Roma – Rino Tommasi, chiamato ormai diverso tempo fa a parlare del Trofeo Avvenire, una delle maggiori competizioni a livello mondiale riservata agli under 16, si lasciò andare ad un’espressione che ha fatto la fortuna della manifestazione stessa – “è il torneo che non sbaglia mai un pronostico” – sottolineandone l’alta percentuale di giocatori vincenti che avrebbero poi fatto una buona, se non ottima, carriera tra i professionisti. E, chiaramente, il giornalista veronese non raccontava il falso, dato che, nell’albo d’oro, scrutiamo i nomi di Borg, Cash, Edberg, Lendl, Hingis, Ivanisevic, Capriati e Del Potro tra gli altri. Però, cos’avrebbe potuto dire di tanto diverso del “Trofeo Bonfiglio”, la cui 52esima edizione ha inizio proprio in queste ore? Perché, pur essendo allargata a tutti i giocatori che hanno compiuto i 18 anni – motivo che porta i detrattori a sostenere come a quell’età i “forti” giochino nella categoria superiore, sminuendone il valore – la kermesse organizzata ogni anno in questo periodo nello storico TC Milano Bonacossa non ha di certo un parterre di second’ordine valutando quali tennisti si sono aggiudicati la competizione: Ivanisevic, Kafenikov, Lendl, Courier, Panatta, Forget, Zvereva, Sabatini e Coria per citare i principali. Un albo non troppo differente da quello sopra esposto, che rammenta come vincere in Via Arimondi 15 vale, con buonissima probabilità, un pass per il mondo dei pro’: su questo non v’è alcun dubbio.
Da Sergio Tacchini (vincitore nel 1959, quando il torneo era soltanto maschile) a Mikhail Biryukov e Beatrice Capra – campioni uscenti – sono proprio pochi i nomi assolutamente fuori luogo, basti pensare che la stessa Capra, di cui ricordiamo le discendenze monzesi, lo scorso anno raggiunse il terzo turno agli U.S. Open, facendo gran clamore tra i tifosi di casa, sempre alla ricerca di qualche campionessa in erba che possa risollevare le sorti del tennis a stelle e strisce, viste le continue assenze delle sorelle Williams. Dopo un anno in cui non ha saputo dare continuità all’exploit di Flushing Meadows, dal prossimo autunno Beatrice frequenterà la Duke University, evitando però di far parte del team studentesco. Una scelta particolare, che le impedirà, nel qual caso la sua squadra avesse affrontato quella di Syracuse, di incrociare un altro vincitore degli Internazionali d’Italia under 18, però di 26 anni prima, Luke Jensen, altrimenti noto come Dual Hand Luke. Il soprannome era una storpiatura del celeberrimo film “Cool Hand Luke”, giunto a noi col nome di Nick Mano Fredda. Curioso, e piuttosto indicativo della sua personalità, che Luke per diverso tempo abbia asserito che il suo nome derivasse proprio da quel film, di cui i suoi genitori erano estimatori. Peccato che la pellicola in questione fosse uscita nel 1967, un anno dopo la nascita del primogenito di casa Jensen. E perché Dual Hand?
Se non il più forte tra i vincitori del Trofeo Bonfiglio, il maggiore di casa Jensen si merita sicuramente la palma di più originale. E non solo, perché per riuscire ad emulare quello che Luke faceva sul campo, bisogna disporre di un talento sicuramente superiore alla media. Per spiegarlo vi sia sufficiente sapere che il giocatore in questione era in grado di servire sia con la destra che con la sinistra oltre i 200 km orari – e chiaramente poteva giocare con ambo le mani ogni colpo – ma non era inusuale che, dopo aver battuto malamente una prima palla indifferentemente con la destra o con la sinistra, giocasse la seconda con l’altra mano – da cui era nato il soprannome. Un qualcosa di talmente desueto da vedere che ogni volta che capitava lasciava di stucco tutti, avversari compresi. E non pensiate che Luke, che portava lunghi capelli – e, per la legge del contrappasso, ora sfoggia una bella pelata – bandana e occhiali da sole fosse semplicemente un fenomeno da baraccone; infatti, in doppio, assieme al fratello di due anni più giovane, Murphy, ha colto la vittoria nel Roland Garros del 1993, oltre ad altri 9 titoli, meritandosi il best ranking di numero 6. Un po’ meno fortunato in singolo, dove non è mai riuscito ad accedere alla top-100 ATP, Luke, come detto, ora insegna ai ragazzi della Syracuse University, seguendo programmi all’avanguardia legati ad un tennis piuttosto innovativo e d’attacco: da lui ci saremmo meravigliati di qualcosa di diverso.
Per ripristinare il filone sull’attendibilità del risultato del Bonfiglio, facciamo una breve capatina nell’albo d’oro femminile degli ultimi 10 anni, in cui troviamo, a ritroso, Sloane Stephens (best ranking al numero 150 ed in continua ascesa), Simona Halep (52), Anastasia Pivovarova (102), Raluca Olaru (53), Dominika Cibulkova (12), Sessil Karatantcheva (35), Michaela Krajicek (30), Barbora Strycova (39) e Kaia Kanepi (16): ovvero tutte giocatrici che hanno avuto un buonissimo impatto col tennis pro’. E che sono soprattutto ancora in attività, non come accaduto invece alla russa Lina Krasnoroutskaya, classe 1984, che a soli 15 anni fece propria la competizione milanese, mostrando una precocità che avrebbe avuto riscontro anche nelle kermesse maggiori: a 17 anni (2001) la moscovita colse i quarti di finale al Roland Garros e gli ottavi a Wimbledon, raggiungendo le prime 40 posizioni della classifica WTA. Da quel momento iniziarono però anche i problemi, ed ogni stagione se ne palesava uno nuovo, dalla spalla allo stomaco passando per il fegato, che non le impedirono comunque un ritorno con best ranking al numero 25, prima di un nuovo stop. Quando, nell’estate del 2005, annunciò che di lì a poco sarebbe tornata all’attività, scoprì di aspettare un bambino ed automaticamente si azzerarono le probabilità di rivederla sul circuito, lasciando così, a soli 21 anni. E se volessimo dare un titolo alla sua vita agonistica un bel “E’ successo tutto troppo in fretta” sarebbe quanto di più adatto.
E’ inoltre inconfutabile annotare il particolare feeling che si è creato negli anni tra il popolo argentino e il torneo milanese: se in campo femminile, tra il 1984 ed il 1989, ben cinque giocatrici diverse, che difendevano l’Albiceleste, si sono aggiudicate la corona – Sabatini, Tarabini, Fulco, Tessi e Labat – in campo maschile, dal 1994 ad oggi, sono stati ben sei quelli capaci di emularle, a partire dalla meteora Federico Browne, per continuare con Mariano Zabaleta, Guillermo Coria, Brian Dabul, Guido Pella e Facundo Arguello. Un tempo, inoltre, era anche più facile assistere a giocatori che si ripetevano a distanza di un anno, come accaduto al greco Kalogeropoulus (1964-5), all’australiano Alexander (1969-70), alle cecoslovacche Neummanova (1966-67) e Tomanova (1973-74) e alla peruviana Bonicelli – quest’ultima con un lasso di 2 anni, nel 1970 e nel 1972 – mentre ultimamente ci sono state soltanto occasioni in cui tale impresa è stata sfiorata. La serba Bojana Jovanosvki, per esempio, attuale top-100, nel 2007 e nel 2008 si classificò per la finale, dove venne sconfitta da Pivovarova e Halep, mentre la vittoria della Olaru nel 2006 avrebbe potuto costituire un bis se nell’anno precedente l’atleta rumena non si fosse arresa nell’atto conclusivo alla slovacca Cibulkova: quest’anno Capra e Biryukov, per raggiunti limiti d’età, non potranno tentare la difesa del titolo, dando così la possibilità a due nuovi ragazzi di inserire il proprio nome in questo prestigioso albo d’oro.
Proseguendo nell’elenco, si scrutano anche Guy Forget (1982), Thierry Tulasne (1980), Franco Davin (1986), Rossana De Los Rios (1992), Katarina Srebotnik (1997) e Nicolas Almagro (2003), giocatori che hanno saputo fare del tennis la propria professione con gradi accettabili di soddisfazione, mentre rare sono state le annate in cui si rintracciano nomi di giocatori incapaci di inserirsi, almeno per una settimana, nei top-100. Nel 2000, però, ad imporsi in campo maschile fu il bulgaro Todor Enev, giocatore che ha fallito a causa di un fisico troppo minuto, e la rumena Ioana Gaspar, che mai ha seriamente creduto nelle sue possibilità ed ha finito per disputare soltanto competizioni in patria sin da subito. Oppure nel 1991, quando a trionfare tra gli uomini fu l’australiano Grant Doyle e tra le donne spettò alla ceca Zdenka Malkova, ragazzi che hanno poi purtroppo visto col binocolo le maggiori scene del tennis internazionale. Restano comunque casi limitati a fronte degli svariati vincitori che si sono succeduti in mezzo secolo di competizioni. Il TC Milano è però stato anche il trampolino di lancio non solo di future tenniste – e come, direte voi? – ma anche di insospettabili rappresentanti del jet-set. Nel 1995, infatti, a trionfare fu una quasi quattordicenne Anna Kournikova, futura signora Iglesias e futura protagonista in diversi ambiti, non tanto in quelli tennistici, dove ha ammainato bandiera bianca già nel 2003, dopo aver raggiunto comunque la top-ten WTA a 19 anni; l’anno successivo, invece, toccò a Olga Barabanschikova, classe 1979, ritiratasi anche lei molto giovane, dopo essersi inserita, per un breve periodo, nelle top-50: ora è diventata una cantante e non lesina servizi in cui mostra completamente il suo corpo.
Il Bonfiglio resta quindi una vetrina importante, come era nelle intenzioni di Vittorio Battaglia, che lo organizzò in onore di Antonio Bonfiglio, giovane promessa azzurra che, a causa di una polmonite, morì a soli 19 anni, nel 1959: i ragazzi che ogni anno vi partecipano portano a compimento quel salto verso il professionismo non riuscito al povero Antonio. Per questo motivo, il Trofeo Bonfiglio, costituisce una parentesi molto sentita e tecnicamente valida nel mondo juniores, come dimostra la numerosa e qualitativamente elevata partecipazione annuale. E se l’Avvenire è il torneo che non sbaglia mai un pronostico, il Bonfiglio permette di valutare se le giocate su quei pronostici siano effettivamente corrette.







