GORAN IVANISEVIC A TUTTO TONDO: “LO SPORT É VINCERE, FARE IL PADRE LA MIA SALVEZZA”

Suggestiva intervista del croato riguardo numerosi argomenti, dagli inizi della carriera al dolore per il ritiro passando attraverso il trionfo a Wimbledon
martedì, 3 Ottobre 2017

Tennis. Quando si parla di Goran Ivanisevic e delle imprese compiute durante la sua carriera, risulta davvero impossibile non soffermarsi sull’incredibile abnegazione celata dal gigante croato dietro ad ogni grande successo. L’inatteso trionfo a Wimbledon, quando ormai nessuno eccetto lui riteneva possibile un’impresa di quel calibro, ne hanno rappresentato il culmine sia in termini di popolarità che di venerazione all’interno dell’immaginario collettivo.

D’altronde appare difficile non affezionarsi ad un personaggio come lui, sempre proteso verso gli obiettivi più prestigiosi non soltanto da giocatore ma anche durante il percorso da allenatore. Quegli stessi principi che hanno portato il connazionale Marin Cilic ad aggiudicarsi un titolo Slam in occasione degli US Open 2014, uno scossone non indifferente in un’epoca contraddistinta dalle leggende infinite Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic.

“La mia vita non sarebbe la stessa se non avessi vinto Wimbledon nel 2001. Qualcuno ha detto che nello sport l’importante è partecipare, ma è un’idiozia. Chi si ricorda chi ha perso le finali? Fino a quel lunedì io ero un eterno secondo, con tre bei piatti d’argento. Nemmeno io che le ho giocate mi ricordo in quali anni le ho perse quelle maledette finali. Ora, invece, sedici anni dopo, la gente ancora mi ferma per strada e mi ricorda quel sedicesimo game del quinto set” – ha dichiarato Goran nel corso di una recente intervista rilasciata a “Il Sole 24 Ore”.

Impensabile oggi non trasmettere tutti i suoi ricordi relativi a quella magica edizione dei Championships: “La spalla mi faceva così male che dopo ogni match non riuscivo ad alzare il braccio. Mi sono operato nel 2002 e sono stato senza giocare per un anno e mezzo. Sono tornato, ma sentivo ancora molto dolore. Così mi sono ritirato. Solo pochissime persone al mondo possono dire di aver provato un trauma del genere. Io avevo solo trentadue anni, mi sono sentito perduto, non sapevo cosa fare della mia vita. Tutto lo stress a cui ero abituato non c’era più. Per fortuna mia figlia è nata nel 2003. Fare il padre è stata la mia salvezza”.

Non poteva mancare, infine, anche un accenno sui grandi rivali che hanno contraddistinto la sua attività agonistica: “Ho giocato contro McEnroe e Lendl, e in allenamento anche con Connors e Borg. E poi contro Edberg, Becker, Sampras e Agassi. E alla fine anche con Federer, e Nadal quando era un bambino”. Il fuoriclasse di Spalato ha poi fornito la sua interpretazione sul modo di intendere lo sport in generale, sintomatico di una carriera vissuta in perenne tensione verso il trionfo. “Lo sport è vincere, vincere e ancora vincere” – ha chiosato Ivanisevic. “Era per evitare di odiarmi che scendevo in campo e trasformavo il mio avversario in un nemico. Per una birra e quattro chiacchiere in allegria c’è tempo dopo la partita“


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