PUNTO E A CAPO

Archiviata a Siviglia la stagione 2011, i big si preparano per il ritorno sui campi australiani. Già Melbourne sarà un banco di prova fondamentale per testare la condizione atletica di Djokovic e Nadal, del tennis spettacolare Federer e dei progressi tecnico-tattici di Tsonga e Berdych

La sesta vittoria di Roger Federer alle Atp World Tour Finals di Londra (mai nella storia un tennista aveva centrato per così tante volte questo traguardo) e la quinta affermazione della Spagna in Coppa Davis sull’Argentina (terza “insalatiera per gli iberici in quattro anni) hanno messo la parola fine sulla stagione 2011. O, per essere più precisi, sulla stagione di Novak Djokovic. Nonostante il recente passato avesse consegnato ai posteri delle annate di chiara marca svizzera prima e spagnola poi, è difficile non rimanere scioccati di fronte al 2011 del serbo, lo schiacciassassi che ha dominato l’anno appena concluso. Dal punto di vista dei tornei vinti (10 trionfi su 15 kermesse disputate, 3 su 4 prove dello Slam), di gioco espresso (ha annichilito chiunque), della continuità di rendimento (umanamente in affanno solo nell’ultimo capitolo londinese), della “tigna” (ha ripreso per i capelli match già persi, primo fra tutti la semifinale degli Us Open contro Federer), del montepremi (sopra i 10 milioni di dollari), Nole ha sbaragliato la concorrenza, si è innalzato a Re del tennis e ha posto fine al duopolio Federer-Nadal che per più di un lustro aveva monopolizzato il circuito. Ma a Londra, come detto, il serbo ha scricchiolato, uscendo di scena – come l’altro favorito Andy Murray- addirittura al round robin. Una macchia nel 2011 stellare del serbo, che se da una parte non cancella la memorabile stagione, dall’altra pone un interrogativo, legittimo, sul suo prossimo futuro.

Il 2012 sarà ancora l’anno di Djokovic? Lo sapremo ben presto. L’Australia è alle porte, e già Melbourne sarà un banco di prova fondamentale. Per confermarsi il serbo dovrà essere ancora una volta provvisto, ai nastri di partenza, di un bagaglio atletico sorprendente, senza il quale, non potrà assolutamente ripetersi. Il problema è che, rispetto a Nadal, il fisico del belgradese è più “umano” e non adeguato a reggere le continue sollecitazioni che una stagione, lunga e stressante come quella Atp, pretende.
Per certi versi, la tenuta atletica sarà imprescindibile anche per Nadal che, nonostante la vittoria (la sesta) ai French Open, è quello più ridimensionato dal 2011. Il manacorino sta giocando “corto”, non prende più l’iniziativa e solo grinta e senso tattico lo hanno fatto tenere a galla in una stagione chiusa al limite della sufficienza. Ma rispetto a Djokovic, lo spagnolo è ben più preparato alle già citate sollecitazioni, e dunque non si potrà mai pensare di inserire l’ex numero 1 del mondo fra le seconde linee.
Così come è sicuro che Roger Federer continuerà a farci divertire. Il lavoro di Paul Annacone sta funzionando, e a Londra si è visto. Il quasi 31enne svizzero (il più “vecchio all’O2 Arena insieme a Mardy Fish) quest’anno ha lavorato dietro le quinte e i risultati si sono fatti vedere in più di un’occasione. Che il suo sia sempre stato il tennis più spettacolare non è mai stato in discussione, ma ora Roger sta capendo che spettacolarità e efficacia possono andare di pari passo. Alla sua età non si può pretendere di scambiare per più di 10 colpi con i muri Djokovic, Nadal o Ferrer, e allora è bene accorciare il punto, giocare d’anticipo, variare le altezze, fare serve&volley. Queste tattiche l’hanno fatto dominare a Londra, e se riuscirà a non sentire quella vocina nella testa che lo sprona a stravincere con i suoi acerrimi rivali giocando sul loro terreno, allora Federer potrà ancora togliersi la soddisfazione di alzare tanti altri trofei Slam.

L’impossibilità per Djokovic di ripetere una stagione del genere, le perplessità sul gioco di Nadal e il talento da centellinare di Federer renderanno il 2012 una stagione molto interessante, nella quale tanti sono i giocatori che potranno recitare il ruolo di sorpresa. A Londra se ne sono visti almeno due: Tomas Berdych e Jo-Wilfried Tsonga. Entrambi dotati di un fisico eccezionale, il ceco e il francese saranno i volti nuovi nelle finali ATP. Ma dovranno entrambi migliorare pecche che per ora ne pregiudicano il definitivo salto di qualità.
Per il finalista di Londra c’è da mettere mano, in maniera determinante, sul rovescio. E’ un colpo debole, falloso e prevedibile, un tallone d’Achille che ormai gli avversari hanno scoperto e che gli fa letteralmente perdere le partite. Modificare qualcosa nel bagaglio tecnico è però sempre molto difficile. Qualsiasi giocatore si basa sulle proprie certezze – giuste o sbagliate che siano – e sui propri colpi. Nel caso del rovescio del francese siamo vicini ad una piccola rivoluzione. Dovrebbe infatti prima di tutto modificare l’impugnatura, poi dovrebbero fargli capire che esiste anche il back. Infine dovrebbero addolcire la mano, dato che quando stacca la sinistra in occasioni di difficoltà garantisce sistematicamente il punto all’avversario. Stravolgere tutto questo porta due criticità. La prima è che passando dal vecchio al nuovo rovescio, perde fiducia nel colpo in sé. Non potendo più giocare con il movimento di un tempo e non avendo ancora confidenza con la nuova impostazione, Tsonga (e tutti i tennisti che hanno modificato qualcosa nella loro tecnica) entrerebbe in un periodo di incertezza, se non panico.
La seconda criticità deriva dal fatto che, impuntandosi per migliorare il rovescio, giocherebbe quanto più possibile questo colpo, andandolo a cercare anche quando non dovrebbe. Questo atteggiamento (comprensibile) stravolgerebbe i suoi equilibri e le sue tattiche di gioco. Ma superato questo iniziale momento di sbandamento, i vantaggi dall’aver acquisito una vera fiducia nel colpo da sinistra supererebbero di gran lunga gli svantaggi subiti.
Per Berdych invece, la questione è leggermente più semplice. Per lui non ci sono limiti tecnici, né tantomeno atletici. Tomas però è un giocatore che spara tutto, e non ha molta conoscenza del gioco del tennis. Ricorda in questo Enquist, un tennista possente, che lasciava i buchi sul terreno, ma che non aveva piani d’emergenza. Affiancato da un ex grande giocatore potrebbe imparare nuove tattiche, a gestire situazioni difficili, alternare un gioco aggressivo a momenti di passività e attesa. Anche qui però, come per Tsonga, bisogna lavorare prima di tutto sulla testa del giocatore, in quanto la forma mentis di Berdych è fossilizzata su schemi semplici e impulsivi, che per ora stanno impedendo al tennista di esprimere tutte le sue immense potenzialità.

La condizione atletica di Djokovic e Nadal, l’imprevedibilità di Federer, le migliorie tecniche di Tsonga e tattiche di Berdych, oltre che la fiducia ancora latente di Murray – impossibile da commentare per la prematura “dipartita” dalle Finals, ma che anche quest’anno ha mancato l’appuntamento con la gloria – sono tutte situazioni su cui gli atleti menzionati dovrebbero lavorare. Ma come si fa a lavorare sulle imperfezioni se il calendario Atp continua ad essere così massacrante? Come si possono sballottare ragazzi da una parte all’altra del globo, ogni settimana, per quasi la totalità dell’anno, pretendendo sempre il massimo da loro? Ormai gli errori dell’associazione professionistica del tennis maschile stanno venendo al pettine. Giocatori spremuti, qualità dei match spesso scadente, inevitabili accuse di doping sui giocatori in forma, polemiche aizzate dagli stessi protagonisti sull’impossibile tour de force cui vengono costretti. In Italia conosciamo bene le conseguenze delle assurdità dell’Atp. Chi non ricorda le figure barbine di Andre Agassi al Foro Italico, che per contratto non poteva rinunciare a Roma, anche se ne avrebbe fatto volentieri a meno. E come lui, tanti top players che in tanti tornei devono fare atto di presenza, perché le organizzazioni richiedono i nomi forti del tennis mondiale, anche se sono acciaccati o maldisposti. Il tennis è invece splendido anche se giocato dal numero 60 del mondo. Ma l’Atp questo non lo ha mai capito e non lo capirà mai. Con buona pace della salute e della longevità sportiva dei primi 20 del ranking, e con buona pace delle occasioni non concesse ai tanti ottimi giocatori che sono subito dietro…

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