Ve li ricordate Fonzie, Richie Cunningham, Ralph Malph e Potsie Weber? Come no? Impossibile! Erano i ragazzi di Happy Days, quelli che si trovavano da Arnold’s, nella Milwaukee idealizzata dei favolosi Anni ‘50. La serie televisiva, che ebbe poi un successo clamoroso anche in Italia, debuttò sulla ABC il 15 gennaio 1974. Da quattordici giorni, gli Australian Open di tennis avevano un nuovo campione, un “bad boy” con i capelli a caschetto, nato a Belleville, nell’Illinois: Jimmy Connors.
Il “bullo” del Midwest non era certo una novità nel mondo della racchetta, ma diverso era il modo di concepire il tennis e che avrebbe dato il via a un passaggio di consegne e di testimone tra la vecchia e la nuova generazione. La prima era rimasta pressoché fedele al mantra del serve-and-volley e aveva vissuto l’epoca amatoriale di questo sport, ereditandone i gesti bianchi con il condimento di una più accurata preparazione fisica. La seconda invece era nata con il professionismo e i suoi figli, parti dell’Era Open, conoscevano bene il colore dei soldi.
Quell’anno, l’ATP e la Federazione Francese impedirono a Connors di prendere parte al Roland Garros perché il mancino aveva appena firmato un contratto con i Baltimora Banners per giocare il WTT, una sorta di lega americana del tennis. Col senno di poi, a rimetterci maggiormente (ma non nel portafoglio…) fu senz’altro Jimbo, che dominò gli altri tre major e quindi mancò la possibilità di conquistare il Grande Slam.
Intanto, Hollywood ha premiato con l’Oscar “La stangata”, elegante pellicola di George Roy Hill che esalta la coppia Newman-Redford, impegnati in una maxi-truffa ai danni di un gangster e una ragazzina dai modi gentili e dallo sguardo di ghiaccio ha appena conquistato il primo dei suoi sette titoli parigini: il suo nome è Chris Evert. E Connors la conosce bene.
Jimmy e Chris sono le due facce dell’America tennistica e non solo. Lui è il bullo e lei la pupa. Almeno in apparenza. Si sono fidanzati a Johannesburg e già si comincia a parlare di nozze. Ma prima c’è Wimbledon, dove entrambi si fanno un regalo. Connors ha il dente avvelenato e brandisce la sua Wilson T2000 di metallo come gli hanno insegnato mamma Gloria e Pancho Segura, con lo spirito del guerriero che scende in campo per “rompere” l’avversario. Il suo cammino londinese è costellato di trappole: Dent lo trascina fino al 10-8 al quinto e anche il campione in carica Kodes, nei quarti, lo tiene a lungo in scacco.
Jimmy arriva in finale dopo sei battaglie e sette set persi e qui trova un “nonnetto” australiano quasi quarantenne, che questo tipo di partita l’ha già giocata altre tre volte, la prima addirittura nel 1954, quando il bullo era in fasce. Come detto, è una sfida generazionale e il confronto appare immediatamente impietoso per Ken Rosewall. Connors è Robespierre e Rosewall rappresenta l’anciene regime, da far cadere a suon di ghigliottinate piatte di dritto e rovescio.
Il match non scalda gli animi e Jimbo ha perfino l’opportunità di far vedere che il suo gioco non è solo sciabola, ma anche fioretto. Il lob che lo porta 0-30 sul 5-1 del primo set è perfetto, ma il 6-1 arriva con un passante di rovescio lungolinea che è un marchio di fabbrica dello statunitense. Rosewall ci prova, addomestica con la sua immensa classe alcuni violenti colpi del rivale di giornata ma il gap di potenza e dinamismo si fa sentire e solo nel terzo set, ad australiano ormai rassegnato, Connors allenta un po’ la presa: 6-1/6-1/6-4 lo score e applausi in tribuna anche da parte di Chris Evert, che il giorno prima aveva alzato il piatto dopo aver battuto la sovietica Olga Morozova.
Per la pupa, l’unico brivido del torneo era venuto all’esordio, quando l’australiana Lesley Hunt l’aveva costretta agli straordinari; due ore e quaranta minuti dopo la pioggia, le due si erano trovate in mezzo alle tenebre sul punteggio di 9-9 al terzo set. Il giorno dopo a Chrissie sarebbero bastati due piccoli giochi per scacciare l’incubo e prendere l’autostrada verso il piatto.
E’ luglio. Venerdì 6 Evert; sabato 7 Connors; domenica 8 la Germania Ovest di Beckenbauer e Muller vince i mondiali di calcio battendo in finale l’Olanda di Cruyff e del calcio totale. Il 30 novembre invece i paleoantropologi Donald Johanson e Tom Gray trovano ad Afar, in Etiopia, i resti dello scheletro di una femmina dell’età di circa 25 anni vissuta almeno 3,2 milioni di anni prima. La chiamano Lucy, come quella “in the sky with diamond” dei Beatles.
Due mesi prima il pubblico di Forest Hills aveva assistito alla seconda stangata dell’anno inflitta dal non ancora antipatico Jimbo al buon Rosewall: 6-1/6-0/6-1 nella finale degli US Open. Erano i giorni felici della coppia Evert-Connors, che stavano progettando il matrimonio. Ma questa è un’altra storia.







