MELBOURNE, MON AMOUR!

La Testud spiega perché è rimasta particolarmente legata allo Slam australiano. Il torneo di Zurigo, a suo avviso, era quello meno organizzato. I migliori e i peggiori appuntamenti del circuito secondo l’esperienza di una ex top ten

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Roma, 23 Marzo 2010 - Il torneo del circuito Wta a cui sono rimasta più affezionata è sicuramente quello di Melbourne. La prima prova dello Slam ha sempre avuto un sapore del tutto particolare per me. Le ragioni sono molteplici: in primis la sua collocazione in calendario. Tutt’ora si disputa a gennaio, quando in Europa siamo nel pieno dell’inverno, quindi, da amante delle alte temperature, già durante le vacanze natalizie non vedevo l’ora di trasferirmi nell’emisfero australe per poter avviare al meglio, nelle condizioni più favorevoli, la mia preparazione fisica. Prima di Melbourne, mi iscrivevo in tabellone anche ad Auckland e a Sydney proprio perché mi piaceva prendere confidenza con l’ambiente in vista dell’appuntamento più prestigioso.

Organizzazione impeccabile. Un altro aspetto importante, dal mio punto di vista fondamentale, era quello logistico. In confronto a New York, Parigi e Londra, la “città delle quattro stagioni” era molto più a misura d’uomo. Pur essendo una metropoli Melbourne è infatti molto più vivibile delle altre realtà: c’è meno traffico, gli alberghi erano vicinissimi all’impianto di gioco, l’organizzazione in più occasioni si è dimostrata efficientissima non solo per i giocatori ma anche per tutti i componenti dei loro staff. Può sembrare irrilevante ai non addetti ai lavori, ma vi garantisco che iniziare la giornata in cui ti devi giocare una qualificazione importante rimanendo imbottigliata per due ore nel traffico non è certamente benaugurante per la propria performance.

Tifo di classe. Non da ultimo il pubblico che si è costantemente dimostrato di grande competenza tennistica, molto eterogeneo, con ancora più nazionalità rappresentate sugli spalti che a Flushing Meadows. Inoltre, chiunque sia stato almeno una volta da quelle parti durante le due settimane in cui sono programmati i match, non può non rendersi conto che per gli australiani si tratta ogni anno di un vero e proprio evento. La grande partecipazione è palpabile anche solo camminando per le vie del centro. Nelle altre location invece non posso dire che sia la stessa cosa. Infine, ma non certo per ordine d’importanza, devo ammettere che le migliori amicizie che ho consolidato durante le mia carriera sono nate proprio a quelle latitudini.

Sognando la West Coast. Mi trovavo a mio agio pure in California. Il trittico San Diego-Indian Wells seguito dalla trasferta in Florida per Key Biscaine mi regalava tante soddisfazioni. Forse perché ho spesso ottenuto buoni risultati in quei tornei, ma alcuni ricordi maturati Oltreoceano resteranno per sempre indelebili nella mia mente. Solo da quelle parti infatti ho potuto andare sul terreno di gara in bicicletta seguendo un suggestivo percorso sul lungomare di Miami Beach. Gli americani della West Coast per giunta, secondo il mio personalissimo parere, hanno sempre avuto una marcia in più. Negli ultimi anni da professionista non mi era necessario neppure alloggiare in albergo perché preferivo affittare un appartamento in cui riuscivo a portare anche i miei genitori o nel quale mi sistemavo con alcuni miei conoscenti della zona. In particolare San Diego la ritengo un po’ come la mia terza casa, dopo Lione e Roma. Unica nota parzialmente dolente: il cibo. Dopo anni sul circuito ad alto livello in giro per il mondo avevo comunque imparato a selezionare i locali più sfiziosi in cui consumare una buona cena.

Indoor bocciati. Non mi piacevano invece per nulla la maggior parte dei tornei indoor che si tenevano in Europa dopo gli Us Open. Non ho mai amato particolarmente giocare al coperto ma non si trattava esclusivamente di un problema di superficie. Nonostante in ogni caso l’adattamento fosse a dir poco complicato, in particolare a fine stagione. Se dovessi assegnare la palma del torneo peggiore, non esisterei a dire Zurigo. C’era solamente il campo centrale su cui venivano disputati tutti i match, per allenarsi bisognava raggiungere un altro impianto, in più circostanze mi è addirittura capitato di essere costretta a giocare il singolare alle 9 del mattino e il doppio alle 11 di sera, proprio perché non era possibile incastrare diversamente il programma. L’unico appuntamento che si salvava nei mesi di settembre e ottobre era quello di Filderstadt, in Germania. Però mi rendo conto di essere poco obiettiva nel giudizio perché nel 1998 vinsi la Porsche messa in palio dagli organizzatori e poi assegnata alla detentrice del titolo.

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