LA CRISI DI MONFILS: “NON FUNZIONA NIENTE, DEVO CAMBIARE TUTTO”

"Non ho servizio, non riesco a tirare un vincente di dritto, di rovescio finisco fuori campo troppo presto. Devo fare scelte migliori. Devo fare meglio tutto". Così Gael Monfils a Indian Wells. E' iniziato tutto, dice, dopo l'esclusione in Davis. "Forse mi metto addosso troppa pressione" ammette.

“Sono a pezzi. Fisicamente sono stanchissimo e nel mio gioco non funziona niente. Non ho servizio, non riesco a tirare un vincente di dritto, di rovescio finisco fuori campo troppo presto. Devo fare scelte migliori. Devo fare meglio tutto. Ho molte cose da cambiare”. La sconfitta contro Thiem a Indian Wells è solo l’indizio più evidente, l’ultimo tassello di una crisi che arriva da lontano per Gael Monfils.

Il francese ha l’onestà di non nascondere un abbattimento profondo, di portare in pubblico, in un’intervista all’Equipe, le ragioni di un’insoddisfazione, di una frustrazione, di un’impotenza più forti di una partita persa. “La base, dice, non è più solida come prima. Sento meno bene i miei colpi eppure mi alleno bene. Ma non succede niente e alla luce dei risultati non posso continuare così. Non faccio che perdere”.

Solo in Australia, spiega, ha giocato bene. A Melbourne ha battuto Jiří Veselý, Alexandr Dolgopolov e Philipp Kohlschreiber prima di subire la tredicesima sconfitta in quindici confronti diretti contro Rafa Nadal, in un match che ha ricordato per certi versi la sfida di New York contro Djokovic. Monfils, infatti, ha sviluppato davvero il suo gioco solo a partire dal terzo set ma non è bastato a raddrizzare una partita ormai persa. Non è bastato nemmeno a far cambiare idea al capitano Yannick Noah che lo esclude dal primo turno di Coppa Davis a Tokyo. Monfils va a Lione per un torneo di padel insieme al due volte campione di Francia, Robin Haziza. “Che ne approfitti, che si diverta, gli farà bene. Spero solo che non si faccia male, è un atleta estremamente dotato, avrebbe potuto giocare a basket” ironizza Noah. Il riferimento, nemmeno troppo velato, è alla turbolenta vigilia della semifinale 2016 a Zara. Dopo essersi concesso qualche schiacciata, infatti, Monfils annuncia il forfait per la semifinale per un infortunio al ginocchio. Reale o no, non è mai stato chiarito. “Monfils non è con noi perché sto cercando di instaurare uno spirito di gruppo” dichiara il capitano alla vigilia della sfida dominata contro i nipponici “di riserva” vista l’assenza di Nishikori. “Gli ho parlato a dicembre, mi ha spiegato la sua posizione, gli ho detto cosa mi aspettavo da lui in nazionale. Sta a lui dimostrare di essere motivato, il gruppo viene prima di Gael”. In fondo, spiega, anche la nazionale di calcio si priva di Benzema, il suo miglior centravanti.

La delusione scava dubbi in Monfils. “Dopo non ho più giocato bene” ammette. “Allora che succede, qual è il problema? Ecco una buona domanda, cercherò di trovare una risposta con la squadra. Devo trovare il modo di far passare questo periodo negativo. Può darsi che faccio troppo, che chiedo troppo a me stesso, che mi metto troppa pressione addosso. Non lo so, sento però un campanello d’allarme, c’è qualcosa che mi ha innervosito nel profondo, che mi frustra quest’anno e dovrei liberare”.

Monfils torna in campo dopo un mese, a Marsiglia ma perde nei quarti da Gasquet, come una settimana dopo a Dubai contro Verdasco. A Indian Wells, la febbre e i troppi interrogativi lo costringono a una vittoria più difficile e meno convincente del previsto contro Darian King. Decide anche di abbandonare il nuovo movimento di servizio studiato in otto mesi con Mikael Tillström, e di tornare al vecchio mulinello con i piedi uniti e il lancio di palla in avanti. “Ho bisogno di ritrovare buone sensazioni, di tornare alle basi del mio gioco” commenta. “Mi serve equilibrio, e questa è una soluzione”. Contro Isner, cerca anche meno prime vincenti, cerca però di metterne di più in campo, insiste sul piazzamento più che sulla velocità. “E’ il feeling che sente in campo la cosa che conta” commenta Tillstrom che non ha seguito il francese a Indian Wells. “Ci siamo parlati, ovvio, Gael sentiva il bisogno di un cambiamento per essere più a suo agio soprattutto con la seconda, i troppi doppi falli dall’inizio della stagione gli hanno fatto male”. Ha provato, spiega, ha cambiare il posizionamento, a lavorare di più con la spalla ma senza risultati.

Almeno contro Isner, ha continuato a funzionare la risposta, l’atout che ha fatto la differenza l’anno scorso, come dimostrano le statistiche pubblicate sul sito dell’ATP. La sua stagione migliore di sempre, figlia di 44 vittorie e 17 partite, chiusa da numero 7 dopo aver toccato anche il best ranking al n.6, è il risultato del suo miglior tasso di conversione delle palle break in carriera. In 660 turni di risposta, ha trasformato il 45,4% delle occasioni (189 su 416), il 5% rispetto in più rispetto alla sua media stagionale tra il 2005 e il 2015. Rispetto all’anno precedente, ha ottenuto il 31,9% di break in più quando si è trovato sopra 30-40, il 25,7% in più da 0-40, il 20,4% in più dal 15-40. E’ diventato così il terzo giocatore in stagione per conversione delle palle break, ne ha trasformate 16 in più del 2015 contro la prima e 28 in più comtro la seconda. È soprattutto sulla terra che ha fatto la differenza, con più di un break ogni due chances, il 5% di Nadal sulla sua superficie migliore.

In poco tempo è cambiato tutto. “Tento ogni cosa, e non riesce niente” ammette sconsolato. “E’ frustrante non arrivare da nessuna parte con tutto quello che do in campo. Comunque ho ancora molta voglia di giocare”. Ed è già un primo passo, il più importante, per trovare la soluzione.


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