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Roma, 21 marzo 2010 - Molto spesso tra i primissimi giocatori del mondo, più che il bagaglio tecnico, a fare la differenza è la preparazione atletica. Quello che ti fa compiere il vero salto di qualità è la capacità di arrivare con la forma migliore agli appuntamenti più importanti. Infortuni a parte, se dovessimo analizzare sotto questo aspetto i primi cinque giocatori dell’attuale ranking Atp, colui che fino a questo momento ha dimostrato le maggiori lacune è indubbiamente Novak Djokovic.
Fiato corto. La disquisizione, in questo caso, è puramente fisica. Il suo talento e la sensibilità nel tocco di palla sono assolutamente fuori discussione. Quello che però Nole ha confermato, anche con gli ultimi risultati non certo brillantissimi, è che il rischio di essere in ritardo di condizione per lui è sempre dietro l’angolo. Non mi sento di dire che sia strettamente un problema di pianificazione dei suoi preparatori però, limitandoci a ciò che vediamo sul campo, è innegabile che il serbo fatichi più degli altri non appena la partita si allunga, in particolare 3 set su 5. Troppo spesso lo ricordiamo vittima di crampi o di affaticamenti, veri o presunti che siano. Qualcuno potrebbe obiettare che in più circostanze è stato proprio lui ad andarsi a complicare la vita in situazioni che invece apparivano abbastanza agevoli. Non bisognerebbe quindi stupirsi più di tanto se poi arriva con il serbatoio in riserva quando conta davvero essere al 100%.
Concorrenza serrata. Federer sa dosare al meglio le sue forze, Nadal al top è una macchina da guerra, Murray è cresciuto tanto muscolarmente nelle ultime stagioni. Chi sembra invece rimasto al palo è proprio Djokovic che potrebbe sicuramente sfruttare ancora di più le sue già di per sé enormi potenzialità. Non scopriamo infatti certo oggi il suo straordinario rovescio a due mani, stilisticamente quasi perfetto, il dritto che nei giorni migliori sa fare davvero male e il gioco di volo che ha sensibilmente migliorato partita dopo partita. Per rendersi conto di come Nole si muove splendidamente su qualsiasi superficie è necessario assistere dal vivo ad una sua fase di gioco. Non sta fermo un attimo, ha una rapidità di gambe impressionante. A volte però si innamora troppo di sé stesso e preferisce andare a cercare soluzioni proibitive a scapito della concretezza. Da questo punto di vista deve ancora crescere, è infatti indispensabile che diventi meno plateale, anche nelle manifestazioni del suo disappunto. Serve essere più efficaci quando bisogna dare il colpo di grazia al proprio avversario.
Futuro roseo. Credo comunque abbia tutte le carte in regola per ambire a tanti altri titoli dello Slam, dopo quello conquistato a Melbourne nel 2008. E’ stato vittima, come altri del resto, dell’egemonia Federer-Nadal degli ultimi anni. Avendo in ogni caso solamente 23 primavere sulle spalle i margini di miglioramento sono ancora amplissimi.
Under pressure. Un capitolo a parte andrebbe dedicato al suo “clan”. Il serbo è uno dei tennisti che può contare sulla panchina più lunga. Nel suo player box, oltre agli immancabili allenatore e fidanzata, compaiono con fin troppa assiduità anche genitori, preparatori fisici, amici e celebrità grandi e piccole di Belgrado e dintorni. L’ingaggio di Todd Martin come assistente coach non ha fatto altro che rinfoltire la rosa. C’è chi sostiene che tutto ciò possa essere deleterio perché mette costantemente una pressione eccessiva su chi poi deve scendere in campo. Lui, più volte stuzzicato sull’argomento, ha dichiarato che dal suo punto di vista una squadra così affiatata è il vero valore aggiunto per un campione costretto a viaggiare ogni settimana in tutto il mondo. Finora comunque le sue prestazioni, almeno ufficialmente, non sembrano aver risentito della pressione che inevitabilmente scaturisce quando le aspettative sul tuo rendimento sono portate all’eccesso.
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