ROAD TO LEGEND, FEDERER TOCCA QUOTA 18

Una corsa lunga 14 anni, cinque dei quali trascorsi a rincorrere la giornata di ieri. Riviviamo tutti gli Slam di Roger Federer, da Wimbledon 2003 a ieri

TENNIS – Come nella scena della Cappella Sistina, con il suo dito che sfiora l’aura divina di uno Slam ormai dato per irraggiungibile. Invece no, Roger Federer ha ingannato tutti, facendo credere per l’ennesima volta che un suo ritorno ad altissimi livelli non fosse più possibile. Ci è in parte riuscito sotto la guida di Stefan Edberg, pur arrivando sempre ad un passo da un altro sogno, poi l’ha concretizzato con le indicazioni di Ivan Ljubicic. Ha cambiato le sorti e la scena del tennis, con un match che ha già solcato profondamente la storia di questo decennio sportivo.

Il titolo numero 18 è qualcosa di fantascientifico sia per la naturale interpretazione del concetto Slam, dove il quinto set sembrava ormai tagliarlo fuori dai giochi, sia per la nuova cultura della robotica nella crescita sportiva, che antepone l’atletismo e la sua rigidità al talento e al colpo di genio. Basta guardarsi indietro per trovare conferma di un’evoluzione in tal senso ma, guardandosi indietro, si rischia di capire anche perchè lo svizzero sia riuscito a trovare la forza per tornare sul trono. Quel trono che, dal 2003, non si è mai schiodato da casa sua, nonostante coefficienti ATP e statistiche gli abbiano assegnato addirittura il numero 17 nel seeding degli Australian Open.

Un trono che, soprattutto, ha scelto di portare con sè da Londra a Melbourne. Sono passati 14 anni dal suo primo titolo major, a Wimbledon contro Philippoussis. È il primo di sette sull’erba dell’All England Club: dal 2003 al 2007, passando per l’australiano, Roddick e Nadal (due volte a testa, ndr), poi nel 2009 nella terza, epica finale contro l’americano ed infine nel 2012, rimandando il sogno di Murray e prolungando di un anno il complesso britannico di Fred Perry.

I record londinesi non bastano. Federer annette al suo regno anche New York e gli US Open, con cinque successi in cinque anni dal 2004 al 2008. La batosta del primo titolo scaccia ogni ambizione di Lleyton Hewitt, sconfitto in tre set (due 6-0, ndr), poi tocca al padrone di casa Andre Agassi e all’altro americano Andy Roddick, una costante da eterno secondo in un’epoca con pochi spazi per chi voleva insidiarlo. Nemmeno Djokovic dieci anni fa e Murray nell’anno successivo, quello dell’ultima vittoria a stelle e strisce, riescono a fermarlo. Ci riesce Juan Martin Del Potro nel 2009, con una rimonta leggendaria fino al quinto set: da quel momento, una finale persa con Nole nel 2015.

Probabilmente, però, la vittoria più bella, importante e sofferta è quella della campagna di Francia. L’unico Roland Garros della sua carriera, quello che vale il Career Grand Slam, coronato nel 2009 nel bel mezzo dello strapotere di Nadal sulla terra battuta. Il valore inestimabile di quel titolo è pari a quello del ruolo di Robin Soderling: lo svedese approfitta delle condizioni precarie del maiorchino per eliminarlo strada facendo, spianando la strada a Federer. Quella della leggenda di Basilea è una mattanza fino alla finale, dove proprio il carnefice di Rafa sa che, in qualche modo, non è quella la sua giornata.

Infine, come in un percorso all’indietro del calendario, l’Australia. Lo sbarco a Melbourne del 2004 lo mette di fronte a Marat Safin, un altro di quei protagonisti che si inframmezzano nel periodo di regno vacante dopo Sampras. Tre set al russo, uno in più per battere Baghdatis nel 2007, poi di nuovo in tre su Gonzalez l’anno dopo. Stessa sorte del cileno tocca ad Andy Murray nel 2010, a 12 mesi di distanza dalla sconfitta contro Nadal nella finale del 2009 al quinto set. Infine, il quinto trionfo australiano e diciottesimo complessivo con la vittoria di 24 ore fa. Ma per questo, in effetti, non c’è bisogno di rinfrescarsi la memoria.

Un percorso incredibile, per certi versi paragonabile a quello di Ken Rosewall proprio agli Australian Open tra gli anni ’50 e gli anni ’70. L’evoluzione di quegli anni, però, fu più burocratica che atletica e tecnologica: attraversare due fasi così diverse del tennis e riconquistare quello che gli è appartenuto per quasi un decennio, è ciò che fa di Federer il più amato e, probabilmente, il più grande di sempre. Sì, il re è tornato.


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