poco cambiata (…). Non c’era niente di sbagliato nella vecchia, solo che pochissimi arbitri hanno il coraggio di farla rispettare, soprattutto se a violarla è un grande campione”. Così scriveva un giornalista del Sydney Morning Herald, che però non aveva certo assistito alla finale più lunga nella storia dello Slam (le 5 ore e 53 minuti tra Nadal e Djokovic all’Australian Open 2012, cui si è arrivati anche a causa delle pause più lunghe del consentito e raramente sanzionate): l’articolo è infatti datato 10 ottobre 1931. Inutile, però, cercare di introdurre il cronometro in campo, come nel basket NBA. Come ricordava al New York Times l’arbitro australiano Wayne McEwen, un tentativo è stato anche fatto, a Sydney negli anni ’80, e immediatamente cancellato.

La tecnologia è comunque entrata a cambiare il mondo del tennis. Con i rilevatori della velocità al servizio e soprattutto con l’Occhio di Falco. Un enorme cambiamento di filosofia, di approccio al gioco, anche da parte degli arbitri, che nasce nel 2004 durante i quarti di finale dello Us Open tra Serena Williams e Jennifer Capriati. I ripetuti errori della giudice di sedia, Mariana Alves, convincono a a valutare l’introduzione della tecnologia anche in campo delle ricostruzioni digitali usate solo per le moviole televisive. Verso la fine deò 2005 l’ITF ha testato il sistema dell’Hawk-Eye a New York City e dopo il controllo di ottanta tipi di tiro misurati dall’ITF high speed camera, è stato approvato l’utilizzo a livello professionistico. La prima a richiedere la verifica della chiamata è Michaëlla Krajicek durante la Hopman Cup del 2006. L’anno dopo fa il suo ingresso anche a Wimbledon, con Gabashvili che chiede l’Hawk-Eye contro Roger Federer, non proprio entusiasta della nuova tecnologia. Il suo “This thing is killing me” ha fatto storia.

Sempre nel 2007, Etienne De Villiers, allora presidente dell’ATP con un passato alla Disney, pensa di favorire le televisioni e sperimentare il round robin anche nei tornei del circuito invece di limitarlo a un evento eccezionale come il Masters di fine anno. Un’idea che avrebbe dovuto fruttare di più anche per gli organizzatori, questo il ragionamento, perché la certezza di vedere i big più volte avrebbe attratto un pubblico maggiore. Per evitare gli incontri senza ormai niente in palio tipici delle ultime giornate del Masters, la formula prevede i gironi a tre. Ma non fa i conti con l’eventualità dei ritiri. Come ricordava qui Luca Brancher, a Buenos Aires abbandonano dopo il primo incontro Acasuso e Calleri. “Ma non era soltanto una protesta di matrice argentina, perché uno dei capi della rivolta fu Juan Carlos Ferrero, capitato nella classica situazione atipica, dove il ritiro di uno dei componenti originari, Nicolas Lapentti, rendeva vano il suo ultimo match, perché invece dell’ecudoariano l’iberico avrebbe dovuto affrontare il ripescato ceco Lukas Dlouhy, con sullo sfondo il transalpino Nicolas Devilder già certo del passaggio del turno. Ferrero, quella partita, non la voleva proprio giocare e ci vollero davvero interventi di varie persone affinchè lo spagnolo scendesse in campo, per fare proprio un incontro inutile”.

Ma è a Las Vegas che l’azzardo si rivela per quel che è: un bluff. In uno dei gironi ci sono Blake, Del Potro e Korolev. Nel primo match Delpo superava facilmente, col punteggio di 6-3 6-2, il russo, mentre Korolev si rifaceva nel successivo contro Blake per 6-2 6-4. Nell’ultimo match, Blake è avanti 61 31 quando l’argentino si ritira. Il regolamento vorrebbe il passaggio del turno di Korolev, perché l’americano non ha concluso il suo match. Ma l’ATP smentisce il regolamento e dichiara Blake vincitore del girone, e l’esperimento di fatto si chiude qui.

Oggi si torna a parlare di velocizzare il gioco, di set più rapidi, magari con tiebreak sul 4-4 come nel World Team Tennis, ma gli esperimenti in questo senso, come togliere il let al servizio non sono stati certo apprezzati dai giocatori. Dall’anno prossimo, sparirà una parte del fascino della tradizione della Coppa Davis, con l’introduzione del tiebreak nel quinto set. E di sicuro tornerà il dibattito: è giusto che nei tornei sotto l’egida ITF solo due, la Davis e lo Us Open, abbiano il tiebreak al set decisivo?

Il tiebreak, l’invenzione di James Henry Van Halen, peraltro scomparso due giorni prima che Stich battesse Edberg 46 76 76 76 a Wimbledon pur avendo completato l’unico break del match, è l’unica, vera, grande rivoluzione del tennis moderno. Eppure tiebreak, o “sudden death” come veniva inizialmente chiamato all’inizio degli anni ’70, non ha raggiunto i due obiettivi che l’inventore si era dato. Tra il 1955 e il 1956 brevetta un ingegnoso sistema di punteggio, vicino a quello del ping pong, da 21 punti con alternanza di servizi ogni cinque e senza seconde palle. Il VASSS (Van Alen Streamlined Scoring System), introdotto agli US Championships del 1955 e 1956, nasce per arginare il dominio al servizio di Pancho Gonzales, che però continua. E il primigenio sistema Van Halen viene subito abbandonato.

C’è sempre Pancho Gonzales all’origine del suo ritorno. Nel 1969, Van Halen pensa a un tie-break prima da nove punti totali (vince chi arriva a 5), poi trasformato nella versione attuale, dopo la rimonta a Wimbledon del 41enne, futuro primo coach di Connors, su Charlie Pasarell 22-14 1-6 16-14 6-3 11-9 nel 1969. Pensa di ridurre la durata dei match, dopo aver assistito a quella che allora era la partita più lunga nella storia del torneo. Isner e Mahut si incaricheranno di dimostrare che untiebreak non interrompe un’emozione.

Ma il tiebreak è ormai la regola, e proprio a Wimbledon diventa storia. Bastano 22 minuti, i 22 minuti più incredibili nella storia del tennis. I 34 punti che permettono a Borg di cambiare il suo destino nella finale di Wimbledon 1981: quel 18-16 segna la sua ultima doppietta Roland Garros-Wimbledon e la sua ultima vittoria su Supermac.

È a New York, però, che si rivela tutta l’anima della “sudden death”. New York che l’ha adottata subito, dal 1970, da giocare sul 6-6 con l’arbitro che il primo anno alzava una bandierina rossa per segnalare la novità al pubblico, New York che resta l’unico Slam a consentire il tie-break anche nel set decisivo. New York, che ha vissuto e regalato il più iconico dei 34 duelli tra Agassi e Sampras, completato un quarto d’ora dopo un quarto d’ora dopo la mezzanotte del 6 settembre 2001, cinque giorni prima dell’attacco alle Torri Gemelle.

Eppure la riforma della Davis, e quelle che potrebbero arrivare, impallidisce di fronte a uno degli uomini più potenti nel mondo dello sport, Bernie Ecclestone, che all’inizio del nuovo millennio aveva stretto un patto con Boris Becker e Ion Tiriac per prendere in mano il tennis mondiale. Il padrone della F1 voleva rendere anche lo sport della racchetta più appetibile per le tv: niente seconda di servizio e soprattutto durate certe, programmabili, con 2-3 blocchi di 20 minuti ciascuno.

Ma forse il tennis non è ancora pronto per un cambio di paradigma, come non era pronto per la terra blu. E non è solo questione di colori.


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