PAGANINI: “IL SEGRETO DI FEDERER? LA PASSIONE”

"La passione è la filosofia di vita che permette a Federer di vivere il tennis e respirare la vita" dice il preparatore Pierre Paganini a 24 Heures. "In lui c'è ancora molta freschezza".

TENNIS – Ha battuto praticamente ogni record. Ha superato l’infortunio al ginocchio, è tornato e ha vinto come e più di prima. Qual è il segreto che alimenta il fuoco di Roger Federer, che gli fa tenere accesi gli occhi della tigre? Pierre Paganini, ex atleta e calciatore che non ha mai giocato a tennis ad alto livello, che l’ha conosciuto nel 1994 al centro tecnico federale e gli fa da preparatore dal 2000, ha una sola risposta. “La passione” ha spiegato in una lunga e illuminante intervista a 24 Heures. “Passione è una parola semplice, che usano in tanti. La passione è la filosofia di vita che gli permette di vivere il tennis e respirare la vita. Ha trovato un’armonia: è la stessa persona che vive, che gioca, che si allena. Dunque non ha mai bisogno di adattarsi, per lui è naturale”.

La vita di Federer, diceva Paganini al New York Times nel 2012, “gira intorno al tennis, ma allo stesso tempo sa come staccare un po’. Sa che il recupero è una parte importante del processo, poi torna più motivato di prima per allenarsi ancora. Da ragazzo era un artista che voleva essere un artista. Ora è un artista che sa esattamente cosa fare per esprimere i suoi virtuosismi”.

Un artista che crea e non consuma, un ballerino classico che troppo spesso fa dimenticare il lavoro che serve per trasformare le innate predisposizioni in un paradigma di successo così duraturo. Il talento, qualunque sia la dimensione e la definizione esatta di un concetto così smerigliato e inafferrabile, non basta. “Immaginate di assistere a uno spettacolo di balletto – spiega Paganini -: non vedere lo sforzo fisico, ma dietro c’è un allenamento incredibile. Se Roger arriva, col suo potenziale, a fare in modo che ci si dimentichi dell’impegno che serve per arrivarci, questo dimostra fino a che punto si sia spinto avanti”. Roger, aggiunge, ha capito prima ancora di compiere vent’anni che il lavoro atletico rimane una condizione necessaria per trasformare e far rendere al meglio un potenziale già fuori dal comune. “Ha una coordinazione atletica fenomenale” sottolinea, “ma questo non vuol dire chedeve lavorare di meno, anzi deve insistere di più per fare la differenza”. È un po’ come imparare le lingue: più se ne vogliono padroneggiare, più serve studiare e applicarsi per riuscirci.

Non c’è stato un solo giorno, sottolinea il preparatore, in cui Federer si sia presentato all’allenamento svogliato. “Qualche volta mi diceva all’inizio della sessione di essere un po’ stanco, ma poi mi accorgevo che alla fine aveva spinto anche più del solito, che aveva dimenticato la stanchezza”. Dopo tanti anni, lo svizzero riesce ancora a sorprenderlo, anche se ormai, scherza, “il fatto che riesca a stupirmi non mi sorprende più perché so che comprende e apprende con enorme rapidità. Gestisce talmente bene la complessità di certi esercizi fisici che mi costringe a essere sempre creativo. Bisogna sempre aumentare la difficoltà perché sia stimolato”.

La decisione di fermarsi per sei mesi prima di rientrare all’inizio del 2017 è il risultato di una serie di attente valutazioni con lo staff, comunque soddisfatto di avere davanti un bel po’ di tempo per studiare le migliori condizioni per un ritorno al vertice. “Abbiamo proposto una periodizzazione più lunga, dopo la riabilitazione, degli esercizi studiati con il fisioterapista. Poi è passato da me per la parte atletica e in questo contesto servivano più sessioni di allenamento del solito perché potesse ritrovare la forma che aveva prima dell’infortunio. Allo stesso tempo, però, dovevamo assicurarci che in questo percorso non avesse altri problemi fisici. È un rischio che c’è sempre, di cui ogni giocatore è comunque consapevole. Non va bene se non c’è questa specie di tensione, questa adrenalina. Noi comunque siamo lì perché abbiamo delle convinzioni e in questo periodo ci siamo visti molto più spesso fra noi e con Roger. È stato importante e appassionante. E a giudicare dauoi risultati possiamo dire che il metodo era giusto”.

Nemmeno lui, però, credeva di vedere Federer trionfare a Melbourne. “Pensavo che avrebbe potuto giocar bene, ero convinto come il resto dello staff che fosse positivo tornare in campo dall’inizio della stagione. In fondo, voleva dire fare come gli altri, che però erano rimasti fermi un mese, non sei. Ma è talmente forte nel trovare delle soluzioni che quando bisogna riprendere i punti di riferimento, lo fa più velocemente di chiunque altro”.

Nato a Zurigo, Paganini ha ottenuto il diploma federale di professore di sport a Macolin nel 1985. All’epoca lavorava al fianco di Jean-Pierre Egger, diventato poi capo allenatore della federazione svizzera di atletica leggera, che ha rivoluzionato l’allenamento agonistico con la teoria della periodizzazione della forza. «Per molto tempo, nell’allenamento della forza, gli atleti hanno dedicato un’attenzione troppo scarsa alla velocità. Però, il modello della prestazione della maggior parte degli sport ci dice che la forza deve essere mobilitata molto rapidamente», con un’accelerazione elevata. Perciò, la sua strategia punta a raggiungere un massimo picco di forza nel più breve tempo possibile.

Egger, spiega Paganini, “usava il linguaggio del campo per parlare della teoria e ha sempre cercato di trovare un legame tra l’esercizio fisico e la disciplina praticata dall’atleta che doveva eseguirlo. All’inizio, avrei voluto diventare preparatore di calcio. Sono arrivato al tennis per caso e l’ho adorato subito perché ho potuto pensare a una preparazione in rapporto con l’atleta, con le sue capacità. E ho iniziato a elaborare un metodo personalizzato per ogni atleta che ho sviluppato senza sosta per 34 anni”. Un metodo che l’ha portato ad allenare Marc Rosset (1985-2002), la squadra svizzera di Davis, Magdalena Maleeva, Ana Ivanovic e Stan Wawrinka oltre a Roger Federer, che non tornerà in campo prima del Roland Garros.

“Abbiamo già previsto delle fasi da qui a Parigi” analizza Paganini. “C’è un blocco che possiamo chiamare di ripresa. Un alto sarà centrato sull’intensificazione del lavoro atletico. A cui saranno gradualmente aggiunti, con intensità crescente, gli allenamenti sul campo”. Il metodo conclude, è influenzato oggi dall’età di Federer e da tutto quello che ha fatto, dalle tracce delle 1350 partite che ha giocato. “Alcuni dicono che il suo è un gioco meno dispendioso di altri, ed è vero non c’è dubbio. Ma in realtà Federer ha fatto più di altri nell’ambito della creatività in campo, e anche questo costa in termini di energie spese in campo perché richiede un allenamento ancora più duro”. Fin quando potrà andare avanti? “Non è il fisico, ma la sua testa che permette di rispondere alla domanda. L’organismo è al servizio della sua testa. Ma quando vediamo come gli brillano gli occhi all’inizio della stagione, è chiaro che in lui c’è ancora molta freschezza”.


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