QUINZI LASCIA ANCHE LEITGEB: E ORA?

Gianluigi Quinzi interrompe anche la collaborazione con Leitgeb. A 21 anni, con un best ranking di numero 289, due domande sorgono spontanee: dove può arrivare davvero? E il suo coach ideale esiste?

TENNIS – Esiste il coach giusto per Gianluigi Quinzi? Il grande mistero del tennis italiano vive un ulteriore capitolo di speranze disattese, di illusioni ferite, di sogni infranti in frantumi di specchi. Un sogno che evapora in una nuvola rossa di dubbi e fragilità, quello della sempre più ex speranza azzurra. Dopo pochi mesi, infatti, è finita anche l’esperienza con Ronnie Leitgeb di cui pure aveva parlato, in un’intervista a Sportface alla fine del 2016, come di un secondo padre.

Quest’anno è tornato a giocare a febbraio al Challenger di Budapest. Ha perso nelle qualificazioni dal tedesco Matthias Bachinger poi, ripescato come lucky loser supera Attila Balazs e cede al terzo set contro il russo Alexey Vatutin. Non giocava dalla vittoria in un Future in Norvegia a ottobre contro quel Casper Ruud che ha stupito il mondo a Rio de Janeiro, Quinzi sembrava aver ritrovato quantomeno il tennis che basta alle sue mani e a un talento destinato forse a fargli ottenere meno di quanto da troppi preconizzato.

Ha vissuto una crisi di fiducia, Quinzi, etichettato troppo presto come un futuro top 10. Una storia di aspettative pesanti su spalle ancora troppo strette che un po’ ricorda la copertina del Gasquet settenne identificato come il nuovo Noah o il Donald Young accostato a Barack Obama tra i 30 personaggi del 2005 che avrebbero segnato il futuro negli Usa per Newsweek. Più che un posto nei primi 10, adesso Quinzi dovrebbe cominciare a concentrarsi almeno sull’ingresso fra i primi 100 del mondo. E’ già troppo il tempo perduto e quasi impossibile da recuperare per un giocatore che dopo la vittoria a Wimbledon junior nel 2013 ha manifestato miglioramenti tecnici troppo limitati per giustificare una carriera da pro di livello comparabile alle ambizioni, anche le sue.

Negli ultimi due anni, dopo la separazione con Medica, Quinzi ha alternato, come guida tecnica, Tomas Tenconi, Marc Gorriz, Federico Torresi, Mariano Monachesi, Giancarlo Petrazzuolo e di nuovo Medica, senza uscire dalla confusione e da una spirale di sfiducia. Un’involuzione maturata anche per questa incapacità di trovare una gestione tecnica di lungo periodo, di abbandonare i dubbi nati dai troppi suggerimenti, dai troppi interventi, dai troppi consigli ricevuti senza il tempo di metterli in pratica, di interiorizzare routine, schemi, strategie di medio e lungo periodo.

Leitgeb, uno dei primi a scoprire il talento di Ivan Lendl, sembrava davvero l’uomo giusto. Perché era stato lui ad approcciare Quinzi dopo una lunga assenza da tennis e senza aver più nulla da cercare o dimostrare. Perché, soprattutto, aveva già risollevato la carriera di Andrea Gaudenzi che come Quinzi rischiava di perdersi a 18 anni. Leitgeb fissa allenamenti e tabelle personalizzati, porta Andrea a Vienna e conduce “con abilità montessoriana la sua ricostruzione psicologica” scriveva Daniele Azzolini sull’Unità. Per questo, assegna “al giovanotto 50 mila lire al giorno e una raccomandazione: La sera porta la nota delle spese. Basta alberghi a cinque stelle e basta soprattutto con la nomea di campioncino ad honorem”.

Il futuro immediato vedrà Quinzi in campo, presumibilmente passando attraverso le qualificazioni, nei Challenger di Buenos Aires, Guadalajara e Leon. Il marchigiano è ora numero 298 del mondo, a sole nove posizioni da un best ranking oscuro di numero 289, molto lontano dalle magnifiche sorti e progressive forse troppo presto preconizzate. Sorti che si sono fermate su un eterno ritorno e un continuo cambiare senza che mai nulla sia cambiato davvero. Un percorso scandito da troppi passaggi di tempo, da troppe deviazioni, già dal 2009, dalla decisione, primo motore di tutto quel che sarà, di abbandonare Riccardo Piatti. “Da un po’, Gianluigi ha ricominciato a sorridere” raccontava a Vincenzo Martucci della Gazzetta dello Sport, “non ci stava a perdere per crescere e vincere domani, come voleva, in buona fede, Piatti”. Tra il fare oggi e il pensare di costruire il domani, per troppi anni Quinzi ha dato l’impressione di aver scelto per troppo tempo la prima. E forse così ha rovinato l’orizzonte del Quinzi futuro.

In quel 2009 Quinzi, già giovane giocatore dal carattere forte e dal grande potenziale, circondato da attese, abbandona un coach che ragiona su un orizzonte più lungo e meno tangibile della vittoria in qualche torneo junior, seppur importante, in più. E’ una scelta che paga nel breve periodo ma prima o poi costringe a fare i conti con se stessi e con quanto raggiunto. E le troppe visioni su un traguardo circonfuso di luce hanno finito per oscurare la strada che porta all’obiettivo. Forse in maniera definitiva. Il tempo, al di là delle tardive maturazioni degli azzurri, comincia a scadere. Ha già 21 anni, Quinzi, che dembran pochi poi ti volti a guardarli e non li trovi più.


Nessun Commento per “QUINZI LASCIA ANCHE LEITGEB: E ORA?”


Inserisci il tuo commento


Articoli correlati

Dalla prima pagina » Ultima ora

Desideri ricevere in anteprima tutte le notizie? Iscriviti alla Newsletter di Tennis.it

TENNIS OGGI: nel numero di Aprile 2017

  • Fognini dottor Jekill e Mr. Hyde. Il n.1 azzurro è capace, indistintamente, di affascinare e di deludere. La domanda nasce spontanea: deve ancora sbocciare oppure ha già dato il meglio di sé?.
  • Sharapova amata e odiata. Alla vigilia del suo rientro sul Tour, Maria è sempre più amata dagli appassionati e odiata dai colleghi, che trovano ingiuste le wild card assegnatele dai tornei. Internazionali d'Italia inclusi.
  • Andre Agassi docet. Andre Agassi docet. "Lasciare il tennis è un po' morire" ha dichiarato in una recente intervista l'ex "Kid" di Las Vegas, che ha poi spiegato il perché: "I tennisti vivono un terzo della loro esistenza senza programmare gli altri due terzi".