NADAL: “IN FUTURO VOGLIO DIVENTARE PRESIDENTE DEL REAL MADRID”

Nadal e il calcio: un legame che si mantiene nel tempo. Da piccolo lo giocava, lo continua a seguire da tifoso del Real Madrid nonostante uno zio bandiera del Barcellona. Nel 2010 entrò anche nella cordata che rilevò il Mallorca. E i sogni non si fermano qui.

TENNIS – “Mi piacerebbe diventare presidente del Real Madrid”. Parola di Rafa Nadal, che confessa a Marca di voler un giorno aggiungersi alla lista dei 19 che hanno guidato le merengues in 115 anni di storia. “Non sai mai quel che può succedere nella vita, anche se per adesso il Real ha un ottimo presidente”, Florentino Perez, eletto alla guida del club nel 2009. “Per ora non credo non credo che abbiano bisogno di me”.

Rafa avrebbe potuto avere un ingresso anche più facile nel mondo del calcio, con uno zio come Miguel Angel, pilastro del Barcellona e della nazionale in tre mondiali di fila prima di chiudere la carriera al Mallorca, a casa. Rafa si è diviso fra un tackle e una volée fino ai 12 anni. Zio Toni insiste sull’importanza, per Rafa, di imparare a giocare su tutte le superfici, di sviluppare un tennis versatile, a tutto campo, gli impone di scendere a rete spesso anche se potrebbe vincere più facilmente già da ragazzo da fondo campo. È proprio Toni che di fatto lo convince a rinunciare al pallone, il suo primo amore, e dedicarsi allo sport che gli ha reglato 14 Slam e un posto nella leggenda, certamente fra i giocatori più influenti nella storia del gioco. Il resto lo fa il padre, che per non veder peggiorare i suoi voti a scuola, lo mette di fronte al bivio. Il resto è storia.

La leva calcistica di Nadal, però, continua a rimanere come un fiore non colto. È un germinare lieve, una passione da controcopertina, uno sfogo, una distrazione, un dovere. Nel 2010, con Michael Laudrup presidente e lo zio Miguel Angel come suo assistente, Rafa entra nella cordata guidata dall’ex coach (anche del Barcellona) Llorenc Serra Ferrer che salva il Mallorca, in amministrazione volontaria con debiti per 85 milioni di euro. Un passivo che ha impedito ai Bermellones di partecipare all’Europa League nonostante il quinto posto del 2010. “Se questi sono i criteri con cui opera l’UEFA” spiega Rafa allora, “le coppe europee le giocheranno solo due o tre squadre perché anche tutte le altre hanno i conti in rosso”. Un anticipo del lato oscuro del fair play finanziario.

Rafa Nadal è una leggenda dello sport spagnolo. Dopo il trionfo mondiale del 2010 in Sudafrica, nello spogliatoio spagnolo entrano solo sei persone che non erano in campo o non fanno parte della federazione iberica. Ci sono la Regina Sofia, il Principe Felipe e la moglie Letizia, il giornalista di ESPN Graham Hunter con il suo operatore. E c’è Rafa Nadal che, scrive Hunder, “si è legato una sciarpa della Spagna intorno alla testa. Intorno alle sue spalle, drappeggiata come il mantello di Batman, pende un’enorme bandiera spagnola. E su entrambi i suoi prominenti zigomi ce n’è disegnata un’altra, piccola”.

L’ironia della scena è davanti agli occhi di tutti. Legato al Mallorca, con uno zio simbolo del Barcellona, Nadal rimane anche in quell’occasione di festa nazionale, un tifoso del Real Madrid. È una scelta che in Spagna vuol dire una presa di posizione. Il Barcellona è il simbolo dell’identità catalana, come forza ribelle di sinistra opposta a un Real Madrid squadra di regime ha origini antiche. Anche se l’espressione “més que un club” entra nell’immaginario blaugrana solo con l’elezione di Narcis de Carreras alla presidenza della squadra nel 1968, il contrasto fra le due attuali forze del calcio spagnolo si è allargato a un fronte politico già dall’agosto 1936. A Madrid viene fucilato l’allora presidente blaugrana Josep Sunyol, uno dei 36 deputati eletti a febbraio di quello stesso anno con il partito Sinistra Repubblicana. Il Generalissimo Franco impone l’abbandono della lingua catalana, costringe il Barcellona a cambiare denominazione e vieta l’esposizione della senyera anche all’interno del Camp Nou. Il Real, considerato da sempre vicino al regime, è la squadra dell’élite, dei ricchi e dei conservatori.Tuttavia, come dirà l’allora portiere di riserva del Barcellona, Fernando Argila, non esiste una vera rivalità con il Real fino alla semifinale di ritorno della Copa del Generalissimo (nuova denominazione della Coppa del Re) del 1943. Dieci anni dopo, sarà il caso Di Stefano ad accendere la rivalità di significati extra-sportivi. Nel 1949, la Saeta Rubia passa dal River Plate ai Millonarios, un club colombiano che rimane fuori dell’ambito della Fifa, almeno fino al “Patto di Lima” del 1952. Durante un tour in Spagna, Di Stefano attira l’attenzione di Real e Barcellona. Mentre Santiago Bernabeu tratta con i colombiani, i blaugrana raggiungono l’accordo con il River, proprietario del cartellino secondo le regole della Fifa, ma nonostante alcune foto di rito con la maglia del Barcellona, a spuntarla è il Real. In realtà, dopo nove mesi di trattative, il 15 settembre del 1953 i club concordano addirittura su una strana comproprietà: un anno da una parte, un anno dall’altra, per quattro stagioni. Ma la stampa catalana protesta, il presidente del Barça, Marti Carreto, deve lasciare, e i dirigenti che lo sostituiscono accettano di cedere l’argentino al Real per 5,5 milioni. Secondo il club, per le pressioni da parte di Franco. Di Stefano debutta in camiseta blanca poche settimane dopo, e nel primo Clasico della stagione 1953-54 segna quattro gol nel 5-0 del Real ai blaugrana.

In questa divisione, in questa polarizzazione del mondo sportivo iberico, Nadal è “merengue come Raul, Casillas e Di Stefano” scrive sempre Hunter neò 2010. “E’ appassionato dei Blancos come Jack Nicholson dei Lakers e David Beckham del Manchester United. A Wimbledon è fin troppo felice di dover vestire interamente di bianco. E anche quando ha annunciato la sua partnership col Mallorca indossa dei brillanti pantaloncini bianchi”. E magari, in futuro, salirà le scale del Bernabeu per prendere posto in tribuna da presidente.


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