1984: LENDL RISCRIVE LA STORIA

Proprio come Winston Smith nell'omonimo romanzo di Orwell. Ivan recupera due set di svantaggio e batte McEnroe nella finale del Roland Garros. Intanto la Apple lancia sul mercato il primo Macintosh

Il 1984 non è proprio come l’aveva pensato George Orwell nel suo distopico libro scritto nel 1948, ma si sta attrezzando per diventarlo. L’intenzione di controllare la vita dei cittadini avvalendosi dell’occhio vigile del Grande Fratello, che tutto vede e tutto sa, è ancora in embrione ma l’evoluzione dell’informatica faciliterà questa tendenza nell’immediato futuro.

Non è un caso che il 22 gennaio la Apple, durante una pausa del XVIII Superbowl che si sta tenendo a Tampa tra i Los Angeles Raiders e i Washington Redskins, lanci sul mercato con uno spettacolare spot pubblicitario il Macintosh 128k, il capostipite della famiglia Mac. Proprio rifacendosi al mondo concentrazionario immaginato da Orwell, il regista Ridley Scott ha condensato in meno di un minuto la sostanza del messaggio: una graziosa atleta in canotta, pantalonicini e scarpe da footing  sfugge a una squadra di miliziani e scaglia un pesante martello contro l’immagine a tutto schermo che trasmette proprio l’inquietante Big Brother impegnato in uno dei suoi sermoni propagandistici; lo schermo esplode, tra lo stupore generale degli spettatori costretti ad ascoltarlo, e il filmato si chiude con la voce fuori campo che dice: «Il 24 gennaio Apple Computer introdurrà Macintosh. E tu capirai perché il 1984 non potrà essere come il “1984”».

Il messaggio della Apple è di ribellione verso il totalitarismo e c’è pure chi legge tra le righe un’allusione nemmeno troppo velata alla IBM, azienda leader del momento. Il 128k costa quasi 2.500 dollari, una piccola follia, ma, come suggerirà Mastercard molti anni dopo, c’è qualcosa che non ha prezzo. Lo imparerà Ivan Lendl, l’11 giugno, sotto il sole cocente del Bois de Boulogne. E a farne le spese sarà il suo grande rivale di sempre.

Nel tennis, il 1984 è l’anno di John McEnroe. Il mancino di Wiesbaden si presenta al Roland Garros senza sconfitte in stagione. Il suo record è di 33-0 (37-0 se si considera il Masters di New York, disputato in gennaio ma appartenente al calendario dell’83) e gli ha fruttato i titoli individuali a Filadelfia, Richmond, Madrid, Bruxelles, Dallas e Forest Hills, oltre ai successi di squadra contro la Romania (Davis) e nella World Team Cup di Dusseldorf. Nella striscia vincente, SuperMac ha battuto Lendl in tre occasioni, di cui due sulla terra.

Ivan invece ha una scimmia sulla spalla, di nome Major: l’uomo di Ostrava infatti ha giocato quattro finali slam e le ha perse tutte. Ma Lendl si identifica in Winston Smith, il protagonista del “1984 ” di Orwell, e vuole a tutti i costi riscrivere la storia, proprio come l’impiegato del Ministero della Verità.

Sugli spalti del Roland Garros ci sono migliaia di cappellini bianchi e uno blu, quello di papà McEnroe che vuole assistere all’ennesimo exploit del figliol prodigo. Nei primi due set non c’è partita. John ha sempre i piedi nel campo, colpisce di semi-rimbalzo le robuste pallate del rivale e gli toglie regolarmente il tempo. Quando tocca a lui battere, l’americano sfida la risposta di Lendl lavorando il servizio e seguendolo a rete. Il primo break arriva al sesto gioco del set iniziale; McEnroe segue la risposta di dritto e chiude con la volee: 4-2, poi un ace decreta il 5-2 e la stop-volley di dritto il definitivo 6-3.

Lendl è frastornato dalla quantità e dalla qualità delle soluzioni di SuperMac, che risale da 40-0 nel gioco inaugurale della seconda frazione e, con due palle corte e un attacco in controtempo, pone le basi per il break (1-0). Con un passante di rovescio in lungo linea, McEnroe mette in cassaforte anche il secondo break (3-0) e il set, che termina 6-2. Come suggerisce il titolo del film che ha sbancato agli Oscar, la “Voglia di tenerezza” di McEnroe si evince solo dalla delicatezza con cui tratta le palline. Per il resto, John vuole chiudere quanto prima la pratica, ben sapendo che Ivan sulla lunga distanza potrebbe diventare pericoloso.

Lendl beneficia delle prime palle-break nel quarto gioco del terzo set ma le spreca e in un batter d’occhio è sotto 0-40 nel quinto game, praticamente sull’orlo del burrone. Mac sbaglia un dritto e un rovescio e, sul 30-40, non trova gli appoggi per contrastare un bel passante in corsa di Ivan. Con un doppio smash McEnroe si procura una quarta occasione, di nuovo sprecata, e alla fine Lendl vince il braccio di ferro e tiene la battuta. Il match poteva chiudersi e invece si riapre nel 6° gioco: risposta e passante e 4-2 Ivan, che però al cambio di campo ha già restituito il break (4-3). Due giochi equilibrati e nel decimo Lendl si fa intraprendente e costringe Mac a mettere il rovescio in rete sul set-point: 6-4 e la sfida si allunga.

Mentre l’Italia è scossa dalla notizia della morte di Enrico Berlinguer e saluta la vittoria di Francesco Moser nel 77° Giro d’Italia, nel Bois de Boulogne il duello tra i migliori tennisti del mondo infiamma la platea, già accaldata dal solleone. Il quarto segmento del match è il più movimentato. Tre break consecutivi, dal terzo al quinto gioco, portano McEnroe sul 3-2; l’americano poi tiene la battuta (4-2) e sul 30-30 del settimo gioco ha sulla racchetta la volee non impossibile che lo porterebbe a un passo dal titolo. Ma la sbaglia, e Ivan resta aggrappato alla partita con le unghie.

Nel gioco successivo accade qualcosa di incredibile, pur conoscendo le abitudini maniacali del cecoslovacco di nascita. Con McEnroe avanti 4-3 e 40-30, Lendl cambia racchetta e ne prende una ancora avvolta nel cellophane. Poi torna in campo, risponde con un velenoso slice di rovescio incrociato al servizio esterno di Mac e lo costringe a una volee in allungo che finisce la sua corsa in corridoio. È l’ennesima occasione persa dallo statunitense, che si vede sfilare dalle mani il vantaggio con un violento dritto a sventaglio di Lendl prima delle risposta che vale il 4-4. Alla fine è tanto rumore per nulla e i due contendenti sembrano voler rimandare ogni velleità al tie-break. Senonché, sul 6-5 Lendl e 30-30, Johnny Mac affossa in rete un rovescio, rimedia nel punto seguente ma è infuriato con se stesso perché “metto dentro una prima su 50!” ed è proprio sull’ennesima seconda che Lendl gli fa recapitare un passante in pancia per poi scavalcarlo con il lob al millimetro: 7-5 e quinto set.

Proprio come si interroga Matt Bianco nel suo album che scala le classifiche mondiali, “Whose side are you on?“: da che parte stai, pubblico francese? All’inizio erano tutti per Mac; poi, dopo la semi-carneficina dei primi due set, si sono spostati dalla parte di Lendl perché vogliono assistere a una partita, non a un assolo. E adesso?

Adesso John deve fare i numeri per sottrarsi ai passanti di Lendl e ogni scambio è una sofferenza. Eppure, dopo aver annullato due palle-break nel quarto game, è Mac ad averne altrettante nel 7°gioco; la prima se ne va con un dritto fuori misura, la seconda con un passante lungo linea che sarebbe vincente se non trovasse l’ostacolo del nastro. È il colpo che mette definitivamente in ginocchio McEnroe, punito poi da una inusuale volee bassa di Lendl che sale 4-3 con il suo colpo doc: passante di dritto in corsa.

Il thriller finisce al 12° gioco, oltre la soglia delle 4 ore. Con due passanti, Lendl sale 15-40. Mac annulla il primo match-point alla sua maniera (attacco e volee di rovescio) ma si adagia sull’altare del sacrificio mettendo in corridoio la volee di dritto dopo essersi spalancato il campo con il servizio a uscire: 3-6/2-6/6-4/7-5/7-5. È la quarta volta nella storia del torneo che il vincitore recupera da 0-2 ma, soprattutto, è la prima volta di Ivan Lendl.

Per Mac si tratterà di un incidente di percorso. Dalla finale di Parigi in poi si aggiudicherà nell’ordine Queen’s, Wimbledon, Toronto, US Open, San Francisco, Stoccolma e il Masters e perderà solo altri due incontri: con Amritraj a Cincinnati e con lo svedese Sundstrom nella finale di Davis. Ma quella scimmia, balzata dalla spalla di Lendl alla sua, non riuscirà più a toglierla.

Proprio come Martina Navratilova, altra mancina dal talento cristallino, che vede sfumare sull’erba del Kooyong il sogno di una vita in un caldo pomeriggio di inizio dicembre. Reduce da sei major vinti consecutivamente (ma a cavallo di due anni solari), Martina viene fermata in semifinale agli Australian Open dall’ex-connazionale Helena Sukova per 1-6/6-3/7-5 e di conseguenza non verrà legittimata ad iscrivere il proprio nome nell’albo ristretto delle immortali, che al momento comprende solo Maureen Connolly e Margaret Smith Court. È una beffa, naturalmente, perché sei slam in fila valgono ben un Grande Slam, ma le regole sono regole e non consentono eccezioni.

Eccezionale, a fine anno, è il successo planetario di Diamond Life, album d’esordio dell’affascinante Sade che rievoca le atmosfere cool di certi locali della 52nd Street a Manhattan. A pochi passi dal Madison Square Garden, dove John McEnroe rivince il Masters demolendo in finale Ivan Lendl nei primi giorni dell’85. Il cerchio del rosso di Wiesbaden è chiuso ma, per trovarne la quadratura perfetta, avrebbe dovuto far sua quella maledetta finale.


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