WIMBLEDON STORIES: 1983, L’IMPRESA DI KATHY JORDAN

In 34 Slam, Chris Evert non aveva mai perso prima delle semifinali. Ma complice un attacco notturno di nausea, cede a Kathy Jordan al terzo turno.

Tennis – “Il tennis femminile ha bisogno di più competizione, non di vedere sempre Navratilova e Evert in finale. A parte Andrea Jaeger, Tracy Austin e qualche volta Hana Mandlikova, quelle come me scendono in campo contro di loro chiedendosi se riusciranno almeno a fare un punto”. Parola di Kathy Jordan, che scende sul campo numero 1, il più duro, il più veloce, contro Chris Evert per il terzo turno di Wimbledon 1983.

Chris America ha giocato 34 Slam prima di quei Championships (otto Roland Garros, 11 Wimbledon, 12 Us Open, 3 Australian Open): ha vinto 15 titoli, ha perso 9 finali e non è mai uscita prima delle semifinali. Ha già affrontato Jordan cinque volte, senza mai cedere nemmeno un set. Ma c’è qualcosa di strano nell’aria, si legge sul Chicago Tribune. “Evert scende in campo con il viso più grigio del cielo di Londra. Ha avuto un malore la sera di giovedì (alla vigilia del match), e ha chiamato nel suo appartamento il medico del torneo. Suo marito, John Lloyd, e il medico sono concordi: o ha una reazione negative alle vitamine che sta prendendo oppure ha l’influenza”. Lloyd spiegherà poi che, dopo aver mangiato una bistecca a cena, Evert ha iniaiato ad avvertire problemi allo stomaco intorno all’una di notte e che la nausea le ha impedito di allenarsi la mattina della partita. Alan Mills, lo storico referee del torneo, conferma comunque che Evert non chiede di posticipare il match. “Non ho mai cercato scuse, e non lo faccio adesso” dirà. “Se non mi fossi sentita in grado di giocare o di vincere, non sarei proprio scesa in campo”.

Jordan, numero 9 del mondo nel 1980, stata una promessa del basket a livello di high school, prima di dedicarsi al tennis. A Wimbledon ha già conquistato il titolo in doppio tre anni prima, e perso in finale nelle ultime due edizioni. “Sapevo che stavo giocando bene, mi sentivo molto motivata quando sono entrata in campo” dirà dopo il match Jordan, che ha lasciato solo due game nei primi due turni. L’anno prima, dopo lo Us Open, infortunata e non così sicura del suo gioco, ha passato sei mesi in California con coach Robert Lansdorp, per potenziare quel suo rovescio così poco ortodosso e rinvigorire una classifica che scendeva oltre la ventesima posizione.

Il suo tennis aggressivo poggia molto sul servizio e su quel campo numero 1 si esalta. Contro Evert mette in campo il 77% di prime, soprattutto contro il dritto dell’avversaria, costretta a rispondere molto fuori dal campo. Il break al primo gioco mette subito in chiaro che tipo di match sarà. Evert non è certo al meglio, i colpi non sono efficaci, i pallonetti troppo corti per impedire a Kathy di stampare vincenti lungolinea e in diagonale. Evert perde ancora il servizio nel quinto e nel settimo game. In 38 minuti è 6-1 Jordan, che ha salvato due palle del controbreak nel quarto game. “In questi mesi ho capito che se riesco a controllare le mie emozioni in campo, allora posso battere chiunque” dirà.

Lloyd fa arrivare, attraverso un ballboy, fa arrivare delle zollette di zucchero alla moglie al cambio campo, alla fine del primo set. L’effetto sembra subito positivo. Jordan sbaglia uno smash agevole e perde a zero il servizio in apertura. Evert firma un secondo break al terzo game e con due lob millimetrici allunga sul 4-0. Sembra la svolta della partita. Ma è solo una parentesi. Kathy cerca di incitarsi, di caricarsi: “Stai in partita, non ti abbattere, stai giocando bene” si dice.

Jordan recupera, accorcia sul 2-4 e nel settimo game salva tre palle break prima di tenere il servizio dopo 16 punti. Kathy risale sul 4-5 con un vincente in diagonale che fa impazzire tutto lo stadio. Nel decimo game, Evert perde il servizio a zero: Jordan apre con un vincente di rovescio corretto dal nastro e prosegue con una perfetta volée di dritto. Da lì al tiebreak lo spazio è breve.

Kathy ha già vissuto, da spettatrice, una giornata per certi versi simile. Quattro anni prima sua sorella Barbara, tre volte all-American a Stanford, alla prima stagione da pro arriva all’Australian Open da numero 68 del mondo e ai quarti elimina la testa di serie numero 2, Hana Mandlikova. “Allora si giocava intorno a Natale, e molti americani non ci andavano” ha ricordato Barbara Jordan, che ora esercita come avvocato a San Jose, in California. “Io mi sentivo bene, non avevo problemi a passare le vacanze lontano da casa, anche perché allora partivamo con le famiglie quindi comunque non ero da sola per la cena di Natale”. Barbara è sempre più ottimista, anche perché nel 1978 il torneo l’ha vinto Chris O’Neil. Dopo la vittoria su Mandlikova, Barbara batterà in semifinale Renata Tomanova, testa di serie numero 3, e supera in finale 63 63 Sharon Walsh, che in carriera ha vinto 30 titoli di doppio ma nessuno in singolare, e ha raggiunto al massimo un best ranking di numero 22 del mondo. È una campionessa certamente inattesa, improbabile. Qualche anno fa, quando gli organizzatori dell’Australian Open organizzano una cerimonia con le vincitrici delle passate edizioni, non la chiamano.

Kathy segue l’esempio della sorella. “Era davvero molto carica” ammette Evert, “continuava a saltare per tutto il campo. Certamente l’inerzia era tutta dalla sua parte”. E lo sarà anche per il tiebreak, che si aggiudicherà per 7 punti a 2.

In due set, Kathy Jordan diventa la prima giocatrice a battere Chris Evert prima delle semifinali di uno Slam. Chris America non perdeva da una giocatrice fuori dalle prime 10 dal 1979, quando Greer Stevens, di ritorno da un infortunio al ginocchio, l’aveva sorpresa proprio nella sua città, a Fort Lauderdale.

Da quel giorno, Evert e Jordan continueranno a mantenere una rivalità che finirà per sfociare in aperta antipatia. Ma il tennis femminile continuerà a essere dominato da Chris America e Martina Navratilova.


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