LE SCELTE DI LUKAS

Il ceco Dlouhy ha vissuto una carriera delineata da alcuni episodi. Se fosse andata diversamente?

Roma – Li chiamano punti di svolta e sono dei momenti campali in cui le sorti di una carriera possono cambiare. In meglio, ma anche in peggio. In certi casi bisogna solo assecondarli, in altri sfruttarli, in altri stare attenti, perché da soli possono non bastare, devi comunque metterci qualcosa di tuo. Quando capitano, questi momenti, è necessario mettersi nella condizione di sprigionare il proprio massimo, ed è da questo assunto che sorge quel forzato concetto, corretto solo a volte, secondo cui lo sport sarebbe una riuscita metafora della vita. Anche nella vita, da quella più a quella meno ordinaria, i momenti davvero decisivi non sono poi molti, come i punti di svolta nelle carriere agonistiche: l’importante è capirlo ed essere pronti quando si presentano. Tutto questo deve essere chiaro anche in Repubblica Ceca.

Lukas Dlouhy. Molti di voi, il 28enne ceco, lo conosceranno perlopiù come Lukas Dlouhy il doppista. In verità, prima di divenire “famoso” – per quanto sia possibile essere celebri primeggiando a tratti in questa disciplina – per le sue doti nella specialità a coppie, era un discreto singolarista. Possiamo, senza sbilanciarci troppo, affermare che le due carriere, fino ad un certo punto, un preciso punto, sono proseguite parallele, con lenti, ma continui, progressi in entrambe. Le prime volte in cui è assurto ad un minimo di notorietà fu al Roland Garros, nelle stagioni 2005 e 2006, quando Lukas giocò alla pari per quattro set con Marat Safin – fresco vincitore degli Australian Open – ed eliminò tennisti del calibro di Josè Acasuso e Kristof Vliegen, tutti top-30, se non meglio. Il gioco di Dlouhy era alquanto brioso, motivo che portava ad augurarsi che potesse divenire un discreto protagonista del circuito principale. Tuttavia il suo disimpegnarsi tra le due specialità gli impediva un deciso salto di qualità e il limbo della 100esima posizione diveniva, mese dopo mese, un enigma di impervia soluzione.

Il 2007 ebbe così un ruolo cardine per Lukas, che si rese protagonista di alcuni avvenimenti che ne indirizzarono in maniera netta la carriera. Il primo è riconducibile alla data del 15 gennaio, giornata d’apertura degli Australian Open, in cui il “nostro” era chiamato a giocarsela con un tennista proveniente dalle qualificazioni, Teymuraz Gabashvili, il russo-georgiano. L’incontro, che vedeva Dlouhy prendere facilmente il largo sin dalle prime battute della contesa, sembrava essere un chiaro “no contest” in favore del migliore per gerarchia di classifica, fino a quando, come il più classico dei colpi di scena, il risveglio del tennista russo complicò il compito, sembrato ad un certo punto scontato. Ebbe così inizio una battaglia colpo su colpo che per poco non andò ad insidiare la partita più lunga tra quelle disputate nell’unico Slam che ha sede nell’emisfero australe. La parità fu rotta solo al trentesimo gioco del quinto set, e dopo 4 ore e 46 minuti, proprio dal tennista di Pisek, Rep. Ceca, che in precedenza aveva sprecato un numero infinito di occasioni, tra match-point e volte in cui aveva servito per chiudere la contesa. Al turno successivo, vanificando un vantaggio di due set, Lukas avrebbe ceduto al connazionale Stepanek, sconfitta che però non mitigava la sensazione di svolta che gli aveva conferito il successo nel turno precedente: poteva essere quella la partita che gli infondeva la fiducia necessaria per vincere con decisione la reticenza nello stabilizzarsi tra i top-100. E migliorare. Si sarebbe dimostrato tutto falso.

Quello che nessuno avrebbe immaginato, nemmeno il più convinto giallista tra gli amanti della racchetta, è che quell’incontro “infinito” non sarebbe stato il più lungo tra quelli che Lukas avrebbe giocato in quell’anno, almeno in termini di giochi disputati nella frazione finale. E non era necessario nemmeno fare questo sforzo per risalire all’avvenimento che lo avrebbe visto nuovamente protagonista, perché si tratta del già per lui decisivo Roland Garros, edizione 2007, dove, opposto al teutonico Philipp Kohlschreiber al primo turno, il ceco si sarebbe visto sconfiggere per 17-15 al quinto, con enormi rimpianti e non poche chances gettate alle ortiche, in un incontro che avrebbe sancito immediatamente una bocciatura. Da quel momento, infatti, Lukas sarebbe uscito dai top-100. E mai più ci avrebbe fatto ritorno. Un incontro strano, quel primo turno parigino di quattro stagioni fa, perché stride abbastanza il punteggio finale (6-2 3-6 7-5 4-6 17-15) con la durata totale dell’incontro, vale a dire solo 3 ore e 55 minuti. Dividessimo il numero di punti giocati per i minuti, otterremmo un coefficiente di 1,86 punti a minuto. Per un incontro così lungo, un avvenimento epocale. Un match senza scambi, dove l’1-2 l’ha fatta da padrone per tutta la disputa. E dove, al contrario di quanto accaduto in Australia, Lukas ha vissuto un nuovo punto di svolta. Negativo, però. Almeno come singolarista. Ed è da questo momento che la vita, da tennista, di Dlouhy muta inesorabilmente.

Come detto, mai più sarebbe entrato nei top-100 e soprattutto, col tempo, le sue due carriere avrebbero preso direzioni ben distinte: in declino quella in singolare, che col tempo avrebbe abbandonato – quella a Parigi, per intenderci, fu l’ultima apparizione nei main draw Slam – sempre in prima linea quella da doppista, grazie anche a quanto accadde proprio durante quel Roland Garros, dove, assieme al suo esperto connazionale Pavel Vizner, ottenne la prima finale Slam. Un vero punto di svolta, questo sì. Si sarebbe ripetuto allo U.S. Open dello stesso anno, dove fu nuovamente sconfitto, ancora assieme a Vizner, ed avrebbe atteso due anni, alla quarta finale, proprio a Parigi, per alzare il primo titolo, legandosi ad un’altra leggenda di questo sport, l’indiano Leander Paes. Ad oggi i titoli Slam sono saliti 2, con 6 finali in bacheca (tutte tra Parigi e New York), ha dimorato per 2 stagioni consecutive tra i top-10, da cui è di recente uscito, pur essendo ancora in grado dire la sua, come testimoniano i due trionfi ATP conquistati con l’australiano Paul Hanley nel corso del 2011. E chissà se tutto questo lo deve al fatto di aver assecondato quanto è emerso in quei giorni di fine primavera del 2007.
Un po’ come la storia del “è meglio avere rimpianti o rimorsi?”. Destinando le sue maggiori fatiche al doppio – un’operazione che lo vede in netta contrapposizione col già citato connazionale Radek Stepanek – Lukas Dlouhy si è di sicuro garantito dei trionfi probabilmente inattesi, però si è negato la possibilità di valutare quali fossero i suoi limiti da singolarista. A meno che, come sussurrano i maligni, non avesse già raggiunto l’apice. A prescindere da qualsiasi ragionamento a posteriori, Lukas non avrà rimorsi, perchè ha seguito quanto il suo tennis gli stava trasmettendo. E quanto ai rimpianti, è difficile trovare un tennista senza. A tal proposito mi sovviene un’immagine legata a Wayne Arthurs, l’ormai quarantenne australiano, e ad un momento di particolare rimpianto che varrebbe la pena raccontare. Questo, però, accadrà nel prossimo articolo.

Condividi:
  • Facebook
  • Twitter
  • Google Bookmarks
  • Print
  • email
  • Live
  • PDF

Lascia un Commento