TIU, NESSUNA COMBINE ALL’AUSTRALIAN OPEN. MA IL PROBLEMA RESTA

La Tennis Integrity Unit ha concluso che i tre match sospetti all'Australian Open non erano truccati. 30 comunque le segnalazioni di match con flussi anomali delle quote nel primo trimestre del 2017. "Vogliamo che i genitori portino i figli a giocare perché credono nel tennis" dice il presidente ITF Haggerty.

TENNIS – I tre incontri considerati sospetti all’Australian Open di quest’anno non erano truccati. È questo il risultato dell’inchiesta della Tennis Integrity Unit che ha ricevuto 30 segnalazioni di partite con andamenti sospetti delle quote, in base al Memorandum firmato con i bookmakers, sui 24300 match disputati nel primo trimestre, 18 in meno dello stesso periodo dello scorso anno.

Diciassette di queste segnalazioni riguardano incontri nei tornei Futures, cinque disputati nei Challenger e altrettanti negli ITF femminili. Ogni segnalazione, spiega il comunicato della TIU, “viene presa in considerazionee analizzata come un indicatore che qualcosa di inappropriato potrebbe essere successo. Ma è importante segnalare che un sospetto non è di per sé la prova di una combine. Possono esserci diverse ragioni lecite che possono spiegare un andamento inusuale delle quote, come una definizione errata delle stesse, scommettitori molto ben informati, lo stato di forma degli atleti, circostanze personali o condizioni di gioco”.

Individuare partite sospette, sottolineava qualche tempo fa l’analista e trader professionista Dan Weston al Guardian, non è così complicato per chi conosce bene il mercato. I match in qualche modo combinati hanno in comune almeno due di questi tre ingredienti:

-movimenti inusuali delle quote pre-match nell’ultima ora o due prima del match;

-attività dubbia nel corso del match: ad esempio, se un giocatore è pesantemente favorito pur essendo sotto di un set e di un break, o quando il favorito è quotato più dell’avversario per la vittoria del primo set;

-un totale di giocate più elevato del solito su siti come Betfair.

Tuttavia, il flusso anomalo delle quote rappresenta un fattore di rischio che, combinato con l’asimmetria nella valutazione del valore di una vittoria, può portare alla determinazione di una partita truccata. Il match-fixing, ancor di più in uno sport individuale, può essere unilaterale, ovvero un atleta decide di perdere apposta senza che l’avversario sia d’accordo, o bilaterale, per interesse reciproco, ovvero quando entrambi sono d’accordo. Un’ipotesi che, se ci si limita al risultato finale, vale per gli sport di squadra, ma che nel tennis manifesta la sua pericolosità nei casi in cui l’accordo non riguardi l’esito del match, ma quello di un singolo set.

“Se le combine si realizzano, vuol dire che dietro, a un certo punto, sono entrati in scena gruppi criminali piuttosto sofisticati, e la TIU non ha gli stessi poteri investigativi della polizia” spiegava Jamie Singer, tra i soci fondatori di Onside Law, lo studio che assiste la TIU. “I rapporti che arrivano alla TIU si concentrano sull’andamento delle quote, che però da soli non bastano a provare una combine. E la TIU ha bisogno di prove più sostanziali per poter sostenere un’accusa in tribunale”.

La Tennis Integrity Unit ha anche lanciato un nuovo programma, il TIPP (Tennis Integrity Protection Programme), che i giocatori devono completare ogni due anni. È un programma educativo di sensibilizzazione sul match fixing, sul mondo delle scommesse e sugli approcci illegali cui gli atleti accedono attraverso l’area riservata sui siti WTA, ATP e ITF. Disponibile in sei lingue (cinese, francese, inglese, italiano, russo e spagnolo), è stato completato da 3500 giocatori in un mese.

Tuttavia, nel 2017 sono già emersi sei casi di violazione del programma anticorruzione. L’ultimo, e il primo nella storia della TIU ad essere comunicato a indagini ancora in corso, ha colpito Oliver Anderson, vincitore l’anno scorso dell’Australian Open junior, sospettato di essersi venduto il primo set del match contro Harrison Lombe al Challenger di Traralgon. A gennaio erano stati fermati il rumeno Mihaita Damian, che aveva scommesso su quasi 200 partite tra il 2011 e il 2013, e l’australiano Calum Puttergill, il quale aveva aperto un account personale su Sportsbet, scommettendo su 291 match di tennis. Nessuno di loro, però, aveva puntato su partite in cui erano impegnati. Il messicano Garza, invece, è stato prosciolto da ogni accusa e può tornare subito in campo.

Il problema, però, esiste. E non bastano le 292 partite segnalate nel 2016, come riporta la TIU, o le 103 oggetto del rapporto annuale della European Sports Security Association (‘ESSA’), un’organizzazione no profit che ha il compito di controllare modelli di scommesse. Ben 71 dei flussi anomali registrati su eventi sportivi avevano origine in Europa e 45 riguardavano incontri di tennis.

Perché il tennis è uno sport troppo facile da truccare, basta anche un solo giocatore, non serve nemmeno la partecipazione dell’avversario. Perché nei tornei ITF, nei Challenger, i prize money sono troppo bassi e se ti offrono, per perdere un set di primo turno, dieci volte quello che prenderesti vincendo il torneo, la tentazione viene. Eppure, il tennis ha stretto i rapporti, i legami con le agenzie di scommesse, che però continuano ad avere un ruolo bivalente nel doppio processo di riduzione dei benefici e di aumento dei rischi. Da un lato, infatti, allargano la visibilità dei tornei anche minori attraverso la trasmissione in diretta streaming (l’ATP trasmette tutti i Challenger su Livestream, Crionet diffonde molti dei tornei ITF) e fanno aumentare la platea degli spettatori che possono accorgersi se qualcosa “stona”. Dall’altro, però, moltiplicano le tipologie di scommesse live sui tornei minori, che sono quelle più a rischio perché si può lucrare anche su un game o su un set, senza truccare l’esito della partite, e l’accordo è tanto facile da concludere quanto quasi impossibile da scoprire. E soprattutto entrano in maniera decisiva come partner di tornei fino a diventarne main sponsor come Bet-at-Home a Kitzbuhel e Amburgo.

Agenzie che offrono fino a 68 diverse opzioni per scommettere su partite che spesso valgono, per chi vince, montepremi decisamente bassi. Raddoppiare i prize money dei Challenger, rivelava Jeff Sackman, la “mente” dietro il celebre sito Tennis Abstract, costerebbe 8 milioni di dollari a stagione. Ma anche così, la metà degli incontri varrebbe comunque meno di mille dollari e l’80% meno di duemila. E il problema non sarebbe risolto. Meglio sarebbe, sostiene, dare idealmente quegli otto milioni alla TIU e aumentare i rischi per i giocatori di essere scoperti. Perché questo obbligherebbe i corruttori a dover investire cifre molto più alte per convincere i giocatori, e renderebbe il business meno redditizio.

Un aspetto fondamentale, come ha dichiarato recentemente a Fairfax Media Brandon Walkin, coinvolto nel caso che ha portato alla squalifica per sette anni di Nick Lindahl. Al Future di Toowoomba del 2013 Walkin, senza alcuna ricompensa, ha inoltrato al suo amico Andrew Corbitt un messaggio in cui si diceva che Lindahl, suo prossimo avversario, era disposto a perdere apposta in cambio di una certa somma. “Tutti in Australia guardano le quote di eventi sportivi e scommettono” ha detto. “Ma adesso che vengono fuori i nomi, che veniamo trascinati nel fango e sono più chiare a tutti le implicazioni di certi comportamenti, le cose stanno cambiando”.

L’ITF ha approvato l’introduzione di un circuito di transizione fra junior e pro per arrivare ad avere 750 tennisti e 750 tenniste professioniste, e così distribuire in maniera più efficace e razionale le risorse e aumentare la quota di giocatori che possono rimanere almeno in pari con le spese. Ma la questione, ha ammesso il presidente Haggerty, è più profonda. “Vogliamo che il tennis sia pulito, deve essere lo sport che le persone desiderano giocare. Vogliamo che i genitori portino i figli a giocare a tennis perché credono in questo sport”.


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