SHARAPOVA PROMETTE BATTAGLIA: “SMETTO QUANDO VOGLIO”

"Non sarà qualcuno chiuso dentro un ufficio a decidere quando devo lasciare il tennis". Torna a parlare Maria Sharapova, che concede la prima intervista dopo la squalifica a Vanity Fair Spagna. "Mi hanno usata come esempio. Ora però assumerei un medico a tempo pieno".

TENNIS – Ha quasi trent’anni e una voglia di riscatto che sa quasi di vendetta. La prima intervista di Maria Sharapova dopo la squalifica, concessa all’edizione spagnola di Vanity Fair, è un grido di battaglia, l’urlo della campionessa ferita, la reazione a quella che continua a vedere come un’ingiustizia. Non è più all’apice della carriera ma, spiega, “non voglio sentirmi una ventenne, mi piace guardarmi indietro e vedere tutto quello che ho ottenuto. Mi chiedo quali sono i prossimi passi adesso”. Ha scelto di tornare subito, la paura non sa nemmeno cos’è. “Se fossi spaventata, non sarei rientrata. Nessuno mi ha detto: sei obbligata a tornare ad aprile. Se non dovessi vincere subito non è un dramma, ho vinto centinaia di partite. Adesso voglio giocare solo per me stessa”. Anni fa, spiega, al ritiro dal tennis, al dopo, ci pensava. La squalifica, però, ha allontanato ogni prospettiva di abbandono. “Non sarà certo qualcuno chiuso dentro un ufficio a dirmi quando devo smettere di giocare” ha dichiarato. Le rivali sono avvertite.

Soprattutto le avversarie come Dominika Cibulkova, che l’ha definita fredda e arrogante. “Quando entro in spogliatoio” dice, “sto per andare a fare il mio lavoro: entro in campo, gioco, esco. Non me la prendo se mi criticano perché non parlo con loro sotto la doccia. Mi offenderei se mi dicessero che non sono professionale”. Sorvola sulle tensioni con Serena Williams, che trova un gusto speciale nel batterla costantemente dal 2004.  “Inizia ogni intervista con ‘Sono felice. Sono fortunata’. È così noiosa” diceva a Rolling Stone nel 2013. “Continuerà a non essere invitata ai party cool. E poi se vuole continuare a stare con il ragazzo dal cuore nero, faccia pure” insinuava, con un rancore molto poco nascosto per Grigor Dimitrov, allora boyfriend di Masha e tra gli ex più chiacchierati della neo promessa sposa Serena. “Sono una che adora la competizione” spiega, “non potrei uscire a bere un drink con Serena e poi affrontarla il giorno dopo. Non sono interessata, e non credo funzionerebbe”. Federer e Nadal, sottolinea, “si rispettano in campo ma non si vedono fuori”. Al maiorchino riserva tutto il suo rispetto. “Mi ha mostrato grande supporto e mi ha lasciato un messaggio molto bello quando mi è successo tutto questo” spiega Sharapova, che ha mostrato un affetto e una riconoscenza particolare per il coach Sven Groeneveld. Groenveld. “Come ogni campionessa” ha detto il tecnico che la segue dal 2013, “è molto testarda. Quando si mette i n testa qualcosa, non c’è verso di fermarla. Anche quando è stata squalificata, non ha evitato il problema, l’ha affrontato di petto. E non sono tante le persone capaci di tornare in campo dopo quello che ha sofferto”.

La storia di Masha sembra un perfetto Bildungsroman, una storia di superamento degli ostacoli che inizia quando ha lasciato la Russia direzione Stati Uniti insieme al padre con appena 700 dollari e senza sapere una parola di inglese. “Eravamo noi contro il mondo”, ricorda, “ma pensare di dovermi concentrare solo sul tennis, sulla prossima partita, mi faceva sentire libera come non ero mai stata prima. Sapevo perché eravamo venuti negli Usa: perché potessi allenarmi con i migliori professionisti e avere una chance di guadagnare”. Da allora è diventata una star con un “fatturato” da 300 milioni di dollari in carriera secondo Forbes, oggetto anche di uno studio della Harvaed Business School. Nel periodo di lontananza forzata dal tennis ha costruito e decorato una casa a Manhattan Beach, preso il controllo dell’azienda che produce le Sugarpova, ha frequentato diversi corsi a Harvard e trascorso un periodo di internship alla NBA con Adam Silver, uno dei dirigenti più influenti del basket mondiale. A settembre, poi, uscirà la sua autobiografia scritta con Rich Cohen, giornalista di Vanity Fair USA. È una donna in carriera, con una mentalità pragmatica, emersa in tutta la sua evidenza quando si è presentata in camicetta nera in un hotel di Los Angeles per annunciare ai giornalisti e al mondo di essere positiva al meldonium. “Non ho fatto la conferenza stampa perché la gente avesse pena per me, volevo spiegare quello che mi stava succedendo” ha spiegato.

Secondo la sentenza dei giudici dell’ITF, Sharapova ha incaricato il suo agente Max Eisenbud, che per sua stessa ammissione non ha le competenze mediche per poterlo fare, di controllare che i farmaci da lei assunti contenessero o meno sostanze proibite. Eisenbud ha spiegato che portava avanti la verifica nell’annuale vacanza ai Caraibi che si concedeva ogni inverno, ma “per ovvie ragioni” non ha potuto partire nel 2015 (stava divorziando). E in ogni caso, ha spiegato, non sapeva quali fossero gli ingredienti del meldonium, e dunque non avrebbe comunque potuto verificare se il farmaco rispondesse o meno alle norme WADA. Per questo, benché non intenzionale, il comportamento di Maria Sharapova ricade comunque nei casi di “colpa significativa o di negligenza” che ai sensi dell’articolo 2.1 spiega i due anni di squalifica. “Non ho mai pensato di liberarmi di lui nemmeno per un momento” ha detto Sharapova a Vanity Fair. “E’ stata una responsabilità mia quanto sua. Io non ho controllato la lista, se avessi licenziato lui avrei dovuto dire addio anche a me stessa. Non ho mai voluto accusare gli altri, sarebbe troppo facile”.

Secondo gli stessi giudici che l’hanno squalificata, Masha non ha cercato intenzionalmente di barare, innanzitutto sulla base della considerazione di buon senso per cui non avrebbe assunto una sostanza che sapeva proibita in un torneo in cui era certa di essere controllata. Dalla lettera dell’articolo 10.2.3, concludono i giudici, “l’intenzionalità va giudicata sulla base di quello che l’atleta effettivamente sa, non su quello che dovrebbe sapere. Ed è accettato che non sapeva o non credeva che la lista delle sostanze proibita fosse stata modificata includendo il Mildronate”.

La legge, però, sottolineano i giudici, non ammette ignoranza. Sharapova sa che ogni anno deve controllare la lista delle sostanze proibite, e non l’ha fatto: il modo in cui l’ITF ha pubblicato la nuova lista è irrilevante. Anzi, ha confessato, “dal 2013 almeno non ha fatto nulla per controllarla”.

“Ho giocato con una tale integrità e con tanta passione che non mi spiego come mai qualcuno possa pensare che io abbia cercato una scorciatoia” ha spiegato nell’intervista. “Non le è stato facile, dire, comprendere la soddisfazione del presidente della WADA Craig Reedie per aver “scoperto la positività di una giocatrice che in un anno guadagna più del budget complessivo dell’agenzia”. Non ha prove, dice Masha, ma crede che siano stati particolarmente duri con lei proprio per il suo status, la sua ricchezza, per il suo appeal. Anche per dare un esempio i vista di Rio. “Dopo tutto quel che è successo, mi risulta difficile non credere che sia stato così”. In più, sottolinea, le email che inviano ora per avvisare delle modifiche alla lista delle sostanze proibite “sono totalmente diverse da quelle che abbiamo ricevuto noi alla fine del 2015”. Nei lunghi mesi della squalifica, però, non ha detto nulla pubblicamente. “Non dire niente a volte aiuta. Sapevo che l’opinione della gente, dei giornalisti o dell’ITF non contava, sono o ad avere l’ultima parola”. Cambierebbe solo una cosa. “Prenderei un medico a tempo pieno che prestasse attenzione ai miei obblighi antidoping”.


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