SCHIAVONE: “IL 2017 SARA’ IL MIO ULTIMO ANNO”

"Questo sport è una droga per me" ha detto Schiavone a Hobart. "Ma è arrivato il momento di prendere una decisione. Il 2017 sarà il mio ultimo anno nel circuito".

“Questo sport è una droga per me, lo amo. Ma è arrivato il momento di prendere una decisione. Il 2017 sarà il mio ultimo anno nel circuito”. Francesca Schiavone è al passo d’addio al tennis. La sconfitta contro Fett ha segnato il punto di non ritorno, la presa di coscienza che la passione non basta più per un rendimento all’altezza delle aspettative. “Ho perso questa partita perché non sono riuscita a dare il meglio qui. In questa stagione voglio tirare fuori e dare tutto quello che ho imparato negli ultimi 19 anni”.

Anni passati a lavorare sul suo sogno, a cullarlo, limarlo, migliorarlo. Anni passati a smerigliare ricordi, ad affinare sottigliezze e geometrie, a maturare quel talento che basta alle sue mani. “Mi ha stupito” dichiarava Matteo Musso che su di lei ha scritto un libro, “Il meraviglioso mondo di Francesca”, “che nessuno dei suoi allenatori, dei suoi maestri all’inizio credessero in lei: le dicevano addirittura che sarebbe potuta diventare al massimo una buona seconda categoria. Credo che se avesse trovato qualcuno disposto a credere nel suo talento avrebbe potuto esplodere anni prima”. Francesca, concludeva Armen Graham, “è una di noi, non un prodigio, una combattente senza grandi armi, che non ha vinto un torneo fino ai 27 anni, ma che non ha mai smesso di lottare per avere la sua grande occasione, e quando l’ha avuta non se l’è lasciata sfuggire. La sua tardiva esplosione, il suo assalto solitario contro un tennis senza arte è di ispirazione per tutti”.

I tempi cambiano, e quanto successo a Parigi un anno fa, l’annuncio della volontà di lasciare il tennis diventa solo l’epifania anticipata di un finale inevitabile. Solo il momento era sbagliato ma la sostanza metteva già in chiaro un’intenzione di futuro, la prospettiva di una strada ancora non percorsa, di un viaggio diverso senza racchette e scarpette. Eppure, spiegava l’anno scorso, “una volta realizzato il sogno devi essere bravo a trovare un altro. A trovare nuove motivazioni. Se non sei bravo a saper vivere quel momento, a saperti proteggere, a volerti bene, a crescere e poi affrontare una nuova stagione della vita, (allora) la classifica scende. Poche partite vinte, il livello di frustrazione sale alle stelle”. Il suo rimedio è solo uno. “Tornare a sentire te stessa, giocare con emozione, sentire il tuo sudore. Desiderare di farlo in pace con te stessa. Perché non è un numero che fa differenza, la differenza la faccio io, nel momento in cui sento che mi emoziono”.

“Qualcuno mi ha detto: gli artisti hanno il 250% in più delle frustrazioni della vita. Tocchi il cielo, ma vivi anche questo” raccontava a Repubblica alla fine di un 2015 non triste, ma dall’aria un po’ finale sì. “La classifica scende. Poche partite vinte, il livello di frustrazione sale alle stell. Ci sono due modi di vivere questo: il primo: sono 125 del mondo, ma cosa sto facendo? Guarda dov’ero… chi me lo fa fare, ho 35-36 anni, non mi va di vivere in hotel così, risentire quella frustrazione, giocare per dodici persone”. Francesca ha scelto il secondo. “Tornare a sentire te stessa, giocare con emozione, sentire il tuo sudore. Desiderare di farlo in pace con te stessa. Perché non è un numero che fa differenza, la differenza la faccio io, nel momento in cui sento che mi emoziono”.

È ancora a un bivio, Francesca, a un passaggio di tempo. Come nel 2010, quando la terra diventava dolce e la passione trasformava un sogno in un’impresa, in un trionfo, in una leggenda circonfusa di luce. “Una volta realizzato il sogno devi essere bravo a trovare un altro. A trovare nuove motivazioni”. E Francesca, spiegava ancora a Repubblica, è caduta. “Succede se non sei bravo a saper vivere quel momento, a saperti proteggere, a volerti bene, a crescere e poi affrontare una nuova stagione della vita. È iniziato piano piano, che quasi non te ne accorgi. Difficoltà mie personali, poi scelte sbagliate”. Ma chi tenta, e chi riesce, nelle grandi imprese, chi regala nuove declinazioni alla grandezza e grandi destinazioni a un viaggio, va applaudito anche se cade. E non le serve una zingara che le prenda la mano per sapere di quanti anni sarà fatto il tempo, e il tempo cosa sembrerà. Non saranno macchine, non saranno fili d’erba. Saranno numeri da ricordare.


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