US OPEN STORIES: 1991, HAPPY BIRTHDAY, MR. CONNORS

La vittoria di Connors su Krickstein nel giorno del suo 39mo compleanno resta uno dei momenti più memorabili dell'edizione 1991 e della storia dello Us Open.

TENNIS – Nessuno sta a sentire i perdenti. È una delle leggi crudeli dello sport. Una legge che a New York, nella terra delle opportunità che celebra il fallimento come ingrediente del successo, ha trovato qualche eccezione. La semifinale della sedicenne Chris Evert resta la storia dello Us Open 1971. Nel 2006, nessun trionfo può oscurare la vittoria di Agassi con i crampi su Baghdatis e il discorso di addio al tennis dopo aver perso al terzo turno da Becker. Ma nessuna storia che non si concluda con un trofeo alzato nel cielo di New York può eguagliare l’edizione 1991 e gli undici giorni di fuoco di Jimmy Connors. Perché Jimbo, come dirà Ilie Nastase, “ci avrebbe uccisi tutti per un’altra partita”, per un’ultima occasione, per un ultimo giro di giostra.

Ha preparato quell’edizione con l’amico Vitas Gerulaitis. L’ha scelto come compagno di allenamenti per offrirgli un’ancora di salvataggio, per provare a tirarlo fuori dal suo inferno personale di droga. Qualche giorno prima dell’inizio del torneo, Jimbo manda a casa moglie e figli per non avere distrazioni. È numero 174 del mondo, e al primo turno scende in campo alle 21.15 ora locale contro Patrick McEnroe. Ci sono poche migliaia di spettatori ancora sul centrale, quando si ritrova sotto di due set e in svantaggio 0-3 0-40 nel terzo. Ma quei pochi che restano fino all’1.35 del mattino gli vedono completare la settima rimonta dopo aver perso i primi due parziali e chiudere 46 67 64 62 64. Jimbo festeggia alla sua maniera, con quel movimento pelvico rivolto ai quattro lati dello stadio. “Jimmy usava l’adrenalina del pubblico” ha commentato McEnroe. “Non credo che quel giorno il pubblico fosse contro di me. Se fossi stato tra di loro, credo che anche io avrei fatto il tifo per lui”.

Nella sua metà di tabellone vengono eliminate due teste di serie, Agassi e Becker. Jimmy passa agevolmente i successivi due turni, contro Michiel Schapers e Karol Novacek, e agli ottavi affronta Aaron Krickstein, di 15 anni più giovane, che qualche anno prima aveva passato diverso tempo nel ranch della famiglia Connors e seguito con loro il Super Bowl. È il Labour Day. È il 39mo compleanno di Jimmy Connors. Sta per iniziare l’incubo senza fine dell’ex giovane promessa del tennis Usa.

Perso il primo, Connors serve sul 5-1 40-15 ma tutto precipita. Si va al tiebreak. Sul 7-7 il giudice di linea dà buono uno smash di Connors, l’arbitro David Littlefield, che è dalla parte opposta del campo, la giudica fuori e dà il punto a Krickstein: “Era chiaramente fuori, gli dice”. Connors esplode: “Chiaramente un cazzo! Giù da quella sedia! Lei non vale niente. Sono qua a farmi un culo così a 39 anni e lei mi fa questo?”.

Littlefield, scriverà Bruce Jenkins su Sports Illustrated, “riuscì a rimanere calmo, a non assegnare penalità e a lasciare che lo spettacolo continuasse. In base a quello che oggi si richiede ai giudici di sedia, il suo atteggiamento adesso sarebbe giudicato ingiustificabile. Allora, però, è stato fondamentale”.

Jimbo vince il tiebreak, ma molla il terzo, che finisce 6-1. Dopo un colpo sbagliato, ha ricordato il figlio Brett, “mia madre spense la TV e mi chiese di andare in Chiesa insieme a lei e di pregare per far si che mio padre potesse avere un buon regalo per il suo trentanovesimo compleanno. Ritornati a casa Aaron conduceva 5-2 nel quinto”. Ma con un capolavoro di longevità chiude 7-4 al tiebreak del quinto con un’ultima volée vincente mentre il pubblico sul campo 11 esulta come mai prima a New York e intona “Happy Birthday” mentre Connors corre ad abbracciare Gerulaitis.

“Vorrei poter cambiare il risultato” ha detto Krickstein quindici anni dopo, quando è arrivato ad avere l’età di Connors quel giorno, in un’intervista al New York Times. “Per quattro anni di fila hanno replicato la partita durante le pause per la pioggia, e la gente continuava a fermarmi al ristorante, come se stessi ancora giocando, e mi diceva che quel giorno aveva fatto il tifo per me”. Ma il risultato non può cambiare. “So quanto quella partita sia diventata importante, e non lo sarebbe se avessi vinto io”.

Quel giorno, Jimbo dà la miglior dimostrazione di cosa volesse dire essere Jimmy Connors. Per dirla con Mary Carillo, “rendeva tutti quelli che lo guardavano parte dello spettacolo. Aveva la straordinaria abilità di farti sentire che, anche solo da spettatore, tu potessi cospirare con lui e portarlo alla vittoria”.

Batterà anche Paul Haarhuis nei quarti. Il match si ricorda per il punto con cui annulla la palla break sul 4-4 30-40 nel secondo set: costringe l’olandese a quattro smash attaccabili, prima di infilare un dritto incrociato su cui Haarhuis gioca una volée di rovescio in tuffo, ma Jimbo ci arriva e passa in lungolinea. “E’ stato un grande anti-climax” dirà Steve Flink. “Jimmy non riuscì mai a entrare davvero in partita in semifinale. Ha pagato l’età, alla fine. Anni dopo, comunque, a Wimbledon, Connors mi disse: sono stati gli 11 giorni migliori della mia vita. Nessun grande campione avrebbe mai potuto dire lo stesso. Loro giocavano per vincere. Lui ha sempre guardato le cose in una prospettiva più larga”. Jimmy odiava perdere, ma ha vissuto per competere. E mai come quell’anno ha sentito l’amore di quello stesso pubblico che per anni l’ha “odiato” e gli ha preferito McEnroe, uno di loro. In fondo, l’aveva sempre saputo cosa gli sarebbe servito per farsi amare a New York: doveva invecchiare e cominciare a perdere.


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