A TU PER TU CON…ALBERTO CASTELLANI

Ai microfoni di Tennis.it è intervenuto il coach umbro, fautore di un interessante corso per allenatori a Perugia. Qui ci svela il suo progetto e non lesina consigli sulla figura del maestro.

Roma – Alberto Castellani è uno dei pochi allenatori italiani che godono di fama internazionale. Dalla sua scuola di Perugia sono passati tennisti del calibro di Tipsarevic e Karlovic, tanto per citarne alcuni. Da anni impegnato nella lotta per i diritti dei maestri, il coach umbro ci svela il suo ultimo progetto: il primo corso per allenatori della Global Professional Tennis Coach Association, di cui egli è co-fondatore e presidente.

Sig. Castellani, come e quando nasce la Global Professional Tennis Coach Association?

L’associazione nasce nel settembre dello scorso anno. In realtà il progetto era nato un po’ prima, da un’idea mia e di Dirk Hordorf, ma la prima riunione ufficiale con gli altri allenatori ha avuto luogo presso il ristorante Nino’s durante gli Us Open 2010. Quindi  sono stato eletto presidente.

Qual è lo scopo dell’associazione?

L’idea è quello di creare una coscienza di categoria, che possa intervenire sulle decisioni prese dall’Atp o dalla Wta facendo valere le nostre opinioni. Cerchiamo di formare nuovi coach, fornendo loro quelle informazioni necessarie per affrontare i circuiti internazionali. In passato, ad esempio, nonostante io sia un maestro federale, nessuno mi ha dato queste competenze ma le ho apprese da solo.  Sono un autodidatta, come molti altri.

Dal 30 settembre al 2 ottobre ha avuto luogo a Perugia il primo corso per coaching. Come è andata?

Si è trattato di un corso storico, da pionieri, al quale ne seguiranno uno in Spagna con José Perlas e uno in Germania con Alexander Waske. Per la prima volta, infatti, ai coach sono stati conferiti dei titoli ad honorem: i destinatari sono stati Adriano Panatta, Raffaella Reggi, Laura Golarsa e tanti altri. Sono stati anche consegnati dei diplomi ad allenatori italiani che da anni operano nel circuito internazionale come Giovanni Sartori, Umberto Rianna e Fabrizio Fanucci.

Come è articolato il corso?

Esistono tre livelli. Il livello C è destinato ai principianti, i quali devono apprendere le regole del circuito juniores e dei Futures. Il livello B è proiettato verso i Challenger. Il livello A non prevede corsi formativi ma si acquisisce attraverso anni di attività ad alti livelli. Infine si arriva al livello A*, dove rientrano solo i grandissimi. In questa categoria, ad esempio, troviamo Adriano Panatta in quanto vincitore del Roland Garros.

Quali sono le tre qualità dalle quali un bravo allenatore non può prescindere?

Il concetto di coach è molto esteso perché, al di là delle competenze tecnico-tattiche, un bravo allenatore può essere anche uno psicologo dello sport o un preparatore atletico. A mio avviso la migliore qualità è l’empatia, ovvero la capacità di entrare nei problemi dell’altro. Un bravo coach deve adattarsi ad ogni singolo giocatore. Io non amo gli allenatori che pretendono che i tennisti si adeguino al loro modo di pensare. Deve essere il contrario. Una seconda qualità è la capacità di ascoltare il proprio allievo. Infine, un bravo allenatore è colui che sa essere presente quando il giocatore perde e sa quasi scomparire quando lui vince.

Qual è la sua opinione sui papà coach?

La figura del papà coach va un po’ rivalutata. Il 90% di loro investono del tempo sui propri figli, rinunciando magari ad ore del proprio lavoro pur di accompagnarli personalmente nei tornei, invece di affidarli a terzi che vorrebbero esser pagati. Certo, se ai papà si potessero insegnare un codice comportamentale e alcune regole del circuito juniores sarebbe un bel traguardo. Alcuni papà forse stressano i figli, ma anche i coach spesso lo fanno.

Infine, una curiosità: se, da allenatore, dovesse scegliere un giovane italiano da seguire da vicino, lei su chi punterebbe?

Lo scorso anno abbiamo svolto la preparazione invernale in Kenya con Tipsarevic, Bozoljac, Schuettler e altri. Con noi c’era anche Thomas Fabbiano e devo dire che è un ragazzo che gioca bene e si allena con dedizione e sacrificio, così come Trevisan. Poi, mi parlano bene anche di Quinzi che però non ho ancora visto giocare. Comunque Fabbiano è un giocatore che mi piace.

Ringraziamo Alberto Castellani per la cortesia e disponibilità.

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