Roma. Intento a raccogliere, in rete e nella mia memoria, informazioni utili riguardanti Marat Safin, il nostro festeggiato di oggi, mi era sfuggito un dettaglio non da poco: Marat compie solo 32 anni! E’ quasi incredibile pensare a lui come ad un ex del nostro sport, credere che Roger ha solo qualche mese in meno del russo, eppure è così. Poi, riflettendo un po’ più attentamente sulla complessità del personaggio, sulla sua vita convulsa e sul suo cervello vivace, la perplessità lascia il posto alla comprensione, se non alla stima.
Talento e sudore. A trentadue anni, infatti, un tennista professionista ne ha passati sul campo almeno venticinque. Mi sembrano abbastanza e c’è ancora tutto il tempo per fare altro fuori da quel rettangolo. Per Marat è stato proprio così. Bambino prodigio svezzato tennisticamente da papà Misha e da quel sergente di ferro di mamma Islanova nel prestigioso e ben frequentato Spartak Mosca, Safin, ricevuto un finanziamento da un appassionato svizzero, si trasferì presto nella più professionale penisola iberica, prima a Barcellona poi nella più tranquilla Valencia per innestare muscoli e nervi su un talento già chiarissimo.
Esplosione parigina. Avventura difficile per un ragazzino a digiuno di inglese e per di più alquanto irrequieto e già specialista nello spaccare racchette, ma incredibilmente formativa. Di lì a qualche anno, infatti, i primi frutti di questo lavoro sono esplosi come una detonazione, a sorpresa, alla maniera di uno dei suoi mortiferi rovesci, al Roland Garros del 1998. Partito dalle quali, Marat, incantando il mondo degli appassionati, seppe estromettere dal torneo il campione uscente Guga Kuerten e quello che sarebbe stato il campione dell’anno successivo Andre Agassi, prima di arrendersi solo in ottavi a Cedric Pioline. Era nata una stella.
Successi con stile. Da lì infatti cominciò la scalata di Marat che, in undici stagioni di circuito ha saputo conquistare 15 tornei (su 27 finali complessive disputate), tra cui due Slam e cinque Masters 1000, alzare al cielo una Coppa Davis, ed agguantare, seppur per poche settimane, la prima poltrona mondiale sul finire del 2000. L’avvento del balzano russo rappresentò davvero una boccata d’ossigeno per il circuito ATP nella fase di interregno tra Sampras e Federer: testa matta sempre pronto a siparietti e sfuriate con gli arbitri, rovescio a due mani perfetto nella tecnica e devastante nel risultato, diritto un filo meno sicuro ma pur sempre grande dispensatore di winners, servizio mortifero, Marat non amava il gioco di rete e odiava i tennisti che lo facevano pensare in campo (Pozzi docet), ma in giornata di vena si è rivelato ingiocabile praticamente per tutti.
Oltre al tennis c’è di più. Il motivo per cui Marat non ha vinto più di quanto avrebbe potuto, che è poi anche parte fondamentale del suo essere un personaggio così unico, è che il moscovita non ha mai considerato il tennis come l’unica cosa importante della sua vita. Appassionato di gioco d’azzardo e non di rado coinvolto in risse (indimenticabile l’occhio nero sfoggiato ad una Hopman Cup) a Safin spetta l’invenzione delle safinettes, simpatiche ragazze sempre diverse, altre non meno di un-metro-e-novanta che, per un certo periodo, hanno girato insieme a lui nel circuito addolcendogli il peso delle sconfitte e brindando alle sue vittorie. Altro che coach e preparatori atletici…
New York 2000. Un approccio così giocoso allo sport ha forzatamente influito sulla continuità di rendimento. Tra alti e bassi continui, i momenti più alti della carriera del russo sono stati certamente i due Slam conquistati: lo US Open 2000 e l’Australian Open 2005. A New York Marat era già un affermato top-10, ma in pochi potevano immaginare un simile exploit, tanto più che il secondo turno con il nostro Gianluca Pozzi ed il terzo contro il francese Grosjean si erano rivelate due grandi battaglie vinte per un soffio al quinto set. Il capolavoro Safin lo riservò per la finale quando, in uno stadio ammutolito ed estasiato, prese letteralmente a pallate un Pete Sampras certamente in fase calante ma ancora numero 4 del mondo, per una volta ridotto all’impotenza.
Melbourne 2005. Meno sorprendente nel risultato ma non certo nella modalità di realizzazione fu l’Australian Open del 2005. Numero 4 del mondo e tirato a lucido dal nuovo coach Lundgren, Safin andò avanti piuttosto liscio nei primi turni contro avversari tutto sommato abbordabili. Ma in semifinale compì un’impresa assoluta. Contro il dominatore indiscusso del circuito, Roger Federer, che l’aveva già battuto nettamente in finale l’anno prima, e grazie alla complicità di quest’ultimo, Safin diede vita ad uno dei match più entusiasmanti del nuovo secolo concluso a suo favore per 9-7 al quinto dopo 4 ore di lotta, non prima di aver annullato un match-point al grande rivale. Nella finale più seguita della storia, poi, a Safin toccò infrangere i sogni di una nazione intera battendo Lleyton Hewitt in quattro parziali.
Onorevole Marat. Tutti diciamo “Avrebbe potuto vincere di più”. Abbiamo ragione. Ma solo se fosse vissuto in un altro pianeta. Prima del tennis viene la vita e ognuno sa quanto può dare. Safin è stato così: un ragazzo normale, che non ha accettato di robotizzarsi, che non ha nascosto i suoi limiti e i suoi difetti, preferendo spesso un’esistenza ordinaria e non totalmente sacrificata a quello sport che pure gli ha dato tanto. Dopo Bercy 2009, il suo ultimo torneo, non ha perso tempo: eletto vicepresidente della Federazione tennistica russa a fine 2010, Marat come al solito non si è accontentato e, dal dicembre scorso, occupa un posto nella Duma, il Parlamento russo, dove è stato eletto tra le fila del partito Russia Unita di Vladimir Putin. Dal campo al Parlamento il passo è stato breve. Speriamo non ci siano racchette in giro tra i banchi della Duma… L’opposizione è avvisata…








Questo dice molto sulla democrazia in russia