1970 – COURT QUEEN, KING DOWN

A Wimbledon, Margaret fa sua l'interminabile finale con Billie Jean e "vede" il Grande Slam. Due personalità opposte a confronto, per rinnovare l'atavica sfida tra Australia e Stati Uniti. 328 punti giocati in due set, i più lunghi nella storia del torneo.
lunedì, 2 Gennaio 2012

Non poteva che essere Londra il teatro della grande sfida. La capitale del Regno, a cui entrambe le nazioni di appartenenza delle duellanti dovevano l’origine, aveva già salutato, nei primi giorni di quel 1970, l’ultima reunion in sala d’incisione dei Beatles. Let it be, cantavano gli scarafaggi: lascia che sia. E di lì a qualche mese, i quattro di Liverpool si sarebbero sciolti, facendo sciogliere in lacrime milioni di fans.

Nell’anno terzo dell’Era Open il mondo della racchetta era ancora caratterizzato dalla contrapposizione tra le due super-potenze: Australia e Stati Uniti. E non poteva essere un caso che le leader dei rispettivi movimenti fossero così diametralmente opposte tra loro.

Margaret, nata Smith e mancina ad Albury nel 1942 e diventata poi destrorsa e infine Court (dopo aver sposato Barry nel ’67), era dotata di leve interminabili e si presentò a Wimbledon, quell’anno, con mezzo Slam nelle tasche del vestitino. Dopo aver passeggiato sul suolo natìo, sbaragliando il campo al Kooyong Stadium di Melbourne, la valchiria del New South Wales aveva rischiato seriamente l’eliminazione al secondo turno del Roland Garros contro la sovietica Olga Morozova. Scampato il pericolo (e con una caviglia in disordine), Margaret aveva poi controllato agevolmente gli altri incontri regolando in finale la tedesca di Essen Helga Niessen, che le avrebbe fatto lo sgarbo di strapparle il primo set nei quarti di Wimbledon, una ventina di giorni dopo.

Nata a Long Beach un anno e mezzo dopo la rivale di giornata, anche Billie Jean aveva cambiato cognome: lasciato Moffitt, aveva preso quello del marito Larry King, futuro avvocato e promoter sportivo. Attaccante nata, l’occhialuta californiana era stata padrona del Centre Court per un triennio dal 1966 al 1968 e l’anno prima era stata sconfitta all’ultimo sprint dalla beniamina di casa Ann Haydon Jones.

Insomma, due purosangue per il trofeo più nobile, quel piatto da 50 ghinee ideato nel 1864 da Elkington & Co. in quel di Birmingham.

Dicevamo delle differenti personalità. Schiva, inizialmente timida e mai del tutto padrona delle proprie emozioni, la piccolo borghese Smith crebbe in un contesto in cui i valori tradizionali della famiglia la accompagnarono nel suo lungo e mirabolante percorso sportivo. Quinta di sette tenniste capaci di aggiudicarsi un major dopo aver partorito, rafforzerà nel tempo le sue convinzioni religiose tanto da schierarsi (fin troppo) apertamente contro l’omosessualità e tuttora dirige il Victory Life Center, importante chiesa cristiana a Perth.

Del tutto diversa la vicenda umana di Billie Jean, figlia naturale della frizzante California che faceva da sfondo ai movimenti hippy di quegli anni. La ribelle King divenne ben presto un’icona del femminismo e, quando rimase incinta, preferì abortire. Anche perché qualche anno più tardi iniziò una relazione piuttosto intima con la sua segretaria, che fece da preludio al divorzio dal marito.

Ma tutto questo, e molto altro, avvenne dopo. Quel venerdì di luglio del 1970 le due contendenti erano ancora e solo divise da fiera rivalità sportiva e riversarono sul centrale di Wimbledon ogni più piccola stilla di energia e abnegazione. Per chi crede alle coincidenze e alle curiosità, in aprile a Hollywood, l’inglese Maggie Smith aveva vinto non senza sorpresa l’Oscar come miglior attrice protagonista interpretando un’istitutrice di nome Jean Brodie e battendo la concorrenza di Jane Fonda, americana e paladina delle cause a favore di minoranze, vietcong e Black Panthers.

Anche nel tempio va in scena un film. E non è certo un cortometraggio. Due ore ventisette minuti di assalti alla rete da parte di entrambe, nel tentativo spasmodico di precedere l’avversaria e farla giocare sul terreno che meno predilige. Margaret si affida maggiormente al servizio e finirà per aggiudicarsi il 71% dei punti sulla prima mentre per l’americana sembra non cambiare nulla: è 56% sia con la prima che con la seconda. In un match teso come corda di violino, saranno determinanti i 21 passanti vincenti dell’australiana (contro 14) che finirà per prevalere in due set interminabili.

Billie Jean ha le sue belle occasioni nel primo set: serve tre volte per chiudere la frazione (5-4, 7-6, 8-7) ma non trova la determinazione per convertire il vantaggio a suo favore. Il vulcano King torna ad eruttare lava bollente quando è sotto nello score e allunga il braccio di ferro con la rivale fino al 26esimo game. Annullato un set-point sull’11-12, Billie Jean è costretta ad arrendersi tre game più tardi quando un passante incrociato di rovescio dell’australiana la fulmina mentre segue a rete la battuta.

La rivalità tra le due era iniziata ben otto anni prima proprio su quello stesso campo, allorquando la semi-sconosciuta signorina Moffitt aveva estromesso dal torneo la prima favorita Smith in un secondo turno che era il primo per loro, avendo beneficiato di un bye iniziale. Travolta 1-6 nel primo set, Billie Jean era uscita alla distanza e aveva chiuso 6-3/7-5. Dopo di allora, le due si erano affrontate altre 21 volte e Margaret aveva incassato i due terzi delle vittorie.

Visibilmente zoppicante, nel secondo set la King prova anche a cambiare tattica e chiama più volte l’australiana a rete con il drop per poi scavalcarla con il lob. Costretta a servire più volte la seconda (ma abbiamo già notato che non sarà un fattore), la californiana è perennemente in trincea ma gli smash violenti dell’avversaria non la intimoriscono e, appena può, si proietta verso la rete per affidarsi al suo spettacolare gioco di volo. Billie Jean non trema quando deve rimanere in partita dal 4-5 fino al 9-10; sono sei turni di servizio vissuti tra apprensione e pressione. Molto di più la seconda. Margaret è cinque volte a un solo punto dalla vittoria ma, non senza qualche scambio mozzafiato, viene regolarmente respinta dall’avversaria. La battaglia, di colpi e di nervi, finisce al sesto match-point, con la Court che aggredisce il rovescio del “Re” e ne ha ben donde: 14-12/11-9.

Lance Tingay, “The Dean” (Il decano), scriverà sul Daily Telegraph che nessuna finale potrà mai essere ricordata più di questa. Billie Jean uscirà dalla sfida con un ginocchio a pezzi, tanto che sarà costretta a saltare gli US Open e affidare alla compagna di doppio Rosie Casals l’arduo compito di fermare sul traguardo la corsa della Court verso il Grande Slam. Rosie ci proverà ma inutilmente e Margaret diventerà, il 12 settembre, la seconda donna, 17 anni  dopo Maureen Connolly, a calare il poker.

Sei giorni più tardi, in una camera del Samarkand Hotel al 22 di Lansdowne Crescent (siamo tornati a Londra), viene trovato il corpo senza vita di Jimi Hendrix. A detta di molti il più grande chitarrista della storia del rock, il 27enne di Seattle era chiamato anche “la mano sinistra del Diavolo” per il suo modo di suonare. Tre mesi e nelle sale italiane riscuote enorme successo “Lo chiamavano Trinità”, in cui Terence Hill è “la mano destra del Diavolo” per la sua velocità con la pistola. Ma avrà modo di pentirsi e ravvedersi 30 anni dopo, interpretando Don Matteo in televisione.

Il 1970 si chiude con Paul McCartney che si rivolge a un tribunale per sciogliere definitivamente i Beatles. Un altro mito collettivo che se ne va. Resteranno invece sulla breccia ancora a lungo le protagoniste del match indimenticabile, fino a meritarsi entrambe l’immortalità sportiva; alla Court verrà intitolato il campo numero 1 di Melbourne Park mentre la King darà il suo nome al più grande impianto sportivo dedicato a una donna, l’USTA National Tennis Center di Flushing Meadows.


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