TENSIONI RAZZIALI NEGLI USA. LO SFOGO DI SERENA WILLIAMS: “MAI IN SILENZIO”

L’ex numero 1 del mondo Wta affida a un post su Facebook una riflessione sulle persistenti tensioni tra polizia e afroamericani negli States: “Perché nel 2016 siamo costretti a vivere situazioni come queste?”.

Tennis – É accaduto anche a San Diego, in California. Era accaduto anche Charlotte, in North Carolina e anche a Tulsa, Oklahoma. Keith Lamont Scott Eric Garner, Michael Brown, Kajieme Powell, Tamir Rice, Akai Gurley, Walter L. Scott, Christian Taylor, Philando Castile e Nicolas Robertson sono solo alcuni degli afroamericani uccisi dalla polizia negli ultimi due anni.

Gli atti giudiziari che riguardano queste tristi vicende sono al vaglio dei giudici degli Stati Uniti d’America. Quello che resta, tuttavia, sono le proteste, la guerriglia, i coprifuoco e le tensioni che si sono venute a creare nella più grande democrazia del mondo a seguito di eventi che, nel senso comune, dovrebbero ormai far parte del passato.

E invece le pagine di cronaca interna negli Usa e quelle di cronaca estera sui giornali di tutto il mondo sono sempre più spesso dedicate a questi eventi. Almeno da due anni a questa parte.

E sono tanti i personaggi del mondo dello spettacolo e dello sport che si sono spesi affinché tutto questo non accada più. L’ultima della serie è Serena Williams, una delle afroamericane più famose del mondo e della storia. La ex numero 1 del tennis mondiale ha voluto affidare al suo profilo Facebook una riflessione sulla situazione tesa venutasi a creare nel suo paese: “Ho chiesto a mio nipote di 18 anni di accompagnarmi a fare delle commissioni e l’ho lasciato guidare. A un certo punto, sul lato della strada, ho visto la polizia”. Prevedibile, a quel punto, dimenticare di essere Serena Williams, la campionessa di tutto, e sentirsi soltanto una donna di colore. Prevedibile ripensare a quanto successo ad altri afroamericani: “È un flash di pochi secondi, mi assicuro che mio nipote non superi il limite di velocità. Mi tornano in mente quelle immagini di pochi secondi in cui la polizia spara a un uomo mentre è con la fidanzata (Philando Castile, ucciso da un agente in Minnesota nel mese di luglio ndr). Neri loro, neri anche noi. Penso che quanto successo a quella coppia possa succedere a noi. Mi pento di averlo fatto guidare. È così dolce. Non potrei mai perdonarmi se gli succedesse qualcosa. Sono attimi infernali”.

Sono poche parole. Ma sono parole che sintetizzano bene l’atmosfera di altissima tensione che si respira in queste settimane tra afroamericani e polizia negli Stati Uniti. Le parole di Serena Williams potrebbero essere quelle di una qualsiasi persona di colore. I campioni sono anche questo, compiono gesta straordinarie, ma sono pur sempre esseri umani. E sono esseri umani che si indignano quando, nel 2016, gli Stati Uniti sono costretti a fronteggiare ancora una volta il fenomeno del razzismo. La rabbia di Serenona si percepisce forte nella conclusione della sua amara riflessione: “Perché nel 2016 siamo costretti a vivere una situazione come questa. Le persone non nascono cattive, sono le situazioni a influenzarle, l’educazione e le condizioni di vita. Perché, nel 2016, ho avuto questi brutti pensieri. Non abbiamo forse vissuto abbastanza, aperto tante porte, influenzato miliardi di vite? Adesso ho capito che non importa dove siamo arrivati. Importa solo dove siamo diretti. Cosa succederà ai miei nipoti? Cosa succederà ai miei figli? Martin Luther King ha detto: «Arriva un momento in cui il silenzio è tradimento». Io non starò mai in silenzio”.

Foto: Serena Williams (www.zimbio.com)


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