A Londra si scaldano i motori per l’edizione 2011 del Masters di fine anno. La denominazione ufficiale è “ATP World Tour Finals”, ma nel cuore degli appassionati il torneo rimane il “Masters” in omaggio alla denominazione adottata dal 1970 al 1989, “The Masters Gran Prix” e parzialmente riproposta dal 2000 al 2008 come “Tennis Masters Cup”.
Il torneo di fine anno affascina per la sua formula asciutta -solo otto partecipanti- ma allo stesso anomala rispetto alle tradizioni del tennis. Ci riferiamo ai cosiddetti Round Robin, i Gironi all’italiana, che da una parte garantiscono almeno tre match ad ognuno dei protagonisti, dall’altra generano una serie di dinamiche peculiari, spesso criticate, ma allo stesso tempo intriganti. Tranne quattro edizioni newyorkesi a 16 o 12 partecipanti e a due edizioni a girone singolo nel 1970 e 1971, il Masters ha sempre seguito questa formula, con tutte le polemiche associate.
Ci riferiamo al fatto che, per una volta all’anno, un tennista può qualificarsi per le semifinali pur avendo perso un match, o persino due. Ed al fatto che un match disputato nel girone eliminatorio possa ripetersi in finale, magari regalando una rivincita al primo sconfitto. Due situazioni anomale per uno sport che fa dell’eliminazione diretta il meccanismo cardine dei suoi tornei, ma che aggiungono sale alle finali di fine anno.
Proprio la rivincita del tennista sconfitto nel Round Robin è diventata uno dei mantra più diffusi tra i commentatori di tennis, spesso usata come argomento contro le formule a gironi, sia nel Masters di fine anno, che in qualsiasi contesto. Ma quante volte si è verificata questa “scabrosa” situazione?
8 Rivicite, 6 Riperdite. La tanto esecrata rivincita si è disputata per 14 volte sulle 35 edizioni che han seguito questa formula, con uno score di 8-6 in favore di coloro che furono sconfitti nel Round Robin. Una prevalenza non netta, ma significativa che si è sviluppata soprattutto negli anni 90 dello scorso secolo dopo un periodo di 12 anni in cui ci furono sei rivincite tutte effettivamente appannaggio del primo sconfitto. Lì nacque il mito della rivincita.
Pete, il re delle rivincite. Mito che per ben tre volte porta il nome di Pete Sampras, due volte ai danni di Boris Becker ed una contro Andre Agassi. Clamorosa proprio l’ultima delle tre rivincite di Pistol Pete: Dopo aver perso per 6-2 6-2 contro un Agassi numero uno del mondo, il sette volte campione di Wimbledon è riuscito a rovesciare tutto in finale, chiudendo per 6-1 7-5 6-4. Per un Sampras re delle rivincite, un Boris Becker vittima sacrificale: per lui tre rivincite concesse, la terza contro Stefan Edberg. 1-1 lo score di Stefan Edberg, 1-2 quello di Agassi. L’ultimo a vendicarsi da solo è stato David Nalbandian ai danni di Roger Federer nel 2005.
L’importanza di essere il primo. Il masters ha la fama di un torneo che dà luogo a sorprese, magari per la formula anomala, magari per la possibile stanchezza di fine anno. Eppure i numeri parlano in modo diverso, con il numero uno del mondo che ha trionfato per 16 volte su 38 edizioni disputate da quando esiste il ranking. Tenendo conto che in cinque occasioni il leader della classifica non si è presentato al via, essere in testa alla classifica garantisce quasi il 50% di probabilità di successo.
Curiosamente, a parte la prima posizione, la posizione in classifica non appare molto correlata con il successo finale. il numero 2 ha vinto solo cinque volte, come il numero 4. Quattro i successi del numero 3, tre per il numero 5, due per il 6 e 3 per il 7. Nessuna vittoria per il numero 8. In due occasioni il numero 2 grazie al successo del Masters è riuscito a strappare il primato di fine anno, curiosamente in due stagioni consecutive e con protagonista sempre Gustavo Kuerten. Guga ha infatti strappato il primato a Marat Safin nel 2000, ma è stato vittima di Lleyton Hewitt nel 2001.
Quando non ha vinto il torneo, il numero uno del mondo ha invece raggiunto 7 finali, 7 semifinali e per sole tre volte non ha superato il girone eliminatorio, destino toccato a Jimmy Connors nel 1978, a Mats Wilander nel 1988 e proprio a Kuerten nel 2001.
Vista l’influenza del ranking nei risultati delle Finali di fine anno, non sorprenderà scorpire un palmarès condotto da Pete Sampras, Roger Federer e Ivan Lendl, tutti e tre pentacampeones (inutile sottolineare che il campione elvetico può ancora staccare i suoi prestigiosi compagni di corsa). Dopo i cinque successi dei campioni, troviamo Ilie Nastase campione in quattro delle prime edizioni (1971, 1972, 1973 e 1975), Boris Becker e John McEnroe con tre successi, Borg e Hewitt con due. Una volta han trionfato, in ordine cronologico, Stan Smith, pioniere del tabellone nel 1970, Guillermo Vilas, Manuel Orantes, Andre Agassi, Michael Stich, Alex Corretja, Gustavo Kuerten, David Nalbandian, Novak Djokovic e Nikolay Davydenko.
Gli ultimi tre, insieme a Roger Federer e Lleyton Hewitt, compongono il quintetto dei campioni ancora in attività.
Il più assiduo partecipante alle finali di fine anno è stato Andre Agassi, al via per ben 14 volte, pur ripagate da “solo” un successo finale. Curiosamente il maggior numero di incontri vinti va a Boris Becker (36 successi), uno in più di Sampras e due di Roger Federer, che con altissime probabilità conquisterà questo primato nei prossimi giorni. Un dato che rende evidente come le rivincite subite dal tedesco influiscano sul suo palmarès nel più importante torneo indoor.
Ivan Lendl può invece raccontare di essere giunto in finale per nove anni consecutivi dal 1980 al 1988, con cinque successi e quattro sconfitte, mentre Ilie Nastase ha la migliore percentuale di successi con un imperioso 88,5%, quasi sei punti percentuali più di Roger Federer.
Concludiamo la nostra carrellata riproponendovi la sintesi di una delle più belle finali degli anni 90, quella del 1996, vinta da Pete Sampras su Boris Becker per 3–6 7–6(5) 7–6(4) 6–7(11) 6–4.







