US OPEN STORIES: 1988, LA RIVOLUZIONE E IL GOLDEN SLAM

L'edizione 1988 è segnata dalla conferenza stampa nel parcheggio di Flushing Meadows da cui nasce l'ATP Tour. Sul palco Mats Wilander, che vincerà il titolo e diventerà numero 1 del mondo. Ma è soprattutto l'anno del Golden Slam di Steffi Graf, l'unico nella storia del tennis.

TENNIS – Nello spazio di mezz’ora, il tennis è cambiato per sempre. Nel parcheggio fuori dai cancelli di Flushing Meadows, Mats Wilander sale sul palco di una delle conferenze stampa che hanno fatto la storia dello sport. “C’è qualcosa di sbagliato se io ho affrontato solo tre o quattro top-10 quest’anno. Non giochi mai contro i migliori” spiega. È il pomeriggio del 30 agosto del 1988. è il giorno del trionfo del nuovo presidente dell’ATP, Hamilton Jordan, eletto nel 1987, ex capo dello staff del presidente Usa, Jimmy Carter. È la vittoria del suo piano “Tennis at Crossroads”, che cerca di ridurre l’eccessiva frammentazione decisionale, sottoscritto subito da 8 dei primi 10 giocatori del mondo (solo Lendl e Connors rifiutano). Nei giorni successivi, lo firmeranno 85 dei primi 100: nasce il nuovo ATP World Tour, per come lo conosciamo oggi, che vede la luce nel 1990. I tornei sono divisi in due categorie: 21 cosiddetti “championship tournaments”, di cui fanno parte gli 11 “single-week championship events”, tornei che si disputano nell’arco di una settimana senza altri eventi in calendario con un montepremi minimo di 1 milione di dollari (è la categoria di tornei che oggi conosciamo come Masters 1000), e 56 “world-series events”. Il montepremi complessivo supera del 50% quello garantito dall’ultima edizione del Grand Prix Tour. Cambia anche il meccanismo di calcolo del ranking: viene introdotto il “Best 14”. Solo i migliori 14 risultati ottenuti nelle precedenti 52 settimane entrano nel computo della classifica di ciascun giocatore.

“Abbiamo corso un rischio quel giorno” ha ricordato Wilander. “Alla conferenza stampa c’eravamo solo io e Tim Mayotte tra i primi 10 del mondo. Molti appoggiavano le nostre idee ma non erano ancora pronti a fare quel passo, volevano aspettare e vedere cosa succedeva. Noi avevamo un piano e la volontà di cogliere quell’opportunità”.

E non è certo l’unica rivoluzione dello Us Open 1988. Per la prima volta dal 1980, Martina Navratilova chiude la stagione senza un titolo dello Slam all’attivo. Persa la finale di Wimbledon, va già vicina all’eliminazione negli ottavi. Elna Reinach va a servire per allungare 5-0 nel primo set, ma Navratilova rimonta e si salva. Non va altrettanto bene, però, nei quarti contro Zina Garrison, che aveva sempre perso nei precedenti 21 confronti diretti. Avanti 64 50, Garrison si fa prendere dall’emozione e Martina riesce a portare il secondo set al tiebreak, e poi a vincerlo dopo essere stata sotto 3-5. Ma può solo rimandare l’inevitabile: Garrison chiude 64 67 75.

In semifinale, è costretta al ritiro per una gastroenterite prima ancora di scendere in campo anche la sua grande rivale, Chris Evert, che avrebbe dovuto affrontare Steffi Graf. La nuova numero 1 del mondo, invece, passa il sabato pomeriggio a palleggiare con il coach Pavel Slozil prima di conoscere l’avversaria per la finale che vale un posto tra le immortali del tennis: Gabriela Sabatini, l’unica che le ha tolto un set al Roland Garros pochi mesi prima.

Alla vigilia della stagione 1988, una delle più dominanti di sempre nella storia tennis, Graf ha vinto un solo titolo dello Slam. Ha battuto 86 al terzo, in finale al Roland Garros, Navratilova che si prenderà la rivincita a Wimbledon e a Flushing Meadows. Nel 1988, per la prima volta gli Australian Open si giocano a Flinders Park, sul Rebound Ace, una superficie più lenta che favorisce il successo di Evert su Navratilova in semifinale. Ma l’americana non può nulla in finale contro Fraulein Forehand, che apre la corsa al Golden Slam senza perdere un set. “Dopo appena un game” dirà Janine Thompson, sconfitta dalla tedesca al secondo turno, “mi iniziai a chiedere: che diavolo devo fare contro di lei?”. Una domanda che tornerà anche nella mente della diciassettenne Natasha Zvereva, che entra nella storia dalla parte sbagliata. In 32 minuti fa solo 13 punti e subisce il primo doppio 60 in una finale Slam dal 1911. A Wimbledon matura il vero passaggio di consegne e di generazioni. Di fronte, c’è di nuovo Martina Navratilova, che non ha mai perso un match per il titolo sul Centrale dei Championships e si porta avanti di un set e di un break. Ma, sotto 0-2, Graf stampa due risposte vincenti di dritto che valgono il controbreak. Vincerà nove game di fila, preludio al 57 62 61 finale e al suo primo titolo a Wimbledon. “E’ così che dovrebbe andare” ha detto Navratilova, “oggi finisce un’epoca. È un passaggio di testimone, se volete. O perso da una giocatrice migliore di me in finale”.

Ma non è facile nemmeno per Graf, che nelle cinque partite giocate ha perso 13 game, gestire la tensione in finale a New York. Anche perché la neo diciottenne Sabatini è una sua grande amica e spesso hanno giocato in doppio insieme.

La tedesca breaka due volte l’argentina e firma il 63 nel primo set, ma i suoi turni di servizio non sono così convincenti. Sabatini toglie il servizio a Fraulein Forehand nel quarto gioco del secondo set: Graf commette tre gratuiti, uno proprio col suo colpo forte. Non le basterà il controbreak al settimo game, perché perderà la battuta nuovamente all’ottavo. L’argentina porta il set al terzo e il pubblico comincia a parteggiare per lei. Non sembrano avere così tanto interesse per la storia che potrebbe materializzarsi sotto i loro occhi.

Ma il suo momento non è ancora arrivato. Dovrà aspettare ancora due anni per il suo unico Slam in carriera, battendo proprio Graf in finale a New York: un trionfo che maturerà grazie al lavoro con il coach brasiliano Carlos Kirmayr, batterista part time in una rock-band, e lo psicologo dello sport Jim Loehr, che la aiuteranno a scendere a rete più spesso. Il terzo set non ha storia. Tre gratuiti dell’argentina e uno splendido vincente di dritto in diagonale portano Graf al break in apertura (2-0). Sabatini cederà il servizio ancora, nel sesto gioco, con tanto di doppio fallo sulla palla break. Graf chiude 63 36 61 con un rovescio sulla riga e diventa la prima giocatrice dal 1970 a completare il Grande Slam. È Don Budge, l’unico americano capace della sua stessa impresa, a consegnarle il trofeo. Ma nessuno riuscirà ad aggiungere ai quattro Slam anche l’oro olimpico, che centra a Seoul in finale di nuovo contro Sabatini.

“Ricordo soprattutto l’estrema fatica che ho fatto per vincere a New York – sottolinea Steffi in un’intervista rilasciata a L’Equipe – sentivo tutta l’attesa, la pressione, su di me. Era complicato concentrarmi solo sul torneo: chiunque mi parlava del Grande Slam… E’ stato terribile, un incubo. Avevo solo 19 anni e gestire tutta quella pressione non è stato semplice. Mentalmente e fisicamente ero arrivata quasi al punto di rottura. E anche dopo aver vinto non avevo consapevolezza di quel che avevo fatto. E ripensandoci dopo 27 anni trovo incredibile aver avuto la forza di gestire tutta quell’attesa”.

La domenica, poi, il torneo iniziato con Mats Wilander ad avviare la rivoluzione, si chiude con Mats Wilander a scrivere la storia del tennis svedese. Batte Ivan Lendl in una finale epica, durata 4 ore e 54 minuti, e diventa il primo svedese a vincere lo Us Open, sempre sfuggito a Borg in nove partecipazioni. “Ora ho capito perché è stato così difficile per lui vincere qui” dirà Wilander, che grazie al titolo a New York diventerà numero 1 del mondo per la prima volta. “E’ stata la più grande partita che abbia mai giocato”.


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