ROMA 2024, CHE SARA’ DELLO SPORT ITALIANO?

Dal punto di vista economico, il no di Virginia Raggi si giustifica appieno. Ma il secondo ritiro consecutivo della candidatura olimpica di Roma peggiora l'immagine dell'Italia. Ora il Coni che farà? Sposterà gli Internazionali BNL d'Italia?

“Virginia, non ti hanno dato abbastanza informazioni” direbbe Billy Joel. Il no di Virginia Raggi a Roma 2024 passa per le ragioni dell’economia. Ma lo fa con un’impressione di improvvisazione che pesa ancor di più alla luce dello sgarbo istituzionale al presidente del Coni e avrà conseguenze durature per il Movimento 5 Stelle, la città di Roma e lo sport italiano tutto.

La candidatura, che nasce quasi come reazione dopo il rifiuto di Monti a ospitare l’edizione 2020, non sarebbe stata possibile senza l’agenda 2020 del CIO, che dall’Olimpiade assegnata a Tokyo ha iniziato a considerare un aspetto positivo il ricorso a strutture già esistenti o comunque smontabili dopo l’evento e la valorizzazione della sostenibilità in tutti gli aspetti (economici, sociali, ambientali) dei Giochi.

Il dossier di Roma 2024 era stato pensato proprio nella logica del risparmio. Il piano prevedeva tre poli sportivi principali. Il complesso del Foro Italico, come in occasione dei Mondiali di nuoto del 2009, sarebbe stato riservato alle discipline dell’acqua (pallanuoto al Centrale del Tennis, le gare in piscina e il sincro allo Stadio del Nuoto, i tuffi al Pietrangeli), con l’Olimpico sullo sfondo per la regina dei Giochi, l’atletica leggera. Il polo di Fiera di Roma e la Temporary Hall a Tor Vergata rappresentavano gli atri due fiori all’occhiello delle strutture. Tor Vergata avrebbe ospitato le semifinali e le finali di pallavolo, la ginnastica artistica, il trampolino elastico, la Bmx, il Tor Vergata Tennis Center con campi da 15.000, 8.000, 5.000 e 3.500 posti a sedere, e il Villaggio Olimpico da 17 mila posti letto. Un progetto per cui il Coni aveva fissato un costo di 3,2 miliardi per la gestione e l’organizzazione.

Ma, come dimostra uno studio di Bent Flyvbjerg, Alexander Budzier, e Allison Stewart della Sail Business School (Università di Oxford), che ha contribuito il no del sindaco Raggi, tutte le Olimpiadi di cui si conoscono i bilanci tra il 1960 e il 2016 hanno finito per costare in media più del doppio del previsto (156%, che sale al 176% se si considerano solo i Giochi estivi). Si va dal 720% di aumento registrato a Montreal 1976 al 2% di Pechino 2008, in cui comunque gli organizzatori avevano fissato un costo totale (6,8 miliardi di dollari) e per atleta (622 mila dollari) più elevato della maggior parte delle precedenti edizioni. Nessun mega-progetto va incontro a una simile lievitazione.

Sono soprattutto le infrastrutture non sportive, come sottolinea Martin Muller dell’Università di Zurigo sull’Eurasian Geography and Economics, a far impennare i budget inizialmente previsti. “Imponendo una deadline fissa, le Olimpiadi permettono ai contractor di ottenere profitti rimandando i lavori di costruzione. È un fenomeno che si è ripetuto anche a Sochi, come ha dichiarato un investitore: ‘Avevamo talmente tanta fretta di finire che non abbiamo contato i soldi’”. A Sochi, poi, oltre ai costi fissi hanno pesato non poco quelli operativi. Solo per la sicurezza, gli organizzatori hanno riservato 1,92 miliardi (a Sydney nel 2000, nel mondo pre-11 settembre, ammontavano ad appena 250 milioni).

Complessivamente, scriveva Igor V. Pilipenko dell’Università di Turku nel 2013, “le Olimpiadi non garantiscono profitti per il bilancio pubblico. Ma la realizzazione di grandi eventi sportivi può portare benefici alla società e ai cittadini grazie ai miglioramenti delle infrastrutture urbane e ai migliorati standard di vita”.

Tuttavia, i successi eccezionali dal punto di vista finanziario di Salt Lake City e Barcellona non sono stati mai più replicati. Dal punto di vista turistico, per esempio, Lillehammer ha visto il numero di visitatori stranieri aumentare solo dell’8% più della media nazionale dopo i Giochi invernali del 1994, mentre Londra ha mantenuto la quota preesistente di 18 milioni di turisti stranieri all’anno.

Dal punto di vista economico, però, ed è questo un aspetto dhe il sindaco Raggi avrebbe forse dovuto tenere in maggiore considerazione. I ricercatori Brückner and Pappa hanno esaminato, nel 2015, consumi, investimenti e dati economici fra il 1950 e il 2006, e hanno scoperto che l’attività aumenta significativamente non appena una nazione viene scelta come sede dei Giochi e i benefici si fanno sentire già da 2-5 anni dell’evento. E anche una candidatura respinta porta comunque delle ricadute positive: secondo i due autori, il semplice annuncio della candidatura diventa un segnale che prefigura un aumento nei futuri investimenti governativi.

Raggi, invece, rinuncia anche a questi. L’Olimpiade, scrive Sergio Rizzo sul Corriere della Sera, “avrebbe potuto essere una prova di estrema maturità. La dimostrazione che gli appalti pubblici si possono fare anche senza corrompere e rubare, che le infrastrutture si possono realizzare senza sprechi inutili, che organizzare un grande evento non necessariamente equivale a inondare di cemento inutile la città e arricchire gli speculatori, che il disperato bisogno di normalità di questo Paese può finalmente tradursi in realtà, che Mafia Capitale è morta e sepolta. Avrebbero potuto alzare l’asticella fino all’inverosimile: pretendere altri responsabili dell’organizzazione, imporre procedure di trasparenza estrema, rivendicare controlli esasperati. Hanno scelto di non mettersi in gioco. La scelta più facile, in questo momento”.

Una scelta economica e politica anche in sé comprensibile, sullo sfondo di una città dal bilancio in profondo rosso. Ma la questione non è solo strettamente finanziaria, il quadro è più vasto e articolato di quello che potrebbe apparire all’homo oeconomicus. Un quadro che non può non partire dal ritiro della candidatura per il 2020.

Dopo la scelta di Monti” ha scritto lo storico Nicola Sbetti sulla rivista Il Mulino, “la candidatura per il 2024 era sembrata ai più una forzatura. Roma, pur avendo un’impiantistica sportiva di tutto rispetto – grazie soprattutto all’eredità dei Giochi del 1960 – non sembrava una città adeguata ad una simile impresa. Se tutti gli attori avessero lavorato in sinergia, le Olimpiadi avrebbero potuto rappresentare un volano per risolvere alcuni di questi problemi, ma se mal gestite avrebbero finito per trasformarsi in una zavorra capace di affossare ulteriormente la città”.

Il sindaco ha scelto la conservazione politica, ma così facendo ha accreditato ancor di più l’immagine dell’Italia come un partner internazionale poco affidabile. E a questo punto resta da capire quale sarà la posizione del Coni, per esempio, riguardo agli Internazionali BNL d’Italia. Già l’anno scorso Binaghi, partner del comitato olimpico nell’organizzazione del principale torneo tennistico italiano, aveva ipotizzato, più per intimorire le istituzioni locali, di spostare l’evento dal Foro Italico a Fiumicino o via da Roma se non fossero arrivati i contributi attesi da Regione Lazio e soprattutto Comune di Roma.

Ora che succederà? Non sarebbe stato più opportuo politicamente portare avanti la candidtura a fari spenti e incassare una comunque probabile sconfitta contro Parigi o Los Angeles al meeting del CIO di Lima?


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