IL LUNGO VIAGGIO DELL’EROE DELBONIS

Del Potro ha preso le prime pagine. Delbonis ha portato il punto decisivo per la prima Davis argentina. Storia del mancino di Azul, che si allena ancora nel suo vecchio club.

TENNIS – “Sono senza parole. Ancora non ci credo che ce l’abbiamo fatta”. A Federico Delbonis, l’eroe meno celebrato di Del Potro che ha dato all’Argentina il punto della prima storica Coppa Davis, la gioia non è ancora passata. “E’ una soddisfazione spettacolare che servirà a tutto lo sport argentino” ha detto alla Nacion. “Avevo sempre sognato di giocare la Davis, a Zagabria abbiamo completato la costruzione di un sogno. Senza i miei compagni non sarebbe stato possibile, e non è retorica. Abbiamo vinto col cuore, siamo una squadra nobile e lo vedi dalle azioni, dai piccoli gesti”.

Mamma Marta non ha mai avuto dubbi sul suo sangue freddo. “E’ sempre stato convinto di poter vincere, non ha mai avuto esitazioni” ha detto in un’intervista alla radio FM 103.1. “Ogni volta che gioca, pensa solo a vincere. È sempre stato così, molto responsabile, riservato, professionale. Ha fatto molti sacrifici, e anche noi, per questo suo sogno”.

Il sangue freddo, la convinzione si sono visti tutti nel quinto singolare. “Avevo le idee molto chiare su quello che dovevo fare” ha detto. “Prima della partita ho fatto come sempre, ho preparato la strategia, ho scritto su un foglio di carta una serie di cose che per m sarebbero potute accadere e mi avrebbero potuto aiutare a vincere. Ho scritto anche indicazioni su come parlare a me stesso durante i cambi campo. L’ho dato a Orsanic, ma poi non l’ho mai guardato, ho semplicemente dato tutto”.

Figlio di calciatore, papà Horacio era un portiere piuttosto apprezzato ad Azul, appassionato di calcio, oggi quando gli capita gioca da terzino sinistro e una volta (nel 2000) è anche andato in curva alla Bombonera a vedere il Boca Juniors, Delbonis ha scelto il tennis un po’ per caso. Ha iniziato al club Bancario e il primo maestro, Nacho, insiste perché continui.

Cresce con un modello preciso, Guillermo Vilas, “che è stato il vero promotore del tennis in Argentina” ha detto al sito dell’ATP, “il giocatore che ha reso popolare questo sport. Il tennis in Argentina non era conosciuto e grazie alla sua grande carriera, lui è riuscito gradualmente a farlo crescere”.

Alla sua prima esperienza all’estero si lega il ricordo del sedicesimo compleanno. È in Spagna, si è allenato lì per tre mesi con un coach di cui aveva sentito solo parlare, Albert Torras Cabañas e che, ha detto, “si è rivelato perfetto per me a tal punto che è ancora nel mio staff insieme a Gustavo Tavernini” lo storico coach che lo segue praticamente da sempre al Club de Remo de Azul, dove dirige la scuola tennis sin dalla sua origine oltre vent’anni fa. Gustavo lo appoggia non solo sul piano tecnico. “Mio padre (un distributore che un tempo è stato portiere in una squadra di calcio, NdR) non poteva pagarmi le trasferte. Ne parlammo quando aveva 15 anni. Gustavo disse che poteva sostenermi insieme ad alcuni amici. Firmai un contratto: loro prendevano una percentuale delle mie vincite, così li ripagavo dell’investimento. Se non avessi fatto così, non avrei potuto giocare”.

Rimanere nella sua città, con la sua famiglia, ha detto Tavernini, “è la cosa migliore che ti possa capitare. Hai tempo per tutto, non ti serve un’ora per attraversare la città come a Buenos Aires che ti porta completamente fuori contesto”. È un maestro Tavernini che a ESPN nel 2013 spiegava di avere una visione del tennis “integrale: devi imparare ogni istanza del gioco per essere al top, altrimenti è come avere un tetto oltre al quale non puoi andare”

Delbonis inizia a far parlare di sé dal 2009, quando vince il challenger di Manerbio in finale su Leonardo Tavares e viene anche convocato per Svezia-Argentina di Coppa Davis anche se poi gli viene preferito Nalbandian. Poi, dopo una serie di brutte sconfitte, a inizio 2010 raggiunge la finale challenger di Napoli, in cui batte Cipolla, Starace, Minar e il cileno Garcia, prima di arrendersi al portoghese Machado. L’Italia gli porta bene. A Roma, ottiene prima i quarti al Challenger Rai, battendo anche Albert Ramos che avrebbe eliminato Fernando Gonzalez a Barcellona, e vincendo al Garden lasciando un set in tutto il torneo a giocatori senz’altro più abituati di lui a questi livelli (l’argentino Brzezicki, i portoghesi Gil e Machado, che l’aveva battuto a Napoli, l’isterico austriaco “Crazy Dani” Koellerer e, in finale, Florian Mayer). È anche la stagione della sua prima convocazione in Davis. Modesto Tito Vasquez lo chiama per gli infortuni di Juan Martín Del Potro, Juan Mónaco e José Acasuso, m non gioca perché in extremis recupera David Nalbandian.

L’anno successivo, però, Delbonis sembra pronto al salto di qualità. A Stoccarda, dove gioca le qualificazioni sui campi laterali del TC Weissenhof mentre sul Centrale la Germania si arrende alla Francia in Coppa Davis, centra il passaggio al tabellone principale. Al primo turno, contro Florian Mayer, reduce dalla maratona persa con Gasquet, ottiene la sua prima vittoria nel circuito ATP. Si ripete con Sergiy Stakhovsky e Pavol Cervenak, prima della sconfitta di misura contro il redivivo Juan Carlos Ferrero nell sua prima semifinale ATP. Seguono due anni in cui sparisce dai radar del tennis.

Nel 2013 torna ad alzare un trofeo, a Bucaramanga, anche se ha rischiato di uscire con l’”eterno” cileno Nicolas Massu (577) , ormai agli ultimi sprazzi di una lungimirante e brillante carriera. Ad aprile replica a Barranquilla, dopo una finale tutta argentina contro il 23enne Facundo Bagnis che gli ha concesso di rientrare, anche se per breve tempo, tra i primi 100 del mondo. In mezzo, ha tenuto a battesimo il ritorno del suo idolo Rafa Nadal a Vina del Mar dopo sette mesi di assenza. Ad Amburgo batte Federer, che dal 2002 non perdeva due partite di fila contro avversari fuori dalla top-100, e perde la finale memorabile contro Fabio Fognini, primo italiano dai tempi di Panatta a vincere due titoli in due settimane consecutive (è il più importante torneo vinto da un azzurro dal successo di Camporese a Rotterdam nel 1991 su Lendl).

C’è ancora un italiano, Lorenzi, di fronte nella finale di Sao Paulo che nel 2014 gli dà il primo titolo ATP. Il secondo arriva a Casablanca, quest’anno, la sua stagione evidentemente migliore in carriera. Una stagione iniziata con il primo terzo turno in carriera all’Australian Open e il suo successo più importante in carriera, in termini di classifica dell’avversario battuto. A Indian Wells sorprende l’allora numero 2 del mondo, Murray, e firma la terza vittoria contro un top-10 in carriera grazie a 31 vincenti, nonostante 44 errori, e al 70% di punti con la prima.

Il suo lungo percorso, iniziato con le difficili trasferte in Argentina, è finito con un altro viaggio, con la festa di Zagabria per la seconda Davis nella storia che una nazione abbia mai vinto giocando tutte le partite fuori casa. “Nell’ultima partita ho provato a non pensare a quello che c’era in palio” ha detto. “E’ il momento più importante della mia carriera. Dedico la vittoria ai tifosi che ci hanno sempre sostenuti a Zagabria”. Tifosi che abbracceranno Delpo e Delbo, gli eroi della Davis, per la rivincita contro l’Italia di febbraio.


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